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Il matrimonio via maestra per la santità dei coniugi, un libro di Antonio Capasso

«Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). È una parola che attraversa la storia biblica e consegna alla vita credente una vocazione prima ancora che un programma. La santità ha la sua origine in Dio e, proprio perché nasce da Lui, non può essere ridotta a privilegio di pochi, a eccezionalità spirituale o a condizione riservata a particolari stati di vita. La chiamata raggiunge ogni battezzato e, inevitabilmente, entra anche nella casa degli sposi.

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È precisamente qui che si colloca la domanda posta dal volume di Antonio Capasso, Il matrimonio via maestra per la santità dei coniugi. Per avviare una teologia della santità di coppia, pubblicato da Luciano Editore nel 2025. Il problema non consiste semplicemente nel chiedersi se una persona sposata possa diventare santa: la storia della Chiesa ha già dato molte risposte. La questione più impegnativa è comprendere se un uomo e una donna possano santificarsi mediante la loro unione sacramentale e se il matrimonio, con la sua concreta trama di comunione, fedeltà, corporeità, figli, lavoro, prove e riconciliazioni, possa essere esso stesso una strada verso Dio.

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Attorno a questa domanda si sviluppano tre letture diverse e, proprio per questo, particolarmente feconde. Carmine Matarazzo affronta il libro dalla prospettiva teologico-pastorale ed ecclesiale; Gaetano Di Palma entra nella questione attraverso la Scrittura e la teologia del sacramento; Filomena Sacco sviluppa il versante teologico-morale, interrogandosi sul rapporto tra vocazione alla santità, libertà, fragilità e azione progressiva della grazia. Non tre modi per ripetere la medesima tesi, ma tre ingressi differenti in una ricerca che domanda ancora di essere approfondita.

Matarazzo: la santità coniugale dentro il Popolo di Dio

Nel suo intervento dedicato al volume, Carmine Matarazzo individua con chiarezza l’interrogativo che sostiene l’intera ricerca di Capasso: mediante il matrimonio è possibile raggiungere la santità secondo il Vangelo? Possono i coniugi santificarsi insieme nel vincolo sacramentale e fare della loro testimonianza quotidiana un bene non soltanto per se stessi, ma per la famiglia, la comunità ecclesiale e la società?

La prospettiva di Matarazzo è anzitutto ecclesiale. La santità non nasce nell’isolamento e non si comprende fuori dal Popolo di Dio. La comunità è il luogo nel quale le vocazioni cristiane vengono generate, accompagnate e condotte alla maturità; anche quella matrimoniale nasce e cresce dentro questa storia. Per questo egli insiste sul ruolo delle comunità parrocchiali, che non possono ridursi a organizzazioni o apparati, ma devono diventare luoghi umani di conversione, di confronto con il Vangelo e di maturazione della missione cristiana nella famiglia, nel lavoro e nella società.

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In questo orizzonte il Battesimo costituisce la radice della vita nuova, mentre il matrimonio conferisce a quella stessa vocazione una forma specifica. Gli sposi diventano discepoli-missionari dell’Amore nel loro stato di vita e sono chiamati a far fruttificare la grazia sacramentale nella quotidianità del dono reciproco. La santità non richiede perciò l’allontanamento dalle situazioni nelle quali Dio ha posto la persona; al contrario, è proprio dentro quelle situazioni che la fede incarnata e la carità operosa possono diventare visibili.

Matarazzo conduce così la riflessione nel terreno della santità feriale, di quei “santi della porta accanto” che non attirano necessariamente l’attenzione del mondo ma manifestano l’azione di Dio attraverso una vita di fede e di carità. Nel matrimonio questo significa che gli atti ordinari possono diventare luoghi di santificazione e che, nella relazione sponsale, uno dei coniugi può diventare motivo di santificazione per l’altro. La vocazione matrimoniale assume così un carattere insieme unitivo, generativo e missionario: la coppia non si chiude nella propria intimità, ma rende visibile, nella misura della propria risposta, l’Amore dal quale è stata raggiunta.

È questa la particolare tonalità della lettura di Matarazzo. Il libro viene collocato dentro una teologia del Popolo di Dio, della vocazione battesimale e della missione. La santità coniugale non costituisce una forma eccentrica della vita cristiana, ma uno dei modi nei quali la chiamata evangelica può incarnarsi nella storia. La strada, tuttavia, resta una strada da percorrere con pazienza: nessun automatismo sacramentale, ma un lento processo nel quale la grazia ricevuta domanda la collaborazione della libertà e la perseveranza del cammino.

