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	<title>Città del Monte &#187; Francesco Rauccio</title>
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		<title>Per mano mia &#8211; Maurizio de Giovanni</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 15:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Ricciardi pensava ai morti. Pensava che Natale o non Natale, festa o non festa, fratellanza o non fratellanza, qualcuno moriva sempre,  e che a lui toccava di vedere sangue e devastazione. &#160; &#160; &#160; Per mano mia, di Maurizio de Giovanni Einaudi stile libero big 18,00 euro, 313 p. [do action="evidenziatore" colore="#ffff00"]Compra Per mano [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://cittadelmonte.info/2011/11/12/per-mano-mia-maurizio-de-giovanni/maurizio-de-giovanni-per-mano-mia/" rel="attachment wp-att-6566"><img class="alignleft size-medium wp-image-6566" src="http://static.cittadelmonte.info/static/img/maurizio-de-giovanni-per-mano-mia-127x200.jpg" alt="" width="127" height="200" /></a><em>Ricciardi pensava ai morti.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Pensava che Natale o non Natale, festa o non festa, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>fratellanza o non fratellanza, qualcuno moriva sempre, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>e che a lui toccava di vedere sangue e devastazione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per mano mia, di Maurizio de Giovanni</strong></p>
<p><strong>Einaudi stile libero big</strong></p>
<p><strong>18,00 euro, 313 p.</strong></p>
<p><em><strong>[do action="evidenziatore" colore="#ffff00"]<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806203428/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cittadelpress-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806203428">Compra Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi a 15,30 €su Amazon.it</a><img style="border: none !important; margin: 0px !important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cittadelpress-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8806203428" alt="" width="1" height="1" border="0" />[/do]<br />
</strong></em></p>
<p><em><strong>Per mano mia</strong></em> è l’ultimo romanzo dello scrittore napoletano <strong>Maurizio de Giovanni</strong> che, come si legge in quarta di copertina, inaugura il nuovo ciclo incentrato sulla figura del commissario <strong>Ricciardi</strong>, un protagonista <em>sui generis</em> che merita qualche parola introduttiva. <strong>Luigi Alfredo Ricciardi</strong>, commissario di polizia nella Napoli fascista degli anni ’30, è un personaggio davvero singolare: ha la capacità di vedere i morti nel momento che precede l’ultimo battito di ciglia. Non solo. Ricciardi li ascolta mentre pronunciano le ultime parole. Questo potere, <em>il Fatto</em>, come lui lo chiama, non lo abbandona mai, è una condanna che lo costringe ad aggirarsi per le strade circondato da voci straziate che nessuno può sentire.</p>
<p>Siamo nella Napoli del 1931, a pochi giorni dal Santo Natale. Un funzionario della milizia portuaria e sua moglie sono stati brutalmente ammazzati nella loro casa a Mergellina. La donna, riversa a terra proprio all’ingresso della casa, giace in una pozza di sangue con un profondo taglio alla gola. Il marito, invece, è a letto, con il corpo martoriato da più di sessanta coltellate. C’è un particolare sul luogo del delitto: un presepe con una statuina mancante, quella di San Giuseppe, ridotta in pezzi e nascosta sotto il tavolino che accoglie il presepe. Anche questa volta i morti parlano a Ricciardi, ma le loro parole ultime non gli saranno di alcun aiuto.</p>
<p><em><strong>Per mano mia</strong></em> è un romanzo indubbiamente affascinante. Per tanti motivi. Maurizio de Giovanni ha la rara capacità di narrare con discrezione, senza urlare o cercare a tutti i costi il colpo ad effetto.  E per questo non ci si stanca di ascoltarlo.  Racconta di una città meravigliosa e disperata, che dietro la maschera d’ordine e disciplina imposta dal fascismo, nasconde povertà e miseria, e lo fa con una passione che lascia trasparire tutto l’amore per la sua città. Questo romanzo è anche un piccolo compendio di cultura napoletana, una sequela di indimenticabili cartoline. C’è il racconto minuzioso delle tradizioni, la simbologia del presepe, i preparativi per il Natale. Il Natale. Quello dei ricchi e quello degli straccioni, dei pescatori e delle loro famiglie che lavorano giorno e notte senza sosta per<em> tirare a campare</em>. Il Natale vissuto come momento di speranza in un cambiamento che appare impossibile.</p>
<p>Infine c’è il teatro dei fratelli <strong>De Filippo</strong>, che presentano <em><strong>Natale in casa Cupiello</strong></em> per la prima volta. Insomma, è un libro in cui Napoli appare per quello che è. Un’eterna, meravigliosa contraddizione che mescola pura bellezza e nera disperazione, un enorme presepe di luci e ombre in cui il commissario Ricciardi dovrà muoversi, ancora una volta, lungo il confine tra la vita e la morte.</p>
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		<title>Philip Roth, un invito alla lettura</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 17:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160;    Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c&#8217;è altro mezzo per essere qui. (La Macchia Umana, P. Roth) Se Harold Bloom, uno dei più influenti critici letterari d’oltreoceano, ha inserito Philip Roth tra i &#60;&#60;magnifici quattro della letteratura  nord-americana&#62;&#62; assieme a Don Delillo, Thomas [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cittadelmonte.info/2011/11/05/philip-roth-un-invito-alla-lettura/reading-roth/" rel="attachment wp-att-6503"><img class="alignleft size-medium wp-image-6503" src="http://static.cittadelmonte.info/static/img/Reading-Roth-200x138.jpg" alt="" width="200" height="138" /></a></p>
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<p style="text-align: right;">   <em>Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>non c&#8217;è altro mezzo per essere qui.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em></em>(La Macchia Umana, P. Roth)</p>
<p>Se <strong>Harold Bloom</strong>, uno dei più influenti critici letterari d’oltreoceano, ha inserito <strong>Philip Roth</strong> tra i &lt;&lt;magnifici quattro della letteratura  nord-americana&gt;&gt; assieme a <strong>Don Delillo</strong>, <strong>Thomas Pynchon</strong> e <strong>Cormac McCarthy</strong>, un motivo dovrà pur esserci.</p>
