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	<title>Città del Monte &#187; Urban&#8230; storie di periferia</title>
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	<description>Giornale Online</description>
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		<title>L&#8217;adulterio</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Aug 2013 17:32:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Guida]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo zio è una bestia esile e gracchiante. Non lo sopporto più. L’ho trovato qualche giorno fa al centro della piazza, completamente nudo, più esaltato del solito e meno in forma che mai. Ho girato al largo sperando che non mi vedesse ma anche se ero lontano la sua voce si sentiva forte e rimbombava [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo zio è una bestia esile e gracchiante. Non lo sopporto più. L’ho trovato qualche giorno fa al centro della piazza, completamente nudo, più esaltato del solito e meno in forma che mai. Ho girato al largo sperando che non mi vedesse ma anche se ero lontano la sua voce si sentiva forte e rimbombava tra i palazzi, nonostante la sua forza fosse esigua e gli permettesse a malapena di soffiarsi tra le labbra.</p>
<p>&lt;Ecco&gt; &#8211; mi fa. &lt;&lt; Alla fine mi hanno costretto e se ci penso bene mi hanno sempre costretto a far qualcosa. Anche quando mi sono imposto di far qualcosa da me, è stato comunque un ordine dall’alto . Un dovere. Comprendi quanta fatica ogni mattina il mondo debba fare per mantenersi in luce e quanto sforzo ogni persona debba attuare per non farsene schiacciare. Così fino ad ora ho vissuto la mia vita, nudo e col culo in alto, in attesa del giudizio di Dio. Quando poi ho capito che il giudizio di Dio, questo oggetto bruciante e devastante che irrompeva in me, altro non era che il <em>giudizio del mondo</em>, la frattura si è fatta insanabile.</p>
<p>Pensavo di vivere per grazia e ora la grazia si è presentata in tutta la sua assurdità. Dovrei lasciarmi andare? Ma lo faccio e lo faccio anche bene, penso. Sono qui in piazza, nudo e gracile come un bambino, a spese mie per la gioia del mondo, ad aspettare un evento qualsiasi. Scoprire poi che la grazia stessa non riguardasse le cose buone, ma le cose tutte per come si presentano, mi ha devastato. Tutto il dolore e tutta la violenza che mi sono piombate addosso si sono d’un tratto fatte leggerissime e in questa leggerezza ho scorto la crudeltà dei giorni, che con uno sforzo minimo d’energia, quello per mettere in moto le cose, fanno scempio della mia carne. Mi sembra ora che non esista salvezza se non dalla grazia del dolore, dalla grazia del brutto e dalla grazia dell’ingiusto, per questo forse qualcuno ha detto che la grazia vera fosse solo quella degli angeli. Questo vilipendio alla mia vita è il giorno stesso che scorre tranquillo, che uccide, sposa e fa viaggiare allo stesso modo.</p>
<p>Così che vivere una tragedia non mi esime dall’ incontrarne altre, allo stesso modo per cui si incontra un albero per strada, in maniera totalmente casuale, <em>mentre si aspetta</em>. E questa per me è stata la fine della Storia, come quando ho capito che nel tempo gli olocausti si sono ripetuti in maniera molteplice e quasi costante. Fine della Storia e inizio della realtà. E ora che la realtà mi è entrata dentro come se fosse un violentatore viscido e maleodorante, mi sono indebolito e le ossa si sono fatte più sottili. Così aspetto in piazza, nudo, con la paura che tutto possa accadere, sperando nell’attesa che possa prepararmi a ogni bene e male futuro. Ma ogni giorno più scompaio, perché ad attendere non ci si prepara mai a niente se non a farsi violentare dal giudizio che il mondo ha di tutti.&gt;&gt;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In lontananza, vidi che qualcuno lo aveva accoppato e si prendeva gioco di lui, e se non credeva più nella caduta delle meteoriti era solo perché aveva imparato a temere le <em>ore</em> del giorno più di Dio.</p>
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		<title>Ragazzo di vita</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 21:05:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Incoronato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>
		<category><![CDATA[capitolo finale]]></category>
		<category><![CDATA[espressione]]></category>
		<category><![CDATA[gangster]]></category>
		<category><![CDATA[ragazzo]]></category>
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		<description><![CDATA[Faccia squadrata e spigolosa, espressione da duro a tutti i costi. Provocatore, sbruffone, ladruncolo, teppista  e taglieggiatore da quattro soldi. Si aggirava per le nostre strade della violenza credendo di essere nel Bronx o nel Queens. O in un ghetto di Brooklyn, pieno di faide tra bande affamate, crack e rapine a mano armata. Pensava [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Faccia squadrata e spigolosa, espressione da duro a tutti i costi. Provocatore, sbruffone, ladruncolo, teppista  e taglieggiatore da quattro soldi. Si aggirava per le nostre strade della violenza credendo di essere nel Bronx o nel Queens. O in un ghetto di Brooklyn, pieno di faide tra bande affamate, crack e rapine a mano armata. Pensava di essere in un film di Spike Lee o in un gangster movie di