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	<title>Città del Monte</title>
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	<description>Giornale Online</description>
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		<title>Luci di marmo, Forte dei Marmi</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 04:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Galgano]]></category>
		<category><![CDATA[Forte dei Marmi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
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		<description><![CDATA[Luci di marmo, Forte dei Marmi L’estate non comincia: si accende. A Forte dei Marmi succede sempre nello stesso modo, come se qualcuno girasse lentamente una manopola invisibile e la luce diventasse improvvisamente più precisa. Le biciclette iniziano a passare senza fretta, le cabine si aprono come libri già letti, il mare resta uguale ma [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/fabriziacapitani-sea-1194901.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13735" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/fabriziacapitani-sea-1194901.jpg" alt="fabriziacapitani-sea-1194901" width="3264" height="2448" /></a></p>
<p><strong>Luci di marmo, Forte dei Marmi</strong></p>
<p>L’estate non comincia: si accende. A Forte dei Marmi succede sempre nello stesso modo, come se qualcuno girasse lentamente una manopola invisibile e la luce diventasse improvvisamente più precisa. Le biciclette iniziano a passare senza fretta, le cabine si aprono come libri già letti, il mare resta uguale ma sembra più vicino. Non c’è un protagonista. Ci sono solo persone che credono, per qualche settimana, di poterlo diventare. Lui arriva con l’aria di chi non si prende sul serio. Ride troppo presto, come se volesse evitare che qualcosa lo tocchi davvero. Lei invece osserva tutto come se fosse già successo altrove. Si incontrano senza darsi importanza, vicino alla cabina 27, dove qualcuno ha dimenticato una sdraio piegata male. Non si presentano. Non serve. Più in là, un altro ragazzo racconta storie che non sono vere ma funzionano meglio così. Una ragazza lo ascolta fingendo di non credergli, ma resta sempre un secondo in più del necessario. Nessuno dei due lo ammetterà. Gli adulti occupano lo sfondo come un rumore continuo: parlano, litigano, si cercano, si perdono con una serietà che ai ragazzi sembra teatrale. Ogni tanto uno di loro guarda il mare come se stesse ricordando qualcosa che non ha mai vissuto davvero. Il pontile è sempre lo stesso: una frase lunga che non arriva mai a un punto. Si cammina sopra senza sapere perché, eppure si torna sempre lì, come se il legno trattenesse le decisioni non prese. Ogni passo è una sillaba. Le ringhiere bianche non proteggono niente. Misurano solo la distanza tra un momento e l’altro. Sotto, il mare non ha profondità: ha ripetizione. Sale e ritorna come se stesse correggendo continuamente una frase. Lui e lei si ritrovano lì, senza appuntamento. Non parlano subito. Guardano lo stesso punto dell’acqua come se fosse un errore condiviso. “Domani riparti?” dice lei, senza convinzione. “Domani è un’invenzione,” risponde lui, e non sa se è una battuta. Sorridono, ma è un sorriso che non chiede futuro. Più tardi, sulla spiaggia, le strutture vuote degli ombrelloni sembrano scheletri di un’estate ancora da scrivere o già finita senza accorgersene. Un gommone resta fermo sulla sabbia, come se avesse dimenticato il mare o fosse stato dimenticato da lui. Nessuno lo tocca. Il vento entra nei capelli di tutti senza distinzione. Non spettina: sposta. Riorganizza le persone per un istante, poi le lascia di nuovo incomplete. La musica arriva da qualche bar sulla spiaggia, sempre la stessa e sempre diversa. Qualcuno balla senza sapere perché. Qualcuno guarda qualcuno che non lo sta guardando. Qualcuno capisce, per un attimo breve, che tutto questo non durerà, e proprio per questo è perfetto. Non c’è una storia principale. Ci sono solo incastri. Un amore nasce mentre un altro si infila nei ritorni del maestrale che nessuno se ne accorga. Un bacio succede come