<p>Philip Roth nasce a Newark nel 1933 da famiglia ebrea. E’ importante ricordarlo perché l’ebraismo, con tutta la cultura sottostante, ha influenzato e influenza tuttora la produzione dello scrittore americano. Conoscere e approfondire Roth non è impresa facile. Tanti sono i suoi libri che andrebbero letti e che varrebbe la pena avere in libreria. Satira del circostante, dissacrazione, sessualità e morte sono solo alcuni dei temi che caratterizzano la produzione di Philip Roth, scrittore che ha attraversato i generi letterari senza rimanerne ingabbiato, partendo dalla satira feroce e politicamente scorretta, passando per il romanzo familiare, quello storico e fantapolitico, fino all’introspezione più sincera e alle riflessioni sui temi della morte e della vecchiaia, che caratterizzano i suoi ultimi romanzi. Il tutto facendo sfoggio di un talento cristallino e sempre identificabile.</p>
<p>Avvicinarsi alla scrittura e ai libri di Roth richiede un po’ di tempo e pazienza. Il suo stile colto, l’ironia sottile, l’amarezza e le continue riflessioni, potrebbero allontanare il lettore meno avvezzo. D’altro canto, una volta compiuto con cautela il primo passo, sarà difficile separarsene, perché quello che nascerà sarà un legame duraturo e definitivo. Insomma, se ancora non si è letto nulla dello scrittore di Newark, è opportuno cominciare nel modo giusto, partendo con il suo primo vero capolavoro: <em><strong>Il Lamento di Portnoy</strong></em>, un lungo monologo, sincero e derisorio, in cui un giovane ebreo in carriera esprime tutte le sue frustrazioni, le sue manie e i vizi che ossessivamente lo tormentano. Un romanzo che conserva ancora oggi buona parte della trasgressività che ne caratterizzò la pubblicazione. Si potrebbe proseguire sulla stessa scia con <em><strong>Il teatro di Sabbath</strong></em>, un libro per stomaci forti e allenati, il cui scandaloso protagonista resterà appiccicato al lettore per parecchio tempo. A questo punto potrebbe essere arrivato il momento di un romanzo storico, del tipo come-sarebbero-andate-le-cose-se. <em><strong>Il Complotto contro l’America</strong></em> è il titolo giusto per continuare il viaggio nell’universo Roth.</p>
<p>Lo scrittore americano  ha inoltre dato vita ad un vero e proprio alter ego letterario, <strong>Nathan Zuckermann</strong>, di professione, manco a dirlo, scrittore e protagonista di romanzi come <strong>Lo scrittore fantasma</strong> e <strong>Zuckermann scatenato</strong>, nonché narratore nei maestosi <strong>Pastorale Americana</strong> e <strong>La macchia umana</strong>. Quest’ultimo, in particolare, potrebbe comportare il definitivo innamoramento nei confronti del romanziere di Newark. <em><strong>La macchia umana</strong></em>, da cui è stato tratto un film, la cui visione è davvero sconsigliata, è un romanzo complesso e variamente interpretabile, racconto in cui razzismo e finto perbenismo fanno da sfondo alla vicenda umana del professor Coleman Silk, a testimonianza dell’interesse di Philip Roth per l’uomo nella sua accezione più ampia, l’interesse di un instancabile e geniale esploratore della vita.</p>
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<p>Proposte di lettura, ovvero: Philip Roth in otto romanzi.</p>
<p>Lamento di Portnoy</p>
<p>Lo scrittore fantasma</p>
<p>Il teatro di Sabbath</p>
<p>L’animale morente</p>
<p>Il fantasma esce di scena</p>
<p>Pastorale americana</p>
<p>La macchia umana</p>
<p>Everyman</p>
<p>I romanzi di Philip Roth sono pubblicati in Italia da Einaudi</p>
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		<title>Eleven in September di Silvia Tessitore</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 16:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eleven in September di Silvia Tessitore Edito da ilmiolibro.it p. 214, 15,00 Euro. Il mio tempo si è inceppato &#8211; l&#8217;11 settembre 2001 &#8211; e non è più ripartito a dovere: zoppica, balbetta, inciampa, soffre di lunghe apnee, fatica come mai a trascinarmi oltre l&#8217;ostacolo di giornate sempre più brevi e  pesanti, inquiete e cerebrali. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Eleven in September</strong></p>
<p><strong>di Silvia Tessitore</strong></p>
<p><strong>Edito da ilmiolibro.it</strong></p>
<p><strong>p. 214, 15,00 Euro.</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Il mio tempo si è inceppato &#8211; </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>l&#8217;11 settembre 2001 &#8211; e non è più ripartito a dovere:</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><a href="http://cittadelmonte.info/2011/10/30/eleven-in-september-di-silvia-tessitore/dsci0983/" rel="attachment wp-att-6468"><img class="alignleft size-medium wp-image-6468" src="http://static.cittadelmonte.info/static/img/DSCI0983-200x150.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a>zoppica, balbetta, inciampa, soffre di lunghe apnee, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>fatica come mai a trascinarmi oltre l&#8217;ostacolo di giornate sempre più brevi e  pesanti,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>inquiete e cerebrali.  La storia non ha alcun bisogno di me, mi dicevo, </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>si lasci per lo meno raccontare</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono trascorsi dieci anni dai fatti dell’11 settembre 2001, eppure la percezione è ingannevole, il tempo sembra essersi fermato.       Fiumi d’inchiostro sono stati versati e immagini terribili sono state trasmesse ininterrottamente, proposte e riproposte alla nostra attenzione. Ma non tutto è stato raccontato. Altre storie chiedevano asilo alle pagine di un libro, storie di testimoni fuori dai giochi politici, di gente normale che non ha alcuna voce in capitolo.</p>
<p><strong>Eleven in September</strong>, da poco pubblicato con la formula del self-publishing dalla scrittrice e giornalista casertana <strong>Silvia Tessitore</strong>, ha contribuito a riempire questo vuoto.</p>