Martin Scorsese, compagno di ventura dei <em>goodfellas</em>. Immaginava di arrivare al vertice come Scarface/Al Pacino, tra macchine di lusso, belle donne e montagne di dollari alte come il Vesuvio. Ma non andava mai oltre una Fiat Punto pezzottata, l&#8217;Annarella di turno e i dieci euro per un caffè, una bolletta e un pacchetto di Merit di contrabbando. Si vedeva grande e rispettato, camminava tronfio coi suoi Ray Ban fumè made in Forcella. Ma di sera, quando si ritrovava a letto da solo, si sentiva triste e  disperato. Sognava ogni notte di cadere da un grattacielo e ad ogni piano che passava si ripeteva sempre: fin qui tutto bene. Non gli faceva paura la discesa, ma l&#8217;impatto con la terra, con l&#8217;asfalto sporco e rovente. Sapeva che stava giocando a fare il delinquente in una vita postdatata, in una  fiction che non aveva un futuro, un copione. Un telefilm di serie b con attori scadenti. Di giorno in giorno s&#8217;inventava una storia improvvisando su vecchi temi. Fino al capitolo finale. Fino ad una morte improvvisa in un carcere di periferia. In un ospedale nel quale era controllato a vista anche mentre esalava l&#8217;ultimo respiro cercando il Crocifisso cogli occhi drogati dalle medicine. Anche mentre si sforzava di ricordare una mamma che non aveva mai avuto, ultimo folle desiderio prima della luce immensa. Amen.</p>
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		<title>Erotic line</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 22:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Incoronato]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>
		<category><![CDATA[brano]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Finizio]]></category>
		<category><![CDATA[testo-canzone]]></category>

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		<description><![CDATA[Per me tu sei così preziosa così strana e maliziosa tu, conversazione erotica. A volte magica e sensuale a volte estraneamente uguale all&#8217;ideale che c&#8217;è dentro me. Ma preferisco che tu sia soltanto il frutto della mia sconsiderata fantasia. Sei tu l&#8217;amore mascherato di cui conosco solo il fiato quando esplodi dentro me. Così cantava [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>Per me tu sei così preziosa<br />
così strana e maliziosa<br />
tu, conversazione erotica.<br />
A volte magica e sensuale<br />
a volte estraneamente uguale<br />
all&#8217;ideale che c&#8217;è dentro me.<br />
Ma preferisco che tu sia<br />
soltanto il frutto della mia<br />
sconsiderata fantasia.<br />
Sei tu l&#8217;amore mascherato<br />
di cui conosco solo il fiato<br />
quando esplodi dentro me.<br />
</em></p>
</blockquote>
<p>Così cantava Finizio anni fa. E la sua voce si diffondeva sulle nostre spiagge, negli abitacoli delle Fiat Uno, nei vicoli dell&#8217; hinterland più perso e cafonazzo. Cantava di solitudine e frustrazione, di perversione notturna, di sesso telefonico. Di donne che sussurrano frasi proibite, fingendo di spogliarsi, toccarsi, eccitarsi. Come fa Giovy, quarant&#8217;anni portati male, labbra alla Parietti cariche di rossetto, orecchini d&#8217;argento e capelli consumati dalle tinture. Abbigliamento da teenager. Converse rosse e jeans aderenti, scollatura vertiginosa e occhialoni vintage. Si atteggia ad escort, ma fa varie cose. Linea erotica, cam girl, sesso dal vivo a pagamento. Ragazzi ma anche uomini adulti fra i suoi clienti più affezionati. Racconta le sue conquiste sui social network, i mezzi che usa che accalappiare i malcapitati di turno. Il modo in cui prosciuga i loro conti in banca. A volte la contattano anche gli amici quindicenni del figlio chiedendole spettacoli privati. Ma lei si rifiuta. O almeno così dice. Ha un&#8217;agenda piena di impegni. Va su e giù per la provincia di Napoli e a volte si muove in coppia con un amico, fanno giochi a tre per uomini danarosi, pronti a sborsare anche più di mille euro per una notte alternativa. Il suo sguardo non è per niente sensuale mentre parla. Sembra più un animale ferito dalla vita, una iena che consuma in silenzio pasti a base di ossa spolpate. Ma si vede che non è cinica, che è rimasta umana. Dietro  quella corazza che nel tempo si è cucita addosso c&#8217;è una persona che soffre, con degli occhi neri e tristi, con la testa di una bambina cresciuta male. Con la voce ammaliante che fa innamorare e manda in estasi chi cerca un pò di svago, un diversivo alla cappa di noia che ogni giorno diventa sempre più opprimente.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>Lei</em><br />
<em>la voce sua mi prende e poi</em><br />
<em>mi porta via </em><br />
<em>ed io non so se è una bugia</em><br />
<em>ed io non so se è stata mia.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Servizi (a)sociali- quarta puntata-</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 02:43:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Del Vecchio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>
		<category><![CDATA[burn out]]></category>