Su questo fondamento ecclesiale si innesta, con un linguaggio e un procedimento completamente differenti, la riflessione biblico-teologica di Gaetano Di Palma.

Di Palma: dall’“uomo di Dio” alla santità vissuta in due

Gaetano Di Palma apre il proprio intervento con una provocazione. Accostare “santità” e “matrimonio” potrebbe sembrare quasi un ossimoro, soprattutto se si pensa alla cospicua satira che da sempre accompagna la vita coniugale, alle battute dei mariti e ai consigli disincantati rivolti talvolta ai nubendi. Con simili premesse, osserva ironicamente, potrebbe sembrare più immediato parlare di martirio che di matrimonio come “via maestra” verso la santità.

È proprio da questo contrasto che la sua riflessione prende avvio, risalendo alle radici bibliche della santità. Nella Scrittura l’uomo santo è anzitutto l’“uomo di Dio”. Elia, dopo aver restituito alla vita il figlio della vedova di Sarepta, viene riconosciuto come uomo di Dio nella cui bocca la parola del Signore è verità; Eliseo è definito dalla donna di Sunem “uomo di Dio, un santo”. Lo stesso titolo raggiunge, in una forma infinitamente più alta, Gesù, riconosciuto nei Vangeli come “il Santo di Dio”.

In questa tradizione l’uomo santo è colui nel quale la relazione con Dio diventa così intensa da trasparire nella vita e da produrre un bene per gli altri. Da qui nasce anche quell’immagine del santo come persona segnata da fenomeni straordinari, da una particolare familiarità con il mondo divino e da una vita che sembra collocarlo a una certa distanza dall’ordinarietà degli altri uomini.

Di Palma, tuttavia, rompe subito questa immagine ricordando che anche il santo lotta. Per farlo ricorre a Paolo e al termine greco agōn: la vita cristiana è combattimento, corsa verso una meta, esercizio. L’Apostolo arriva a descriversi come un atleta e perfino come un pugile che disciplina se stesso per non essere squalificato dopo aver annunciato il Vangelo agli altri. La santità biblica, dunque, non è un’esistenza sottratta alla fatica, ma una vita nella quale la fatica viene orientata verso Dio.

Proprio questa consapevolezza permette a Di Palma di passare dalla figura dell’uomo santo alla “santità della porta accanto”. E qui il tema matrimoniale acquista una profondità particolare, perché nessuno diventa santo da solo. Prima ancora delle singole vocazioni esiste un popolo che Dio ha scelto, un “popolo santo”; inoltre, intorno a ogni persona vi sono relazioni concrete — familiari, educatori, sacerdoti, religiosi, amici — che partecipano, talvolta sostenendo e talvolta perfino ostacolando, al suo cammino di maturazione.

Nel matrimonio questa dimensione relazionale raggiunge una forma peculiare. I coniugi condividono una parte così vasta dell’esistenza da poter diventare l’uno per l’altra luogo di sostegno, correzione e crescita. Secondo Di Palma, è proprio qui che la tesi del volume acquista concretezza: i coniugi possono camminare insieme verso la santità secondo ciò che è specificamente richiesto dalla vita matrimoniale. Non occorrono necessariamente estasi, fenomeni mistici o fatti eccezionali; possono bastare piccoli gesti, attenzioni, sacrifici e forme quotidiane di dedizione al coniuge, ai figli e alla famiglia.

Una santità simile, tuttavia, non può rimanere chiusa tra le mura domestiche. Se l’amore coniugale è autenticamente evangelico, tende naturalmente a diventare testimonianza ecclesiale e sociale, proprio secondo l’invito di Gesù a far risplendere la luce davanti agli uomini affinché, vedendo le opere buone, possano rendere gloria al Padre.

Di Palma si pone poi una domanda inevitabile: questi sposi santi hanno conosciuto crisi, dissapori, incomprensioni, differenze di vedute? La risposta non può che essere positiva, perché tutto questo appartiene alla natura umana. È proprio qui, però, che la crisi può assumere un significato diverso. Non necessariamente come certificazione del fallimento, ma anche come momento capace di costringere due persone a crescere, a purificare la relazione e a riscoprire il progetto voluto e sognato insieme. In un tempo nel quale la difficoltà della convivenza può trasformarsi rapidamente nel desiderio di “sbattere la porta e andarsene”, la testimonianza di chi impara ad attraversare la crisi acquista per Di Palma un particolare valore.

Il punto culminante del suo intervento riguarda però la grazia sacramentale. Nei corsi prematrimoniali egli osserva spesso la meraviglia dei giovani quando si parla di santificazione reciproca. Quella sorpresa rivela quanto sia ancora debole la coscienza della potenza propria del sacramento. Il matrimonio viene facilmente interpretato come realtà che riguarda soprattutto due persone, i loro sentimenti e il loro progetto. Invece nella prospettiva cristiana esiste un ulteriore protagonista, anzi il vero protagonista: il Signore.