<p>Si tratta di un romanzo-reportage nel quale l’autrice ha provato a raccontare i fatti dell’<strong>11 Settembre 2001</strong> dal punto di vista di alcuni superstiti, personalmente incontrati ed intervistati a New York quattro anni dopo, in occasione del suo primo viaggio negli USA. Nell’incedere del racconto non sentirete parlare di Bush o Bin Laden, se non <em>di striscio</em>, non leggerete di teorie del complotto o simili. Non si tratta un libro politico. L’obiettivo della Tessitore è un altro: raccontare storie di persone comuni, farlo per elaborare un enorme lutto personale e collettivo. E così, la cronaca delle giornate newyorkesi è intervallata da incontri con i testimoni, pagine di storia e commozione, parole pesanti come macigni, pronunciate con la difficoltà di chi è ancora alla ricerca di una pace interiore che stenta ad arrivare, persino a quattro anni di distanza ( le storie risalgono al 2005).</p>
<p>Forse è questo che accomuna le testimonianze: i protagonisti sono ancora su quelle torri, tentano ogni giorno di uscirne vivi, ogni risveglio è segnato da un ricordo che lacera i pensieri e paralizza l’azione. Insomma, in alcuni momenti, quando il libro richiama alla mente i fatti, diventa strumento vivo, lo stringiamo fra le mani con difficoltà. Fortunatamente però, tra una storia e l’altra, <strong>Silvia Tessitore</strong> allevia lo sgomento raccontandoci le sue giornate da turista; il dramma fa posto alla leggerezza e le parole scivolano via senza far male. In fondo s’intuisce il suo desiderio di voltare pagina e, soprattutto, la sua enorme e vitale curiosità.  E’ la curiosità di chi non vuole sprecare neanche uno sguardo, di chi non vuole perdersi niente, non uno spicchio di cielo, tanta è stata l’attesa di conoscere finalmente la città amata, conosciuta un po’ per caso durante l’adolescenza e oggetto di immaginari viaggi grazie al romanzo di Fitzgerald, <strong>Il grande Gatsby</strong>.</p>
<p>Eleven in September è un libro estremamente sincero: i suoi racconti sono forti, a volte  difficili da mandar giù, ma la voce appassionata che riempie le sue pagine merita senza dubbio di essere ascoltata.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un calcio in bocca fa miracoli</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 10:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta Einaudi, 2011 190 p., prezzo: 16,50 euro. [do action="evidenziatore" colore="#ffff00"]Compra Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta a 14,02€[/do] &#160;  Morire d’agosto, ecco un progetto simpatico. Un funerale pieno di gente abbronzata ha un’aria sana ed elegante, viene voglia d’iniziarlo con un aperitivo di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un calcio in bocca fa miracoli</strong></p>
<p><strong>di Marco Presta</strong></p>
<p><strong>Einaudi, 2011</strong></p>
<p><strong>190 p., prezzo: 16,50 euro.</strong><br />
<strong></strong>[do action="evidenziatore" colore="#ffff00"]<strong><a href="http://www.amazon.it/gp/product/880620632X/ref=as_li_qf_sp_asin_tl?ie=UTF8&amp;tag=cittadelpress-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=880620632X">Compra Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta a 14,02€</a><img src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cittadelpress-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=880620632X" alt="" width="1" height="1" border="0" /></strong>[/do]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6413" src="http://static.cittadelmonte.info/static/img/un-calcio-in-bocca-fa-miracoli1-128x200.jpg" alt="" width="128" height="200" /></p>
<p align="right"> <em>Morire d’agosto, ecco un progetto simpatico. </em></p>
<p align="right"><em>Un funerale pieno di gente abbronzata ha un’aria sana ed elegante, </em></p>
<p align="right"><em>viene voglia d’iniziarlo con un aperitivo di benvenuto. […] </em></p>
<p align="right"><em>Chi tira le cuoia in questo periodo, </em></p>
<p align="right"><em>rompe le scatole all’intera parentela, un’idea senza dubbio allettante</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il protagonista del primo romanzo di Marco Presta  è uno scorbutico <strong>vecchiaccio</strong>, come lui stesso si definisce, di cui fino alla fine non sapremo il nome. In realtà non è poi così importante. Molto più importanti ai fini della storia che si dipana sotto i nostri occhi  sono i fatti che questo vecchiaccio antipatico e con la battuta pronta riesce a raccontarci. Soprattutto il modo in cui lo fa.</p>
<p> Il protagonista  non è esattamente la persona che si vorrebbe avere come amico: non è comprensivo, non è presente, non è propositivo, ma lasciando scorrere la lettura ci si accorge, forse con ribrezzo e disapprovazione per se stessi, che il vecchiaccio forse  sta pure simpatico, nonostante le sue pessime abitudini, la capacità di vedere sempre il peggio nelle cose e la sua visione cinica ma terribilmente divertente del mondo. L’esatto contrario di Armando, il suo migliore (ed unico) amico, uomo d’altri tempi, gentile, positivo e sempre sorridente. Il pizzicagnolo Armando, che riusciva a muoversi con disinvoltura dietro il suo bancone dei salumi anche con una benda sopra gli occhi, così diverso dal protagonista eppure suo amico, il suo migliore amico. Aveva scelto di esserlo senza chiedergli il permesso. Un’amicizia incondizionata e senza nulla a pretendere o forse, chissà, il contraccambio era stare con una persona completamente diversa da sé, scorbutica e cinica, e non sentire il bisogno di cercare altro.</p>
<p>Il romanzo di Presta, autore peraltro della trasmissione radiofonica <strong>Il ruggito del coniglio</strong>, ormai un cult, riesce a cogliere un mucchio di aspetti sgradevoli della vecchiaia, senza bonificarli: è la vecchiaia nuda e cruda che, pur filtrata dalle parole del settantenne protagonista, non vuole sembrare quello che non è. Non è una bella cosa, è spiacevole, si è spesso soli, qualche volta malati e, soprattutto, ogni giorno si deve escogitare un modo per passare il tempo, altrimenti le giornate diventano infinite. Messa così sembrerebbe un libro triste, ma non lo è affatto. E qui sta il bello. Perché sono le battute geniali e il cinismo del protagonista a farla da padroni, a rendere leggero un racconto così. La tagliente ironia  e il sarcasmo velano ogni aspetto della sua vita, dai problemi alla prostata malandata, alla solitudine che lo fa parlare persino con una pianta sul balcone. Il nostro vecchiaccio cammina per il quartiere, guarda nella scollatura della bella portinaia, entra ed esce dai negozi senza comprare niente, muovendosi con disincanto e senza illusioni, con sguardo distaccato. Insomma, vive facendo leva sulla più grande forza che governa le nostre vite: l&#8217;inerzia.</p>