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		<description><![CDATA[I giorni si avvicendano ai mesi e le ragazze vivono nella simbiosi quotidiana di un lavoro che non consente distrazioni, bensì le impone.  Fuori dalle porte spesso blindate dei tanti domicili dove quotidianamente compiono le loro missioni, devono riuscire a evadere, a non pensare ai casi umani che il comune ha scaricato loro, a mantenere la giusta [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I giorni si avvicendano ai mesi e le ragazze vivono nella simbiosi quotidiana di un lavoro che non consente distrazioni, bensì le impone.  Fuori dalle porte spesso blindate dei tanti domicili dove quotidianamente compiono le loro missioni, devono riuscire a evadere, a non pensare ai casi umani che il comune ha scaricato loro, a mantenere la giusta distanza dai drammatici mondi altrui. Il rischio <em>burn out</em> è sempre in agguato. Qualcuna di loro tenta di sfogarsi periodicamente con le assistenti sociali. Visto che le relazioni rimangono chiuse nei cassetti e <em>scripta</em> non <em>manent</em>, si tenta con i <em>verba</em>. &lt;&lt;<em>Provvederemo a disporre degli incontri periodici, così ognuna di voi potrà esporre tranquillamente i problemi a cui va incontro</em>&gt;&gt;. Oppure &lt;&lt;<em>E’ giusto fare un monitoraggio, anche per capire come sta andando il progetto</em>&gt;&gt;. Niente di niente. Tutto tace.</p>
<p>Cambiano in maniera <em>gattopardiana</em> le giunte, ovvero l’assessore alla cultura passa ai servizi sociali e viceversa, come in un gioco di ruolo che rileva tutta la debolezza di un sistema locale allo sbando.</p>
<p>Un giorno arriva persino un richiamo formale alle ragazze. &lt;&lt;<em>Pare&gt;&gt;</em> che qualcuna faccia firmare indebitamente un numero di ore che di fatto non effettua. Per dirla in soldoni, si farebbe mettere sui registri delle firme fasulle dai genitori dei minori. Ma chi ha scoperto e denunciato l’inghippo?</p>
<p>&lt;&lt;<em>Pare&gt;&gt;</em>, sempre, che siano stati gli stessi genitori a farlo. Il dubbio che ci sia qualcosa di strano sovviene: tali “patrie potestà”  prima firmano e poi si stancano di firmare? Prima si renderebbero omertose e compiacenti, per poi trasformarsi in delatori? I servizi sociali non indagano, ma pretendono: da oggi in poi ognuna delle operatrici dovrà fornire, a mano o via fax, un cronoprogramma giornaliero delle ore di tutoraggio. Fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare, se non fosse che il programma va fatto <em>ex ante</em>. In pratica le ragazze dovranno, in anticipo, dire le ore esatte in cui si recheranno ai domicili dei loro assistiti e rispettare solo ed esclusivamente quegli orari. &lt;&lt;<em>Faremo dei blitz nelle case, siete avvisate</em>&gt;&gt; vien detto loro come la più assurda delle minacce. Qualcuna, a denti più o meno stretti, risponde &lt;&lt;v<em>enite pure, almeno vi renderete conto delle situazioni in cui lavoriamo</em>&gt;&gt;.</p>
<p>Le ragazze fanno notare che le ore di permanenza, da contratto, sono soggette a cambiamento continuo a seconda della disponibilità e dell’accettazione delle famiglie. Può accadere di tutto quando si tratta della sfera casalinga di un nucleo familiare, da una febbre dei minori, a un pomeriggio in cui c’è bisogno di trattenersi un po’ di più.</p>
<p>Ma in questo caso i servizi sociali sono inflessibili. <em>Dura lex sed lex</em>. Peccato che valga solo in maniera univoca. Quando si tratterà di far valere i diritti minimi per l’ennesimo stipendio che non arriva, la legge sarà un ipocrita inganno fatto di promesse politiche puntualmente disattese.</p>
<p>Continua&#8230;(nella prossima &#8220;<em>puntata</em>&#8220;).</p>
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		<title>Servizi (a)sociali. Terza puntata: i rom e le difficoltà cognitive</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 17:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Del Vecchio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>
		<category><![CDATA[bambini rom]]></category>
		<category><![CDATA[cognitivismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Veronica ha “solo” 26 anni ma ha già fatto la sua bella gavetta sociale.  Oltre a essere laureata in scienze dell’educazione con il massimo dei voti, ha alle spalle anni di volontariato in un’associazione che si occupa di minori con sindrome di down, in una cooperativa di donne maltrattate, in un’ONLUS in cui ha insegnato italiano ai migranti. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Veronica ha “solo” 26 anni ma ha già fatto la sua bella gavetta sociale.  Oltre a essere laureata in scienze dell’educazione con il massimo dei voti, ha alle spalle anni di volontariato in un’associazione che si occupa di minori con sindrome di down, in una cooperativa di donne maltrattate, in un’ONLUS in cui ha insegnato italiano ai migranti. Veronica accetta senza riserve l’incarico del comune. Le vengono date persino più ore delle altre tutor e molte la guardano come se fosse la solita figlia della solita gallina bianca.</p>
<p>Veronica dovrà occuparsi di due o tre ragazzini di etnia rom. In effetti il numero è incerto perché i servizi sociali non sanno di preciso quanti di loro vadano a scuola e quanti vaghino cronicamente per la città. L’importante è che lei, oltre a svolgere i consueti compiti di tutoraggio “a domicilio”, faccia anche da autista per i bambini, andandoli a prendere a scuola e riaccompagnandoli a casa ogni mattina.</p>