È questo passaggio a conferire alla lettura di Di Palma la sua specifica identità. La santificazione reciproca non si fonda soltanto sulla buona volontà dei coniugi. Il sacramento introduce nella loro storia la grazia di Dio, e proprio questa presenza consente di pensare il matrimonio non semplicemente come un accordo umano o una convivenza ben riuscita, ma come un luogo nel quale lo Spirito può condurre entrambi verso una vita progressivamente più conforme al Vangelo.

Se Di Palma parte dalla Bibbia per arrivare al sacramento, Filomena Sacco compie un altro itinerario. La sua domanda non è anzitutto chi sia l’uomo santo, ma come la chiamata alla santità possa incontrare la libertà concreta degli sposi, con i suoi tempi, le sue imperfezioni e le sue ferite.

Sacco: santificarsi non soltanto “nel” matrimonio, ma “mediante” il matrimonio

La prospettiva della Sacco è dichiaratamente quella della teologia morale e parte da un passaggio storico necessario. Per secoli, osserva, il matrimonio è stato percepito nel sentire comune, e talvolta nella stessa riflessione teologica, quasi come una vocazione di seconda classe rispetto alla verginità e alla vita consacrata. Anche il linguaggio giuridico e teologico ha conosciuto formulazioni nelle quali l’accento cadeva soprattutto sulla procreazione e sul remedium concupiscentiae, mentre la capacità del matrimonio di diventare in se stesso luogo di santificazione rimaneva meno evidente.

Non sono però mancate intuizioni anticipatrici. Sacco ricorda la Casti connubii di Pio XI, dove la reciproca formazione interiore dei coniugi e l’impegno a perfezionarsi vicendevolmente vengono riconosciuti come elementi profondissimi della comunanza matrimoniale. È con il Concilio Vaticano II, tuttavia, che il percorso raggiunge una svolta decisiva: Lumen gentium proclama la vocazione universale alla santità e afferma che i coniugi cristiani tendono alla santità seguendo la loro propria via; Gaudium et spes presenta il matrimonio come intima comunità di vita e di amore; successivamente Familiaris consortio definirà il sacramento fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e la famiglia.

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In questo lungo cammino Sacco individua la chiave che permette di comprendere la proposta di Capasso: la distinzione tra santificarsi nel matrimonio e santificarsi mediante il matrimonio. Nel primo caso il matrimonio rischia ancora di rimanere lo scenario entro il quale ciascun coniuge vive individualmente la propria relazione con Dio; nel secondo, invece, il sacramento, il vincolo e la relazione entrano nel processo stesso di santificazione. Non semplicemente santi pur essendo sposati, ma santi anche attraverso ciò che il matrimonio domanda e rende possibile.

È questo il passaggio che consente alla Sacco di ricondurre la grande teologia nella concretezza dei giorni. Se Gaudete et exsultate invita lo sposo a diventare santo amando e prendendosi cura del proprio coniuge come Cristo ha fatto con la Chiesa, e se Amoris laetitia afferma che una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria, allora lo straordinario può realmente abitare l’ordinario. Non è necessario cercare gesti clamorosi: la carità coniugale si misura nel caffè preparato all’alba, nella pazienza davanti al carattere dell’altro, nel perdono chiesto prima che una distanza diventi muro, nella notte trascorsa accanto a un figlio malato, in quelle semplici parole — “permesso”, “grazie”, “scusa” — tante volte indicate da Papa Francesco come grammatica elementare della vita familiare.

Proprio qui, però, la teologia morale incontra inevitabilmente il problema della fragilità. Se la santità deve essere cercata dentro la vita reale, non può essere costruita sull’immagine di coppie perfette. Le famiglie conoscono la cultura del provvisorio, la precarietà del lavoro, la solitudine, le migrazioni, la malattia, il peso dell’assistenza, le incomprensioni e le ferite affettive. Il matrimonio cristiano non viene vissuto da esseri umani ideali, ma da uomini e donne limitati.

Per Sacco è qui che il capitolo ottavo di Amoris laetitia consegna alla Chiesa un metodo che non può essere ignorato: accompagnare, discernere e integrare la fragilità. Accogliere significa riconoscere che ogni vocazione conosce limiti e che non è possibile caricare due persone imperfette del peso di dover riprodurre in modo impeccabile l’unione tra Cristo e la Chiesa. Il segno sacramentale è inserito in un processo dinamico e la grazia agisce nella storia, trasformando progressivamente la persona.