<p><strong>Un calcio in bocca fa miracoli</strong> è un romanzo che affronta con leggerezza  e ironia il tema della vecchiaia, commovente e  divertentissimo al tempo stesso.  E’ un libro raro, di quelli  che quando hai finito di leggerli sei contento d’averlo fatto.</p>
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		<title>La sionista castrante</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 20:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;&#60;Anni fa scrissi un racconto su mia madre, intitolato La sionista castrante&#62;&#62;. Questa celebre battuta, pronunciata da Isaac Singer, protagonista di Manhattan, è frutto del genio comico di  Woody Allen. Pur sembrando una battuta insignificante ai fini del film o del personaggio,  riveste una grande importanza perché delinea il carattere di Isaac Davis, un ebreo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;&lt;Anni fa s<a href="http://cittadelmonte.info/2011/07/31/la-sionista-castrante/lamento-di-portnoy/" rel="attachment wp-att-5915"><img class="alignleft size-medium wp-image-5915" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/Lamento-di-Portnoy-122x200.jpg" alt="" width="122" height="200" /></a>crissi un racconto su mia madre, intitolato <em>La sionista castrante</em>&gt;&gt;. Questa celebre battuta, pronunciata da Isaac Singer, protagonista di <em>Manhattan</em>, è frutto del genio comico di  Woody Allen. Pur sembrando una battuta insignificante ai fini del film o del personaggio,  riveste una grande importanza perché delinea il carattere di Isaac Davis, un ebreo sessualmente disinibito ma pieno di  incertezze causate probabilmente dalla rigida educazione impartitagli dalla madre. E’ possibile cogliere un nesso tra il personaggio creato da Woody Allen  e il celebre romanzo di Philip Roth, <em>Lamento di Portnoy</em> (pubblicato in Italia da Einaudi), romanzo che ha reso celebre lo scrittore di Newark. Pubblicato nel 1967, anno culturalmente florido sia in campo letterario che musicale, <em>Portnoy’s Complaint</em> è il tipico romanzo scandaloso (così fu definito a suo tempo) destinato a fare scalpore sia per le tematiche trattate che per il linguaggio disinibito ed esplicito. Alexander Portnoy, protagonista monologante, è un geniale e logorroico ebreo ossessionato dal sesso. Il sesso è il perno intorno al quale ruota la sua vita. Tuttavia egli non riceve alcuna gratificazione nei rapporti sessuali, né riesce a costruire una relazione che possa definirsi stabile. Quella di Alexander Portnoy è una sessualità ossessiva e senza limiti, una continua ricerca che lo trascina verso le pratiche più estreme e immorali e che si traduce in uno schiacciante senso di colpa unito al timore di dover espiare in qualche modo i propri &lt;&lt;peccati&gt;&gt;. Gran parte dei suoi comportamenti sono il frutto del legame instaurato con la madre in tenera età. Emblematico in tal senso è il titolo del primo paragrafo, &lt;&lt;Il personaggio più indimenticabile che ho conosciuto&gt;&gt;, riferito non a caso alla madre. &lt;&lt;Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita&gt;&gt;. Con queste parole Alex apre il suo monologo-fiume dallo psichiatra, raccontando la personale visione della madre. Il discorso è ironico, uno sfogo più divertito che rabbioso che cresce gradualmente d’intensità, pagina dopo pagina, giungendo alle soglie dell’invettiva. L&#8217;autore racconta i passi della sua educazione, un percorso, dal suo punto di vista, segnato da una raffica di frustranti divieti e regole minuziose. Quella di Alex è  perfetta vita di un bambino dotato di grande intelligenza, costretto a subire il controllo asfissiante di sua madre, una vera e propria &lt;&lt;sionista castrante&gt;&gt;, e l&#8217;influenza di un certo ambiente ebraico-americano del dopoguerra,  che appare sempre pronto ad esaltare la sua  presunta superiorità etica nei confronti dell&#8217;intera umanità. E’ così che il piccolo Alex comincia a temere le conseguenze delle proprie azioni, vivendo un contrasto interno composto da tensioni di sincero altruismo e pulsioni sessuali a dir poco sfrenate.  Il &#8220;perfetto bambino ebreo&#8221; comincia a sfogare le sue frustrazioni e la sua voglia d’autonomia nell’autoerotismo, in altre parole le &lt;&lt;seghe&gt;&gt;  (termine che da anche il titolo ad un esilarante paragrafo), una pratica che assurge gradualmente ad  interesse primario e che lo porterà, in età adulta, da uomo di successo, a vivere storie tormentate con ragazze rigorosamente non ebree, senza sosta e senza pace, come a voler cercare una via d’uscita dalla sua vita sionista fino al midollo.</p>
<p>In questo romanzo, Philip Roth utilizza un linguaggio sempre sospeso fra il disperato e l&#8217;irriverente, presente anche in capolavori successivi come <em>Il Teatro di Sabbath</em>. Egli se ne serve per descrivere e criticare un mondo che conosce bene e di cui è parte, un po&#8217; come Woody Allen ha fatto nel cinema qualche anno dopo.</p>
<p>&lt;&lt;Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica&gt;&gt;. In questo lamento c’è il senso del romanzo, una satira  sull’ebraismo e le sue tradizioni, uno sfogo divertente e a tratti amaro su un insanabile conflitto interiore, alla ricerca incessante di una normalità che per Alexander Portnoy si presenta come un miraggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Open, storia di Andre Agassi</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 19:51:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Open, edito da Einaudi, è l’autobiografia di un grande tennista ritiratosi da poco dai campi di terra battuta: Andre Agassi. Sportivo simbolo degli anni &#8217;90 entrato nell’immaginario di milioni di persone come figura di eclettico campione. Il suo non è un libro rivolto ai tifosi o ai maniaci del tennis: non contiene dotte analisi sullo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-5544" href="http://cittadelmonte.info/2011/07/02/open-storia-di-andre-agassi/copertina-open/"><img class="alignleft size-medium wp-image-5544" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/copertina-Open-127x200.jpg" alt="" width="127" height="200" /></a><em>Open</em>, edito da Einaudi, è l’autobiografia di un grande tennista ritiratosi da poco dai campi di terra battuta: Andre Agassi. Sportivo simbolo degli anni &#8217;90 entrato nell’immaginario di milioni di persone come figura di eclettico campione. Il suo non è un libro rivolto ai tifosi o ai maniaci del tennis: non contiene dotte analisi sullo sport con la racchetta e non descrive tattiche o schemi di gioco utilizzando un lessico da addetti ai lavori. Al contrario, è un libro in cui tutti possono riconoscersi e trovare spunti interessanti, pieno di riflessioni sulle tante contraddizioni disseminate nelle nostre vite. E soprattutto non somiglia alle tante autobiografie di sportivi che celano la mano di un ghost writer.</p>