<p>Ogni mattina, ogni pomeriggio, ed ogni sera per Veronica il tragitto è fatto di una serie di tappe: andare all’accampamento dove risiedono le famiglie dei bambini, accompagnarli a scuola, andarli a prendere da scuola per riaccompagnarli alle roulotte, tornare al pomeriggio e portarli in un’associazione con un tetto sopra la testa e tavoli su cui poter fare i compiti, infine riaccompagnarli all’accampamento. Peccato che di lì a poco l&#8217;accampamento sarà sistematicamente sgombrato e ricostituito in chissà quale periferia della provincia. Però, secondo i servizi sociali del comune, quel campo sarebbe da definirsi &lt;&lt;casa&gt;&gt; e nelle sue mura evidentemente invisibili sarebbe &lt;&lt;possibile effettuare un servizio di tutoraggio a domicilio&gt;&gt;.</p>
<p>Le battaglie della ragazza iniziano qui. Con l’aiuto di un gruppo di padri missionari e di qualche maestra volenterosa, ingaggia una lotta senza quartiere per fare in modo che i bambini vengono accolti a scuola. Sono minori e avrebbero tutto il diritto all’istruzione. Peccato che non la pensino allo stesso modo i presidi delle scuole. &lt;&lt;<em>Quei creaturi sono un problema, signurì&gt;&gt;</em> le rispondono confidenzialmente. Oppure, usando toni più “professionali”: &lt;&lt;<em>I bambini non hanno fissa dimora, per cui non siamo tenuti ad accettarli nel nostro comprensorio scolastico. Provi pure con la scuola X&gt;&gt;</em>. Ma alla scuola X i ragazzini ci sono già stati e qualche mattina fa un comitato di genitori promotori del gruppo “profumi e balocchi” ha pensato bene di munirsi di amuchina e deodorante spray per detergere i banchi dei lindi figlioli, condivisi dai sozzi rom.</p>
<p>Fortunatamente Veronica non sarà sola, ma nemmeno verrà accompagnata dai servizi sociali, che, delle vicende urbane e delle strade extraurbane in cui s’imbatte quotidianamente il &#8220;taxi sociale&#8221; della ragazza, vogliono sapere il meno possibile.</p>
<p>Gianna è una psicologa. Sta studiando per conseguire una seconda laurea, ma nel frattempo accetta la chiamata comunale. La accetta come una vocazione quando le vien detto che dovrà occuparsi di Nafy, ragazza marocchina schedata come &lt;&lt;avente lievi problemi cognitivi&gt;&gt;. Che significa <em>cognitivi</em>? Gianna è &lt;&lt;una precisa&gt;&gt; e con lei non si scherza sui termini del mestiere. Per lei il cognitivismo è una scuola di pensiero, oltre che di azione professionale: cognitivo è tutto ciò che è legato alla conoscenza ed usare un approccio cognitivo equivale a studiare i processi mentali nel più ampio contesto-vita, con tutte le variabili di memoria, percezione, linguaggio, creatività. Per un cognitivista le nostre azioni sono il frutto di tutto questo messo assieme e molto di più: siamo un mosaico di realtà che modifichiamo giorno dopo giorno con i tasselli dell’ambiente esterno e la buona volontà di fare o disfare ciò che vive attorno a noi.</p>
<p>&lt;&lt;Ha solo dei piccoli problemi con l’uso del computer&gt;&gt;: le assistenti sociali inquadrano così il presunto disturbo cognitivo di Nafy, riportandolo a Gianna come la voce unica di una lista della spesa fin troppo breve.</p>
<p>L’impatto con la piccola è un pugno cognitivo nello stomaco della ragione di Gianna. La ragazza è inchiodata da anni su una sedia a rotelle. La spasticità motoria da cui è affetta non le consente, se non con sforzi pesantissimi, di muovere gli arti superiori. &lt;&lt;<em>Quando Nafy si sforza a scrivere o a parlare non puoi immaginare che si prova&#8230;. tristezza,  dispiacere, impotenza, rabbia, dolore&#8230;. in pratica, quando vado via sono a pezzi&gt;&gt;</em>  ci confida un giorno.</p>
<p>Ma per i servizi sociali si trattava di semplici, lievi, banali deficit nel fare ricerche al computer.</p>
<p><em>Continua&#8230;(nella prossima &#8220;puntata&#8221;)</em></p>
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		<title>Servizi (a)sociali. Seconda puntata: la storia di Marianna e Diego</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 23:32:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Del Vecchio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Urban... storie di periferia]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[casi umani.]]></category>
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		<description><![CDATA[Alle ragazze vengono assegnati i casi. Per molte di loro è la prima volta con i servizi sociali. Per molte di loro è la prima volta in generale. Ma come abbiamo detto si tratta di psicologhe, sociologhe, educatrici: vuoi che non sappiano “dare una mano” con i compiti pomeridiani dei ragazzini? A Marianna viene affidato [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alle ragazze vengono assegnati i casi. Per molte di loro è la prima volta con i servizi sociali. Per molte di loro è la prima volta in generale. Ma come abbiamo detto si tratta di psicologhe, sociologhe, educatrici: vuoi che non sappiano “dare una mano” con i compiti pomeridiani dei ragazzini?</p>
<p>A Marianna viene affidato Diego. Le viene presentato come un ragazzone simpatico, il classico <em>guappetiello</em> di 14 anni con poca voglia studiare. Fin qui niente di strano. Le vien detto che con la vecchia tutor alle volte aveva “piccoli problemi di incomprensione” dovuti <em>sicuramente</em> all’eccessivo divario generazionale. Ma con Marianna certamente non accadrà, perché lei è giovane e carina, anzi, “<em>Ti diremo di più: il Dirigente ti ha scelto e ti associato a Diego proprio in base alla tua foto sul curriculum, l’ha vista, gli sei piaciuta, e ha pensato che con un viso così angelico come il tuo, saresti stata perfetta!</em>”.</p>