Discernere, in questa prospettiva, significa aiutare gli sposi a entrare nel dinamismo della grazia e a rimanervi. È qui che la Sacco richiama la legge della gradualità, già presente in Familiaris consortio e ripresa da Amoris laetitia. Non una “gradualità della legge”, come se il bene evangelico potesse essere abbassato, ma la gradualità della persona concreta che conosce, ama e realizza quel bene secondo tappe differenti di crescita. Le coppie non maturano tutte con gli stessi ritmi e non ogni passo può essere valutato prescindendo dalla storia nella quale viene compiuto.

Da qui deriva anche una particolare attenzione alla coscienza. La vita morale non può essere ridotta alla verifica esterna della corrispondenza tra comportamento e norma generale; occorre accompagnare la persona perché riconosca con sincerità il bene che, dentro una situazione concreta, è realmente in grado di compiere e rimanga aperta a ulteriori passi di crescita. Il limite presente non diventa così un punto definitivo, ma una condizione dalla quale può ripartire il cammino.

Integrare, infine, significa rifiutare di identificare una coppia con il fotogramma del suo momento peggiore. Come la vita di un santo non viene compresa isolando un singolo episodio, così una storia matrimoniale deve essere osservata nel suo sviluppo complessivo. Il peccato e il limite mantengono la loro gravità, ma non sono più grandi della grazia. Una caduta non coincide con tutta la persona e una crisi non contiene da sola la verità di un matrimonio.

È in questa prospettiva che l’affermazione della Sacco assume particolare forza: le coppie sante non mostrano necessariamente matrimoni senza ombre, ma matrimoni nei quali la luce è stata più forte delle ombre. Non vi è alcuna idealizzazione della fragilità, ma neppure la sua assolutizzazione. Il matrimonio cristiano può diventare cammino di santità proprio perché la grazia è capace di lavorare anche nelle imperfezioni e di trasformare lentamente due libertà che rimangono umane.

La riflessione morale arriva così a incrociare la tesi più profonda del volume: se il sacramento è realmente “fonte propria e mezzo originale di santificazione”, la relazione coniugale non può essere considerata un semplice contorno della vita spirituale. Diventa uno dei luoghi nei quali la libertà apprende la carità.

Tre prospettive che non si confondono

A questo punto emerge con maggiore chiarezza la particolarità dei tre contributi. Matarazzo legge il volume dalla prospettiva della Chiesa e della pastorale, collocando la santità degli sposi dentro il Popolo di Dio, la vocazione battesimale, la parrocchia e la missione. Di Palma torna alla Scrittura e alla figura dell’uomo di Dio, mostra che la santità comporta lotta e conduce il discorso alla forza specifica della grazia sacramentale. Sacco entra invece nel terreno morale della libertà e domanda che cosa significhi vivere quella grazia dentro persone reali, con tempi di maturazione differenti e con fragilità che devono essere accompagnate, discernite e integrate.

Le tre prospettive non devono essere sovrapposte proprio perché la loro diversità permette di comprendere la complessità della questione. La teologia della santità di coppia, se vuole realmente svilupparsi, avrà bisogno di tenere insieme l’appartenenza ecclesiale, il fondamento biblico-sacramentale e il cammino morale della persona senza ridurre l’uno all’altro.

È qui che riemerge la provocazione del cardinale Marcello Semeraro, richiamata nel volume: la santità di coppia non dovrebbe essere pensata come semplice addizione delle santità personali dei due coniugi, ma come possibile moltiplicazione. La formula non cancella la singolarità della persona. Marito e moglie rimangono due libertà, due coscienze, due responsabilità davanti a Dio. Tuttavia il sacramento stabilisce tra loro una relazione nella quale il cammino dell’uno può realmente entrare nel processo di santificazione dell’altro.

Questo significa che il coniuge può diventare sostegno, consolazione e incoraggiamento, ma può diventare anche provocazione, pazienza da apprendere, occasione di correzione e invito a uscire da se stessi. Perfino ciò che nell’altro appare limite può costringere la persona a misurarsi con la verità della propria capacità di amare. La santificazione reciproca non coincide pertanto con una relazione priva di tensioni; consiste nella possibilità che anche quella relazione, consegnata alla grazia, diventi materia di conversione.

Non si tratta più, allora, soltanto di affermare che anche gli sposati possono diventare santi. La domanda diventa più radicale: può Dio affidare a un marito e a una moglie anche la missione di aiutarsi reciprocamente a diventarlo?