<p>La storia comincia dalla fine. Siamo agli US Open del 2006, Agassi contro Marcos Baghdatis, match che potrebbe essere l&#8217;ultimo della sua carriera. Da questo racconto si dipana il filo dei ricordi: parte dal rapporto col padre, suo primo allenatore, passando per i suoi due matrimoni, quello frettoloso con Brooke Shields e quello con Steffi Graf, suo grande amore e madre dei suoi figli, senza dimenticare gli amici.</p>
<p>Come tanti professionisti dello sport, anche Agassi ha iniziato prestissimo, praticamente costretto da un padre-tiranno che aveva già scelto il suo destino: numero uno del tennis mondiale, a tutti i costi. Durante una partita di ping-pong, il padre Mike si accorge che il suo bambino segue la palla muovendo solamente gli occhi, senza il minimo movimento della testa. Qualcosa scatta in lui. È consapevole del talento del figlio, ma sa che il talento da solo non basta, è necessaria la fatica, la disciplina e la dedizione per essere i primi al mondo. Così la vita della famiglia Agassi comincia a scorrere in funzione di quest’obiettivo. Perfino la scelta dell’abitazione ha un ruolo chiave: la casa deve avere lo spazio necessario per costruirci un campo da tennis in cui allenare Andre. Quel campo, costruito metro per metro dal padre, diventerà la sua prigione. &lt;&lt;<em>Papà dice che se colpisco 2500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile.&gt;&gt;</em> Queste poche righe sono emblematiche e non richiedono ulteriori spiegazioni. C’è però una contraddizione che Agassi mette subito in chiaro: &lt;&lt; Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato&gt;&gt;. Questa confessione, fatta quasi in apertura, costituisce il filo conduttore dell’odissea di un professionista in grado di vincere 896 match in carriera, 60 tornei ATP, 8 Slam. Unico giocatore nella storia a vincere i quattro più importanti tornei dello Slam, la medaglia d’oro alle Olimpiadi, il torneo ATP World Championship e la Coppa Davis. Insomma, non uno qualunque.</p>
<p>La disciplina ferrea che il padre gli impone, fatta di allenamenti interminabili contro il &#8220;drago&#8221; sparapalle, da un lato fa crescere nel giovane Andre l’odio per il tennis, e dall’altro lo rende una macchina che a 9 anni non solo non ha ancora perso un match, ma riesce a battere senza difficoltà l’incredulo ex campione di football americano Jim Brown, incontrato per caso in un campo d’allenamento. Il racconto procede con precisione, apparendo di una sincerità disarmante. E’ come se tutta la verità che Agassi ha tenuto per sé in anni di interviste preconfezionate, in cui raccontava solo ciò che i giornalisti volevano sentirsi dire, sia stata riversata in queste pagine come una liberazione.</p>
<p>Il tennista di Las Vegas ripercorre &#8211; aiutato dal Pulitzer J. R. Moehringer, verso il quale ha un debito di riconoscenza &#8211; numerosi match della sua carriera, ricordando soprattutto le interminabili sfide con la storica nemesi Pete Sampras. Di ogni avversario Andre porta con sé un ricordo, il dolore di una sconfitta, la fatica per la conquista di un punto o un particolare stato d&#8217;animo. Si percepisce la grande pressione alla quale si sente sottoposto e la solitudine di uno sport in cui due atleti si sfidano, restando per ore in un rettangolo di gioco, soli con i propri pensieri.</p>
<p>Molto sentite ed emozionanti le pagine dedicate a Gil e Brad, preparatore atletico il primo e coach il secondo, due figure di cruciale importanza sia da un punto di vista sportivo che umano per Agassi. Rovinose cadute ed entusiasmanti risalite hanno caratterizzato sia la vita che la carriera di questo campione insicuro e generoso, che ora dedica gran parte del suo tempo all’altro suo grande progetto: l’Andre Agassi College Preparatory Academy, una scuola per preparare i ragazzi di strada all’università. Andre ha realizzato, con l’aiuto di amici, un campus da 40 milioni di dollari in un uno dei quartieri più poveri e difficili di Las Vegas, dando la possibilità ai bambini del quartiere di ricevere un&#8217;istruzione qualitativamente elevata  in grado di condurli fino all’università.</p>
<p>In definitiva, questa autobiografia suscita curiosità ed empatia perché mette a nudo le incertezze e le contraddizioni di uno dei più grandi tennisti di sempre, mostrandoci da vicino l’uomo che per tanti anni si è nascosto dietro l’atleta.</p>
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		<title>Per segnare bisogna tirare in porta (Edizioni Spartaco).</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 15:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;&#60; Per segnare bisogna tirare in porta &#62;&#62; disse una volta Vujadin Boskov al giornalista che gli chiese di commentare lo zero a zero della sua squadra. Una frase semplice che racchiude la filosofia di un gioco semplice, il calcio. Una frase che da il titolo alla raccolta di racconti, edita da Spartaco nel 2010, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://files.cittadelmonte.info/static/img/Per-segnare-bisogna-tirare-in-porta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4944" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/Per-segnare-bisogna-tirare-in-porta-133x200.jpg" alt="" width="133" height="200" /></a></p>