<p>Marianna si guarda bene dal commentare, non credeva sinceramente che una foto sul cv potesse “far furore” ai servizi sociali, come se si trattasse del casting per lavorare in un varietà.</p>
<p>Di lì a poco entra in un altro show, e scopre man mano che Diego non è semplicemente un simpaticone di periferia. Diego è il classico <em>drop out</em> scolastico. Per un giorno che entra, ce ne sono almeno dieci che passa con gli amici in sala giochi. Vive con la madre, un fratello e una sorella maggiori. Ha vissuto per un periodo imprecisato in una casa famiglia perché sua madre era stata dichiarata interdetta dalla potestà genitoriale a causa dell’alcool; del marito (e padre di Diego) si sa solo che la costringeva a fare cose “poco lecite”. Ecco uno stralcio della relazione che Marianna scrive alle assistenti sociali per descrivere uno dei pomeriggi- tipo a casa di Diego:</p>
<p><em>Ci sono i giorni dell’euforia, e quelli del silenzio, in cui si chiude in un mutismo assolutamente ermetico. Ma nella stessa giornata accade spesso che alterni comportamenti che definirei compulsivi, con momenti di apatia assoluta. In particolare la sua carica aggressiva si manifesta quando decido di rimanere oltre le ore sedici (orario da lui designato per uscire). </em></p>
<p><em>In un’occasione ha deciso di sbattere tutte le porte di casa, fare a pugni con le pareti e sottoporre il gatto a piccole torture, il tutto sotto i miei occhi. Dinanzi alle sue provocazioni, o (come in questo caso), ai suoi messaggi malcelati di richiesta di attenzioni, io decido di non reagire, o meglio, di astenermi da qualsiasi tipo di commento, verbale e non. Ciò non significa, ovviamente, che non senta dentro il peso frustrante di un’impotenza “di riflesso”, per questo suo percepirmi come la sola figura nemica che gli impedisca di perpetrare la sua condizione cronica di vagabondaggio nelle sale giochi del paese.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Marianna vorrebbe aiutarlo, ma vorrebbe anche capirci “qualcosa”. Ma naenache a dirlo le sue relazioni periodiche vengono ignorate. Le assistenti sociali le avevano detto che Diego era in terza media, mentre invece frequenta (si fa per dire) il primo anno di superiori; le avevano detto che sarebbe bastata un’ora al giorno di lettura, ma lui usa i libri solo per scaraventarli al muro (quando tutto va bene); le avevano detto che la situazione familiare del minore era notevolmente migliorata, ma che le condizioni economiche erano pur sempre “a rischio”, e invece Marianna vede campeggiare alle pareti schermi piatti, e tra le mani e i piedi del ragazzo ci sono ipod, telefonini ultima generazione, nike fiammanti sfoggiate con disinvoltura; le avevano detto che la madre si era trovata finalmente un lavoro onesto e serio per mantenersi.</p>
<p>Non le avevano detto che Diego rimane la maggior parte della giornata da solo, e di fatto la madre non detiene più alcun potere su di lui, per questo cerca di imporgli gentilmente delle regole (che ovviamente lui non rispetta) comprandogli regali costosi. Non le avevano detto che Diego non ha alcuna intenzione di andare a scuola. Ma soprattutto non le avevano detto che, nel bene o nel male, volente, nolente o dolente, il “caso” era suo: ovvero, prendere o lasciare. Dove prendere significa sobbarcarsi la frustrazione di far finta di lavorare; d’altronde la mamma di Diego le suole ripetere: “Non preoccuparti, Marianna, se non vieni lo capisco, e poi tanto io le firme sul registro che devi consegnare ai servizi sociali te le metto lo stesso”.</p>
<p>E lasciare significa abbandonare il caso: nella migliore delle ipotesi ce ne sarà un altro, con altri problemi, e un altro involucro di umanità da scartare come una caramella amara. Nella peggiore Marianna se ne tornerà a casa a inviare curricula mettendo bene in evidenza la sua bella foto; Diego rimarrà con i suoi giochi elettronici e i suoi bulli compagni di solitudine e scorribande urbane; quanto ai servizi sociali, avranno un fascicolo in meno tra le scartoffie che si accumulano in archivio.</p>
<p>-<em>Continua</em>-</p>
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		<title>Servizi (a)sociali &#8211; parte prima-</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 19:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Del Vecchio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa è la storia di Marta. Ma anche di Veronica, di Anna, di Filomena e di altre 11 ragazze di “buona volontà”. I loro volti sono reali, ma i nomi li lasciamo alla fantasia, per motivi che il lettore comprenderà nel corso, o magari solo alla fine di questa storia vera, a seconda della sua [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di Marta. Ma anche di Veronica, di Anna, di Filomena e di altre 11 ragazze di “buona volontà”. I loro volti sono reali, ma i nomi li lasciamo alla fantasia, per motivi che il lettore comprenderà nel corso, o magari solo alla fine di questa storia vera, a seconda della sua perspicacia.</p>