Una ricerca che interpella la vita della Chiesa

Se la risposta a questa domanda è positiva, almeno come prospettiva da approfondire, le conseguenze non riguardano soltanto gli studiosi della santità o le Cause dei Santi. Interpellano direttamente il modo in cui la Chiesa accompagna il matrimonio.

Le nozze sacramentali non possono essere considerate la conclusione di un itinerario pastorale. Il giorno della celebrazione è piuttosto l’inizio di una storia nella quale la grazia ricevuta domanda di essere compresa, coltivata e tradotta nel quotidiano. Preparare bene al matrimonio rimane essenziale, ma altrettanto essenziale diventa accompagnare gli sposi dopo il matrimonio, quando l’entusiasmo iniziale deve confrontarsi con la normalità dei giorni e quando la promessa pronunciata davanti all’altare comincia a essere verificata dalla concretezza della vita.

In questa prospettiva acquistano un significato particolare anche le testimonianze raccolte nel volume. Luigi e Zelia Martin, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, Józef e Wiktoria Ulma, Cyprien e Daphrose Rugamba e le altre coppie ricordate da Capasso non costituiscono una galleria ornamentale aggiunta alla ricerca. Mostrano, ciascuna dentro la propria storia e secondo modalità differenti, che la santità coniugale non è soltanto un’ipotesi teorica. Guerre, persecuzioni, povertà, figli, lavoro, malattia, mancanza di figli e prove familiari non sono state necessariamente elementi estranei al loro cammino, ma hanno costituito la materia concreta dentro la quale il Vangelo è stato vissuto.

Anche la fecondità della famiglia acquista così un significato più ampio. Sacco ricorda come dalle case dei Martin e dei Beltrame Quattrocchi siano maturate vocazioni particolari; Di Palma insiste sul fatto che la santità degli sposi non può chiudersi tra le pareti domestiche; Matarazzo colloca la famiglia dentro la missione del Popolo di Dio. Senza forzare le tre prospettive in un’unica formula, è possibile riconoscere un dato comune: quando la grazia viene realmente accolta nella relazione coniugale, tende a generare vita ben oltre la coppia stessa.

“Per avviare”: una strada ancora aperta

Il sottotitolo del volume di Antonio Capasso contiene forse la chiave più corretta per comprendere l’intero progetto: Per avviare una teologia della santità di coppia. Il verbo è importante perché non rivendica una conclusione definitiva. “Avviare” significa aprire un campo di ricerca, raccogliere domande, mettere in relazione fonti che spesso sono state studiate separatamente e verificare, anche attraverso la storia concreta di coppie riconosciute dalla Chiesa, fino a che punto sia possibile parlare propriamente di una santità vissuta in due e mediante il sacramento.

Le tre letture aiutano a comprendere perché questa ricerca meriti di proseguire. Matarazzo mostra che essa possiede una precisa collocazione ecclesiale e pastorale; Di Palma ne illumina le radici bibliche e conduce al cuore sacramentale della relazione; Sacco dimostra che nessuna teologia della santità coniugale può essere credibile se non incontra la libertà e la fragilità reali delle persone.

Il risultato non è l’immagine di una coppia perfetta, ma qualcosa di più evangelico: un uomo e una donna che rimangono pienamente umani, conoscono la fatica della relazione, attraversano differenze e prove e, tuttavia, dentro il sacramento imparano progressivamente a riconoscere che la loro storia non appartiene soltanto a loro. L’altro non è semplicemente la persona con la quale condividere gli anni, ma può diventare parte della propria risposta a Dio.

È allora possibile comprendere in maniera nuova anche l’antico comando del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo». Rivolto agli sposi, non chiede loro di diventare ciò che non sono né di sottrarsi alla vita concreta; domanda che proprio quella vita, con ciò che porta di bello e di faticoso, venga progressivamente aperta alla santità di Dio.

La santità coniugale, in questa prospettiva, non consiste nel costruire un’esistenza senza ombre, ma nel consentire alla grazia di rendere la luce più forte delle ombre; non nell’eliminare magicamente le fragilità, ma nell’impedire che esse abbiano l’ultima parola; non nell’allontanarsi dalla quotidianità, ma nel riconoscere che una casa, una relazione custodita, una fedeltà maturata nel tempo e una vita consegnata reciprocamente possono diventare autentici luoghi dell’incontro con Dio.

Ed è forse proprio qui che la provocazione contenuta nel titolo del libro acquista tutto il suo significato: il matrimonio può essere davvero “via maestra per la santità dei coniugi” non perché renda semplice il cammino verso Dio, ma perché offre a due persone una strada concreta sulla quale, sostenute dalla grazia sacramentale, possano imparare a percorrerlo insieme.

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