<p>&lt;&lt; Per segnare bisogna tirare in porta &gt;&gt; disse una volta Vujadin Boskov al giornalista che gli chiese di commentare lo zero a zero della sua squadra. Una frase semplice che racchiude la filosofia di un gioco semplice, il calcio. Una frase che da il titolo alla raccolta di racconti, edita da Spartaco nel 2010, alla quale hanno partecipato tredici scrittori. A ciascuno di loro è stato chiesto di raccontare un calciatore, il suo personale eroe calcistico, un eroe per caso oppure un mito immortale seduto nel pantheon della propria squadra del cuore. Il risultato è una raccolta varia e colorata,  piena di curiosità, un libro sul calcio, certo ( già vedo qualcuno storcere il naso), ma  con storie meritevoli di essere raccontate. Come quella di Alexi Lalas, calciatore americano con sogni da rockstar,  arrivato con tante promesse a vestire la maglia di una squadra della serie A italiana negli anni ‘90. Quella di Lalas è una storia in bilico tra la passione per il rock ‘n’ roll e il talento per il calcio.  &lt;&lt;<em> You can’t always get what you want<a href="#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>&gt;&gt; </em>recita il titolo del racconto; sottotitolo : &lt;&lt; La passione è un’altra cosa, non c’entra niente con quello che sai fare &gt;&gt;, come scrive Athos Zontini che introduce così Lalas : &lt;&lt; La differenza tra qualsiasi musicista senza fortuna  e Alexi Lalas sta nel fatto che nessun musicista senza fortuna ha fatto parte della squadra olimpica, della Nazionale americana di calcio o di un club italiano di serie A, per quanto piccolo come il Padova. A nessun musicista senza fortuna hanno mai proposto di scrivere un’autobiografia sulle proprie imprese sportive quando aveva ventisei anni ed era ancora in perfetta salute o hanno mai dedicato un videogioco sul <em>soccer </em>della playstation (Alexi Lalas International soccer, n.d.a.).  Nessun chitarrista, batterista o pianista senza fortuna ha partecipato ai Mondiali, ha vinto due volte di seguito il campionato americano e dopo essersi ritirato è diventato anche un manager di successo nel mondo del calcio &gt;&gt;.</p>
<p>Divertente e appassionato è anche il racconto di Gianluca Morozzi, &lt;&lt; Heroes (Just for one day) &gt;&gt;. L’eroe in questione è Sergio Volpi e la squadra è il Bologna, di cui l’autore è gran tifoso.  Gianluca Morozzi è riuscito, con le sue riflessioni, a cogliere i punti cardine della psicologia di un tifoso, senza renderli banali. Il suo è uno sguardo curioso, capace di riportare sensazioni precise, traiettorie dei passaggi, dipanarsi delle azioni e conseguente contraccolpo sullo stato d’animo dei tifosi; piccoli momenti di gloria che accomunano i sostenitori di tutte le squadre, il tutto imbevuto di sarcasmo e ironia. Morozzi, durante la lettura, riesce a tenerti col fiato sospeso anche se non tifi per il Bologna.</p>
<p>Altri racconti hanno tra i protagonisti campioni come Dino Zoff, Agostino di Bartolomei, Roberto Mancini. Fino ad arrivare al più grande, Diego Armando Maradona, e al suo gol leggendario segnato contro gli inglesi ai mondiali messicani del 1986, raccontato con maestria e passione da Maurizio De Giovanni, tifosissimo del Napoli. Il suo racconto è la storia di una cavalcata dai  contorni epici, il piccolo e imprevedibile indio contro gli arcigni e alti difensori inglesi, una muta di cani che insegue la volpe.  Insomma, una vera chicca.</p>
<p>La raccolta annovera fra i partecipanti anche l’interista Marco Civoli, il blaugrana Josè Quirante Rives, il milanista Paolo Pasi e altri validi autori, per tredici racconti accomunati da una visione ingenua e spontanea del calcio, a dimostrazione del fatto che questo sport, osservato con lo stupore  e l’innocenza di un ragazzino, ha tante storie da raccontare.</p>
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<hr size="1" />
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<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> <em>Non puoi sempre ottenere quello che vuoi.</em></p>
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		<title>La strada di Cormac McCarthy</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 18:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[la-strada]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#60;&#60;La strada&#62;&#62;, un titolo che dice già tanto. La strada evoca il cammino, un viaggio,  può essere quella della vita o parte di essa. La strada può essere la vita stessa. Possiamo percorrerla da soli o con qualcuno. Nel romanzo di Cormac McCarthy, edito da Einaudi e meritevole del Pulitzer nel 2007, un padre e suo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;&lt;La strada&gt;&gt;, un titolo che dice già tanto. La strada evoca il cammino, un viaggio,  può essere quella della vita o parte di essa. La strada può essere la vita stessa. Possiamo percorrerla da soli o con qualcuno. Nel romanzo di Cormac McCarthy, edito da Einaudi e meritevole del Pulitzer nel 2007, un padre e suo figlio percorrono la strada che attraversa un mondo alla fine dei suoi giorni. Un luogo morto, distrutto da un’immensa catastrofe di non specificata entità, alla quale pochissimi sono sopravvissuti. Tra questi, un bambino e suo padre. I due sono in cammino lungo  la strada che li porterà verso una possibile salvezza, in una situazione che sembra però offrire poche speranze. Intraprendono il  viaggio a piedi con poche cose, la loro vita è tutta nel carrello da supermercato che faticosamente si trascinano dietro. I giorni passano tutti uguali, scanditi dalla ricerca di cibo tra le rovine coperte di cenere  di quelle che un tempo erano abitazioni e dalle gelide notti trascorse sotto un telo di plastica e coperte logore. In una tale desolazione emerge il rapporto tra il bambino e suo padre, un uomo pronto a tutto pur di difenderlo dai predoni che vagano in cerca di cibo e vestiti. &lt;&lt;Noi siamo i buoni perché portiamo il fuoco, vero papà? &gt;&gt; chiede più volte il bambino. Il fuoco, elemento che in questo romanzo riveste un’importanza vitale, assieme all’acqua rappresenta lo spazio che separa la vita dalla morte: senza il fuoco non si resiste alle notti fredde. Il fuoco come elemento simbolico di conoscenza e civiltà portato lungo la strada passando da padre in figlio, a rappresentare l’eterna continuità della vita.</p>
<p>McCarthy ha una grande capacità di evocare e rappresentare visivamente ciò che scrive, riesce  letteralmente a farci vedere ciò che accade. Le scene descritte sembrano prendere vita, al punto che potremmo considerare il romanzo una sceneggiatura. Il paesaggio cinereo, gli alberi morti, i cadaveri lungo il cammino. La desolazione è totale, soffocante,  in alcuni momenti si percepisce  la silenziosa disperazione del padre, la paura che qualcuno possa trovarli e coglierli di sorpresa; il padre, colui che ha il compito di proteggere il bambino e  prepararlo al momento in cui sarà da solo. Eppure è la speranza a tenere vivo il racconto,  speranza inestinguibile che spinge i due protagonisti a cercare la vita quando sembra non esserci,  speranza che esce dalle pagine ed entra nel lettore consentendogli di provare empatia per un uomo e suo figlio.</p>