<p>Quindici tra psicologhe, sociologhe, educatrici, alcune diplomate, in maggioranza laureate, un mattino di tre anni fa ricevono una lettera d’incarico. Vivono sparpagliate tra centro e periferia dell’hinterland di quel pezzo di Campania che ancora ci si ostina a chiamare Terra di Lavoro e un anno e mezzo prima hanno risposto a un avviso pubblico del quale non ricordano bene più neppure il contenuto. Perché le buste gialle si sprecano in questo periodo e chissà che, tra una domanda e l’altra, qualcuno dai “piani alti” non dia uno stralcio di risposta.</p>
<p>Contrariamente a ogni previsione, il <em>Comune capofila,</em> al quale le ragazze hanno presentato domanda, <em>quel dì</em> si scomoda e le manda a chiamare. Per rendere edotto il lettore di prima e fargli capire cosa sia un “comune capofila”, dobbiamo necessariamente parlare di una <strong>legge, la 328 del 2000</strong>, che disciplina le modalità di intervento socio assistenziale su base geografica, parlando degli <em>uffici di settore comunali</em>, che ricevono indicazioni operative dai &lt;&lt;piani di zona regionali&gt;&gt;, ovvero programmi di intervento stilati dalle Regioni, che a loro volta sono obbligate a &lt;&lt;implementare attività&gt;&gt; in base alle disposizioni nazionali, ovvero ai fondi stanziati dal Ministero delle Politiche Sociali. Un gioco di matrioske in virtù del quale si passa da Stato- Regioni- Comuni e viceversa pur di mettere ordine in un settore complicato come quello dell’assistenza. E quest’ultima si declina di volta in volta in: contrasto alla povertà, famiglie multiproblematiche, minori  a rischio, disabilità, tossicodipendenze e molti altri mali dell’<em>uomo animale sociale</em>.</p>
<p><strong>In teoria</strong> lo Stato Italiano avrebbe varato una legge quadro che applica il principio della sussidiarietà verticale per snellire le maglie burocratiche e migliorare il sistema di welfare. Il meccanismo è quello di decentrare sul territorio le competenze, conferendo alle amministrazioni locali il potere di dirimere le proprie questioni più urgenti e più specifiche, come è scritto nella nostra Costituzione e come la logica del buon senso vorrebbe, dato che tutto il mondo è paese, ma ciascun paese ha un mondo di problemi tutto suo.</p>
<p><strong>In pratica</strong>, nel territorio in cui risiedono le ragazze, la legge è divenuta molto spesso una modalità “brunettesca” (l’aggettivo è un compendio semiserio desunto dall’unione del nome Brunetta con l’aggettivo grottesco), per demandare dal Ponzio locale al Pilato Statale i compiti di amministrare risorse e personale. Il che significa assicurare copertura finanziaria a progetti che hanno come fine ultimo proprio il recupero “degli ultimi”, come direbbe il Vangelo.</p>
<p>Ma ritorniamo alla storia delle ragazze di “buona volontà”: nel marzo di tre anni fa si ritrovano a firmare senza fare troppe domande la lettera di accettazione che le vedrà protagoniste di un &lt;&lt;<em>intervento di assistenza educativa domiciliare a nuclei familiari in difficoltà&gt;&gt;</em>. Perché proprio loro?</p>
<p>Perché un anno prima, come accennato sopra, le fanciulle avevano partecipato a un bando per titoli e curriculum come personale esterno da inserire in una lista <em>ad hoc,</em> dalla quale il Comune avrebbe dovuto attingere in caso di necessità.</p>
<p>Così: <em>di necessità virtù</em>. Il Comune in questione, con i suoi blandi tempi tecnici, sceglie e chiama a raccolta le ignare ritenute più idonee allo svolgimento dell’ “assistenza educativa”. Ma di cosa si tratterà mai? Ovvero, cosa saranno chiamate a fare queste ragazze? Vorrebbero avere delle spiegazioni in parole tanto <em>povere</em>, quanto le famiglie che a loro volta sono state selezionate per beneficiare dell’intervento.</p>
<p>Ma di <em>quella povertà </em>loro ancora non sanno nulla.</p>
<p>Il giorno dell’adunata, due assistenti sociali si affrettano a spiegare loro che il lavoro sarà, tutto sommato, <em>abbastanza semplice</em>. Frasi sciolte qua e là del tipo: &lt;&lt;<em>Andrete a casa dei minori per fargli fare un po’ di doposcuola&gt;&gt;</em>, oppure,  &lt;&lt;<em>Li farete studiare, alcuni sono un tantino svogliati..&gt;&gt;</em>. Va bene, ma quante ore durerà l’intervento? Risposte: &lt;&lt;<em>Dipende&#8230; 10-15 ore a settimana, a seconda della famiglia, del vostro tempo a disposizione poi…fate voi&gt;&gt;.</em> La sola raccomandazione sembra essere: &lt;&lt;<em>A fine intervento fate firmare un apposito registro dai genitori dei bambini. Poi, una volta ogni tanto, ci portate una breve relazione del vostro operato. Niente di che&gt;&gt;.</em></p>
<p>Ma il compenso? &lt;&lt;<em>Quanto ai vostri pagamenti, be&#8217; si tratta in linea di massima di fondi europei, o magari regionali, o in casi più rari comunali: a volte ci mettono un po’ a sbloccarsi, per cui verrete pagate, questo sì, ma al limite ogni 2/3 mesi…&gt;&gt;</em>.</p>
<p>Se la trasparenza degli atti amministrativi si potesse toccare con mano, in quel momento le ragazze avrebbero palpato pura aria viziata del fiato di chi non sa bene cosa dire, ma fa del chiacchiericcio cronico la sua ragion d’essere.</p>
<p>Per vivere in Campania (probabilmente in tutt’Italia), oggi, si deve scendere a compromessi con tante parole e troppi parolai.</p>
<p>La diarrea verbale degli enti pubblici è uno <em>status symbol</em> che nel nostro Sud lucra ferocemente sull’ansia da ricerca del posto.</p>
<p>Qui ed ora il lavoro mobilita l’uomo, e così le intrepide <em>tutor,</em> chiamate a raccolta da un vago telegramma e da sibilline spiegazioni, si mobilitano per cominciare a lavorare.</p>
<p>Di cosa <em>accadrà</em> o <em>non accadrà</em> in questo lavoro per i servizi sociali, vi diremo nella prossima puntata.</p>
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		<title>La storia di Giada: attraente profilo di un mondo effimero</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 02:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Del Vecchio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di “<em>Giada”</em>. Ve la provo a raccontare. Benché <em>Lei</em> non esista. Benché sia solo il rigurgito virtuale di un <em>corpo</em> che è puro bitmap, di una <em>voce</em> che è fatta di caratteri ASCII codificati da un capo all’altro di server sperduti della Silicon Valley, ma ritrasposti nelle lingue di Dante, di Cervantes, di Wilde. Perché <em>Lei</em> sa essere poliglotta pur senza parlare.</p>
<p><em>Lei</em> danza flamenco nei peggiori bar di Siviglia, pur non avendo piedi per indossare <em>tacones</em>, né tantomeno un cuore da far pulsare al ritmo di una vita che non ha. <em>Lei</em> ha frequentato il Liceo Scientifico di Aversa, poi ha studiato Lingue all’Orientale di Napoli. Dopodiché un giorno senza calendario ha deciso di mandare il suo cervello in fuga in un barrio decentrato di Madrid. Peccato che non ci sia ragionamento alcuno nella scelta di cliccare l’opzione da un menù a tendina che ti chiede vita, morte e miracoli che non puoi fare.</p>
<p><em>L’essere è ed è necessario che ci sia. Il non essere non è ed è necessario che non ci sia</em>.</p>
<p><em>Giada </em>non ha studiato filosofia, ma la sua sapienza di plastica le ha fatto “guadagnare” più di 150 amici in mezz’ora. Le è bastato scegliere una serie di dati personali palesemente inventati in due minuti, prima di aggirare le finte barricate dei caratteri seminascosti in filtri antispam.</p>
<p>Così <em>Giada</em> ha arbitrariamente scelto e creato la sua identità. Per prima cosa ha preso una foto su Google. Un nudo molto- poco artistico: la bieca imitazione di una <em>Muchacha a la Ventana</em>, che farebbe inorridire il più estroso dei Salvador Dalí. Una data di nascita scelta a casaccio, ma che sia nei primi anni ’80, perché la generazione “30 anni a zero interessi”, attrae molto di più: vuoi mettere il fascino onirico di chi è cresciuto a briciole di Muro e lecca lecca colorati?</p>
<p>E infine ha allegato una serie di citazioni, tanto per darsi l’arrogante tono fashion di chi non ha idea di cosa stia parlando: “<em>Nulla da dichiarare eccetto il mio genio</em>”. Ogni bacheca <em>docet</em>.</p>
<p>Il tempo di ricevere una mail di conferma ed ecco fatto. Un perfetto surrogato di giovane donna. Un avatar creato apposta su misura dal nulla.</p>
<p>Perché <em>Giada</em> non vive che su Facebook. La sua essenza è un “profilo”. Virtuale e virale al tempo stesso, <em>Lei</em> rapisce <em>amici</em> dal regno di Zuckerberg.</p>
<p>Il suo solo scopo è farli diventare fan di un’azienda in cui <em>qualcuno</em> lavora per <em>davvero</em>, sperando che presto la <em>forma</em> diventi <em>sostanza</em>; che i prodotti da vendere <em>domani</em> raggiungano più acquirenti possibili. Che i pesci abbocchino in un vortice di “<em>grandi numeri”, </em>quelli che solo la rete sociale più potente al mondo può garantire.</p>
<p>Quel <em>qualcuno</em> un volto e un nome ce l’ha.</p>
<p>Ma è costretto a celarlo, ad inventarsi un Adriano Meis con le tette virtuali per scimmiottare il Mattia Pascal che (non) è in lui. O in lei?</p>
<p>Problemi di genere sui social network non se ne hanno. Basta guardarsi allo specchio del proprio schermo e rispondere incessantemente alle richieste di amicizia. Arriveranno da femmine, maschi e transeunti sessuali più disparati e disperati. L’importante sarà non staccare mai il dito dal mouse. Quanti più amici avrai più il gruppo avrà successo. E quanto più successo “otterremo”, tanto meglio sarà anche per te. Ma la cosa più inverosimile (ho appena bestemmiato, dovrei arrendermi e credere nell’incredibile di Internet) è che tanti profili si <em>attaccano</em> a quello di <em>Giada</em>. Vogliono “conoscerla meglio”. Dalla signora Josefina, di anni 65, che le chiede da quale parte del Sud Italia provenga (chissà che non abbia in mente un viaggetto tra storia e arte, rovine e immondizia….) a Christian da Francoforte, che è quasi sicuro di averla vista in un locale di Madrid di cui non ricorda il nome. Manuel la inviterebbe volentieri a bere qualcosa in un “bar di <em>copas</em>”.</p>
<p>Che peccato. Anche se volesse, <em>Giada</em> non potrebbe bere. Non ha trachea, né fiato. E neppure lacrime da riversare su di un mondo fasullo.</p>
<p>Perché <em>Lei</em> vive alla periferia della realtà. <em>Lei</em> vive <em>fuori,</em> e invita gente nel suo cortile per allodole in una casa di marzapane, e vive <em>dentro</em> rinchiusa nel vuoto di un seminterrato digitale.</p>