<p>La  sapienza di McCarthy consiste nell’essere riuscito a scrivere una storia con due soli personaggi principali e pochi altri secondari che appaiono fugacemente durante la narrazione, tenendo alto il <em>pathos</em> dell’intera vicenda. Il tutto con una grande poesia, toccante ma non melliflua, commovente ma non artificiosa, con dialoghi asciutti e serrati, composti da poche parole, senza i due punti e le virgolette, brevi,  ma profondi.</p>
<p>Insomma, &lt;&lt;La strada&gt;&gt; è un libro da non perdere, perchè è un libro autentico e pieno di quello che Harold Bloom chiama &#8220;splendore estetico&#8221;.</p>
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		<title>Il Tempo di Woodstock di Assante e Castaldo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 13:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo di Woodstock 1969 festival anni sessanta Bethel Assante Castaldo]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa resta di Woodstock dopo più di quarant’anni?  Per chi oggi ha vent’anni il nome Woodstock evoca probabilmente la grande folla di un concerto, il termine è oramai entrato nell’immaginario collettivo come stereotipo di una immensa distesa umana. Se solo questo è quello che resta, qualcosa deve essersi perso per strada. Il Tempo di Woodstock [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://files.cittadelmonte.info/static/img/tempo-di-woodstock.jpg"><img class="size-full wp-image-4328 alignleft" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/tempo-di-woodstock.jpg" alt="" width="269" height="374" /></a></p>
<p>Cosa resta di Woodstock dopo più di quarant’anni?  Per chi oggi ha vent’anni il nome Woodstock evoca probabilmente la grande folla di un concerto, il termine è oramai entrato nell’immaginario collettivo come stereotipo di una immensa distesa umana. Se solo questo è quello che resta, qualcosa deve essersi perso per strada. Il Tempo di Woodstock si propone di raccontarci questo qualcosa, di riempire il vuoto formatosi nel tempo e spiegarci l’evento Woodstock a tutto tondo per spazzare via i pregiudizi e restituircene un’immagine meno sfocata e sbiadita.</p>
<p>L’obiettivo degli autori è quello di rompere il velo di superficialità che aleggia intorno al festival di Woodstock, cercando di chiarirne la portata quale avvenimento culturale arrivato al culmine della controcultura degli anni sessanta. E per fare questo, gli autori dedicano interi paragrafi al contesto storico, alla nascita del movimento Hippy, agli  anni sessanta, decade certamente piena di contraddizioni nella quale la musica migliore era anche la più venduta. A Woodstock si riunirono le migliori menti musicali del momento per l’evento che avrebbe rappresentato l’istantanea di una generazione, la dimostrazione che quasi un milione di persone poteva convivere pacificamente per tre giorni ascoltando musica, nonostante un’organizzazione pionieristica e numerose circostanze avverse come la scarsità di cibo e acqua e la pioggia.</p>
<p style="text-align: left;">Il mondo stava a guardare questa enorme massa di persone che proveniva da ogni angolo dell’America per assistere ad un concerto che diventò gratuito ancor prima di cominciare, un concerto nel quale la sicurezza non era dotata di armi e si faceva chiamare &lt;&lt;Please Force&gt;&gt;.  Tutti gli osservatori si aspettavano un imminente disastro per poter esprimere il loro stucchevole &lt;&lt;l’avevamo detto&gt;&gt; nei confronti di un avvenimento in cui  troppi erano i valori contro-culturali in gioco: il comunitarismo, il rifiuto della guerra, le droghe, la differente morale sessuale. Il movimento Hippy  non si proponeva di cambiare la società, quanto di costruire un’altra società, al di fuori di quella &lt;&lt;ufficiale&gt;&gt;,  fondata su valori differenti. Va da se che ciò spaventava l’establishment.</p>
<p style="text-align: left;">Veniamo brevemente alla struttura del libro.</p>
<p style="text-align: left;">Dopo gli indispensabili paragrafi d’apertura, utilissimi ad introdurre il lettore nell’atmosfera di quegli anni complessi e pieni di capovolgimenti, comincia il racconto del festival. Racconto che già di per se è il  romanzo di formazione di una generazione. Scopriamo che Woodstock affondava le sue radici in altri due raduni, il <em>Festival di Monterey</em> e lo <em>Human Be-In,</em> entrambi del 1967. Questi due avvenimenti gettarono i semi per la nascita della leggenda e furono i primi mattoni della Woodstock Nation, come fu chiamata la popolazione che due anni dopo riempì la fattoria di Max Yasgur.  Scopriamo anche che il festival non si svolse a Woodstock ma a Bethel, piccola cittadina della contea di Sullivan, stato di New York.</p>
<p style="text-align: left;">L’inizio della storia ha assunto i contorni della leggenda. Michael Lang, già organizzatore di alcuni concerti di piccole proporzioni, vuole costruire uno studio di registrazione a Woodstock, un’area attorno alla quale ruotavano Dylan, Janis Joplin Richie Havens e altri artisti. Contatta così Artie Kornefeld, già discografico dal discreto successo, e i due decidono che sarebbe bello inaugurare lo studio con un concerto. Il sogno diventa realtà quando i Lang e Kornefeld  incontrano quelli che saranno i loro finanziatori, John Roberts e Joel Rosenman. &lt;&lt; Giovani con un capitale illimitato cercano interessanti, legittime opportunità di investimento e proposte d’affari&gt;&gt;: era questo il biglietto da visita di Roberts e Rosenman, un annuncio quantomeno bizzarro pubblicato sul New York Times.</p>
<p style="text-align: left;">Comincia così il racconto che si concluderà all’alba  del Lunedi 18 Agosto 1969, quando Jimi Hendrix, davanti ad una folla che andava pian piano diminuendo dopo più di tre giorni di musica e fango ( aveva piovuto due volte), suona l’inno Americano con la sua Stratocaster bianca in una maniera così intensa e dissacrante da lasciare tutto il pubblico a bocca aperta, una furiosa esplosione di genio che la storia del rock non avrebbe mai dimenticato.</p>
<p style="text-align: left;">Il Tempo di Woodstock è un saggio semplice e chiaro, pieno di notizie e curiosità, venato da una leggera malinconia, nel quale Ernesto Assante e Gino Castaldo, due tra i migliori giornalisti musicali italiani, provano a raccontare l’anima e il corpo di un evento unico ed irripetibile nella storia del ventesimo secolo.</p>
<p style="text-align: left;">(Il Tempo di Woodstock</p>
<p style="text-align: left;">E. Assante, G. Castaldo</p>
<p style="text-align: left;">Laterza 2009, 15 euro)</p>
<p style="text-align: left;">Francesco Rauccio.</p>