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		<title>Vita bona</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 10:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Incoronato]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caserta Nord. Oddly Shed. Venerdì sera freddo e umido. Piumini lucidi e felpe sportive, campari e gin,  marlboro light sempre accese, candele fioche nel buio. I Co&#8217;sang insieme alla Poesia Cruda a completo scagliano dardi infuocati dal palco, rime slabbrate e taglienti come la lama di un pugnale. Ti attraversano da parte a parte con inusuale [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Caserta Nord. Oddly Shed. Venerdì sera freddo e umido. Piumini lucidi e felpe sportive, campari e gin,  marlboro light sempre accese, candele fioche nel buio.<br />
I Co&#8217;sang insieme alla Poesia Cruda a completo scagliano dardi infuocati dal palco, rime slabbrate e taglienti come la lama di un pugnale. Ti attraversano da parte a parte con inusuale violenza, ti prendono alla bocca dello stomaco, ti fanno alzare le braccia ritmicamente per accompagnare il beat, ti fanno danzare, oscillare il corpo. Ti fanno riflettere senza retorica sulla nostra quotidianità, sulle nostre paure e sui nostri sogni infranti: non ridere nè piangere, ma cercare di comprendere, di dare delle risposte. Ti spingono a guardarti attorno, facendoti entrare nelle lande desolate dell&#8217;hinterland napoletano, dei quartieri difficili ma sempre vivi e pulsanti di rabbia verso un sistema opprimente, che ogni giorno nel serbatoio illimitato delle sue auto blu fa il pieno di sangue umano. Non è la solita denuncia sociale da rotocalco o da salotto televisivo, perchè le parole arrivano dritte al cervello e al cuore senza alcuna mediazione; non ci sono vallette e consigli per acquisti, politici corrotti alla ricerca costante del voto, presentatori in doppiopetto che fingono di emozionarsi, piazzate e ospiti di lusso che devono far alzare lo share. E mentre l&#8217;alcol  continua a scenderti nel gargarozzo, a farti, a darti un pò di calore, ti ritrovi a cantare la <em>vita bona </em>quasi senza rendertene conto, mentre l&#8217;ultima sigaretta ti si consuma fra le dita.</p>
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		<title>Memorie di viaggio</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 22:54:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniela De Rosa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Viaggiare è certamente una delle cose più utili e molto spesso gradevoli che ci si possa concedere. C&#8217;è chi lo fa per lavoro, chi per diletto, chi lo fa da pendolare tutte le mattine, chi lo fa per pura passione. C&#8217;è anche chi viaggia per  raggiungere l&#8217;amore lontano. Ci sono diverse tipologie di viaggio e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://files.cittadelmonte.info/static/img/finestrino1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3860" src="http://files.cittadelmonte.info/static/img/finestrino-200x1501.jpg" alt="" width="200" height="150" /></a>Viaggiare è certamente una delle cose più utili e molto spesso gradevoli che ci si possa concedere.</p>
<p>C&#8217;è chi lo fa per lavoro, chi per diletto, chi lo fa da pendolare tutte le mattine, chi lo fa per pura passione. C&#8217;è anche chi viaggia per  raggiungere l&#8217;amore lontano. Ci sono diverse tipologie di viaggio e di viaggiatore, nessuna meno importante dell&#8217;altra.</p>
<p>Viaggiando si entra in contatto con un microcosmo, un piccolo universo, fatto di voci, colori, suoni, immagini, che si amplifica. Non contano la durata o i chilometri da percorrere:  tutto intorno cambia. Anche il viaggiatore stesso!</p>
<p>Isolarsi con l&#8217;ipod è diventato una costante e chi sceglie il sottofondo musicale spesso lo fa per evitare di essere risucchiato dal vortice caotico in cui puntualmente si cade. La musica aiuta, paradossalmente, a concentrare la propria attenzione su se stessi e poco importa se non si sente l&#8217;annuncio in stazione o il passante che chiede informazioni: la musica crea una specie di pellicola con la quale ci si &#8220;difende&#8221; dall&#8217;esterno. Le canzoni che si ascoltano hanno il potere di fotografare le immagini e spesso, quando si riascoltano, tornano alla mente quelle stesse immagini catturate mentre passavano quelle note. Che si viaggi in corriera per motivi di studio o in alta velocità, poco cambia quando ci si mette le cuffiette: i paesaggi che paiono dipinti sul finestrino, anche se sono sempre gli stessi, non appaiono mai uguali. Si scrutano più attentamente i visi, si incrociano sguardi sconosciuti.</p>
<p>Quando si parte per mete lontane e ci si ritrova a viaggiare per diverse ore, un po&#8217; come succede spesso a me, si sente il bisogno di uscire per qualche minuto dal piccolo e incatato universo che si crea con la musica: può apparire strano, ma sentire certi rumori del treno, come il vocio dei passeggeri, diventa anche gradevole dopo tanta musica. Come teletrasportati nella nuova dimensione, si cerca un diversivo: nei viaggi a lunga percorrenza si ricorre spesso alla ristorazione che diventa uno snodo importante per coloro che sentono il bisogno di un break: che sia la fame o solo il bisogno di ritornare alla realtà, il momento diventa più dolce quando il primo saluto, dopo ore di silenzio, lo scambi con operatori dalla simpatia inconfondibilemente partenopea. E quando il caffè arriva accompagnato da un sorriso sincero di chi non sa niente di te, ti pare quasi di non aver mai chiuso la porta di casa.</p>
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