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		<title>Sbarcare il lunario, cronaca di un iniziale fallimento di Paul Auster</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 23:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Rauccio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[bukowski]]></category>
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		<category><![CDATA[Paul Auster]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Auster Sbarcare il lunario cronaca di un iniziale fallimento henry chinasky]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore giovane]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lunario è &#60;&#60;un almanacco popolare (in origine destinato a registrare le fasi lunari, perciò lunario) che registra i mesi e i giorni dell’anno unitamente a previsioni meteorologiche e precetti improntati a una facile presunta saggezza&#62;&#62; (così lo definisce il Devoto-Oli ). Quindi sbarcare il lunario significa tirare avanti, cercare di arrivare alla fine del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://files.cittadelmonte.info/static/img/paul-auster-11.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4050" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/paul-auster-11.jpg" alt="" width="315" height="321" /></a><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il lunario è &lt;&lt;un almanacco popolare (in origine destinato a registrare le fasi lunari, perciò lunario) che registra i mesi e i giorni dell’anno unitamente a previsioni meteorologiche e precetti improntati a una facile presunta saggezza&gt;&gt; (così lo definisce il Devoto-Oli ).</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi sbarcare il lunario significa tirare avanti, cercare di arrivare alla fine del mese/anno con i pochi mezzi economici che si hanno a disposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Auster ha scelto di utilizzare questa espressione ( a dire il vero ha utilizzato l’equivalente inglese, hand to mouth, che vuol dire più o meno lo stesso) per rappresentare un periodo specifico della sua vita. Queste le sue parole : &lt;&lt; A cavallo dei trent’anni, vissi un periodo in cui tutto quello che toccavo si trasformava in fallimento. Il mio matrimonio si concluse con un divorzio, il mio lavoro di scrittore andò a picco, e mi ritrovai assillato dai problemi finanziari …[…] Fino allora, la mia unica ambizione era stata quella di fare lo scrittore. Lo avevo stabilito da quando avevo sedici o diciassette anni, e non mi ero illuso che avrebbe potuto darmi da vivere. Fare lo scrittore non è una “scelta di carriera”, come fare il medico o il poliziotto. Più che sceglierlo, ne vieni scelto, e una volta constatato che non sei adatto a fare nient’altro, ti devi preparare a percorrere per il resto della vita una strada lunga e difficile&gt;&gt;.</p>
<p style="text-align: justify;">Più che sceglierlo ne vieni scelto. E devi prepararti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella raccontata da Auster è soprattutto la storia di un testardo che si è messo in testa di scrivere ed è pronto ad accettare i rischi che questa scelta comporta. Saltando da un’esperienza all’altra, optando per scelte scellerate e poco avvedute, senza pragmatismo, il giovane scrittore deve adattarsi a fare mille lavori, riuscendo con tenacia a trovare il tempo per scrivere e non perdere contatto con il mondo che più gli interessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio nelle prime pagine c’è qualcosa di significativo : &lt;&lt; Non intendo difendere le scelte che feci. Se non furono pragmatiche, la verità è che io non volevo essere pragmatico.[…] Volevo uscire nel mondo e mettermi alla prova […] Può sembrare vecchia letteratura, e forse lo era. Il giovane scrittore dà addio alla famiglia e agli amici salpando per mete incognite alla scoperta di se stesso. Nel bene e nel male, dubito che mi si sarebbe adattata un’impostazione diversa. Avevo l’energia, una testa che scoppiava di idee e il solletico ai piedi. In un mondo così grande, l’ultima cosa che desideravo era starmene al calduccio&gt;&gt;.</p>
<p style="text-align: justify;">Così si imbarca su una petroliera, mette a punto un gioco di carte basato sul baseball che tenta di vendere a qualche produttore, fa il ghost writer per una ricca signora, lavora in una libreria che tratta testi rari, fa il traduttore dal francese, scrive articoli per una rivista, insomma, fa un mucchio di esperienze che si riveleranno utili molto tempo dopo, quando scriverà i suoi migliori romanzi. Leggendoli ci si accorge che, tra i personaggi bizzarri che popolano le sue storie, alcuni sono nati proprio grazie alle innumerevoli esperienze accumulate nel  tentativo continuo e disperato di sbarcare il lunario.</p>
<p style="text-align: justify;">Auster racconta la sua storia, ed è la storia di uno che ci ha provato, ha provato in tutti i modi a vivere facendo quello che riteneva di saper fare, scontrandosi con le continue difficoltà generate da un’oppressiva e soffocante mancanza di denaro. La sua storia mi ha fatto venire alla mente il finale del bellissimo Factotum, film diretto da Bent Hamer, con Matt Dillon nei panni di Henry Chinasky, alter-ego letterario di Charles Bukowsky. Henry Chinasky è un personaggio autodistruttivo e fuori da qualsiasi schema, dedito alla bottiglia e al sesso. Egli ha il talento della scrittura, scrive racconti su racconti mentre passa da un lavoro all’altro, da un licenziamento all’altro. Alla fine del film c’è questo meraviglioso monologo : &lt;&lt; Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo, altrimenti non cominciare neanche, potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa, potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni, potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l’isolamento, l’isolamento è il premio, tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo e tu lo farai nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo, non c’è una sensazione al pari di questa, sarai da solo con gli dei e il fuoco incendierà la tue notti, cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta, è l’unica battaglia buona che ci sia &gt;&gt;.</p>
<p style="text-align: justify;">Chinasky ha poco in comune con Auster, tranne il fatto che entrambi ci hanno provato, andando fino in fondo alla loro strada, lasciandola costellata di meravigliosi fallimenti.</p>
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