un errore di montaggio. Una risata copre una frase che non doveva essere detta. Una partenza viene decisa molto prima di essere annunciata. E poi, un giorno qualunque, tutto si allenta. Le biciclette continuano a passare, ma sembrano più lontane. Il mare è sempre lo stesso, ma non trattiene più le frasi allo stesso modo. Le persone si guardano come si guarda qualcosa che si sta già ricordando. Solo una dispersione lenta, ordinata, quasi educata. E quando l’ultima cabina si chiude, resta solo la luce che segna qualcosa è accaduto senza mai diventare completamente racconto. Perché a Forte dei Marmi gli amori non finiscono. Si ritirano. E restano sotto la superficie, come tutto ciò che non ha avuto il tempo di diventare definitivo.</p>
<p>Il sole delle tende incide<br />
la superficie delle ville<br />
come una lama lenta,<br />
e tutto ciò che resta &#8211; ringhiere, ombre, volti —<br />
diventa acqua laterale.</p>
<p>Il pontile disegna mare e silenzio<br />
dove la scena è un sogno di fughe<br />
nel passo bianco delle ringhiere<br />
E il mare è un sistema di ritorni.<br />
che non affondano luce, anticipano memoria,<br />
come se tutto volesse esporsi<br />
in un anticipo rosa d’estate.<br />
Telai senza telo dove lo scirocco<br />
sposta il visibile.<br />
E poi ci sei tu,<br />
riflessa nel vetro scuro degli occhiali,<br />
che guardi qualcosa tra i cancelli e la spiaggia.<br />
Il tempo non coincide mai<br />
con ciò che vedi: qui<br />
l’acqua che ritorna<br />
è sempre leggermente obliqua.</p>
<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/pexels-elisabeth-anna-1615847-3102375.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13736" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/pexels-elisabeth-anna-1615847-3102375.jpg" alt="pexels-elisabeth-anna-1615847-3102375" width="2046" height="2729" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Struggle for pleasure, Firenze</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 05:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[firenze]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Struggle for Pleasure]]></category>

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		<description><![CDATA[Struggle for pleasure A Firenze, febbraio era un velo. Non era un incontro nuovo: era un ritorno che non si dichiarava mai. Si conoscevano da anni, o forse da una stagione soltanto che si era dilatata nella memoria. Si erano perduti senza rottura, ritrovati senza promessa. Tra loro c’era sempre stata quella forma ambigua—non amore, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/confguide_florence_firenze-1024x576.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13732" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/confguide_florence_firenze-1024x576.jpg" alt="confguide_florence_firenze-1024x576" width="1024" height="576" /></a></p>
<p><strong>Struggle for pleasure</strong></p>
<p>A Firenze, febbraio era un velo. Non era un incontro nuovo: era un ritorno che non si dichiarava mai. Si conoscevano da anni, o forse da una stagione soltanto che si era dilatata nella memoria. Si erano perduti senza rottura, ritrovati senza promessa. Tra loro c’era sempre stata quella forma ambigua—non amore, non assenza—qualcosa che si teneva in equilibrio come luce sull’acqua. Quella sera lei lo attendeva, dopo essere scesa dal treno, vicino all’Arno. Non lo cercava con gli occhi: sapeva già che sarebbe arrivato. Sorrise. Firenze scorreva tra loro: ponti come ciglia socchiuse, mani di pietra che annottavano la luce. Lui pensò alla prima volta che l’aveva vista: la stessa immobilità viva, lo stesso modo di stare dentro e fuori dal tempo. Salirono insieme verso Ponte Vecchio. La strada non aveva pioggia, sembrava una carezza di gesto. Firenze tremava nei vicoli, accendeva stelle tra le persiane: memoria o sogno. Era già lì, da sempre. Dall’alto, la città si apriva come un corpo: cupole raccolte, piazze nomadi nel grembo della sera. Il Duomo di Firenze respirava una luce ametista, anticipando la notte. Le braccia dell’Arno riflettevano bagliori intermittenti—lampare d’acqua e tetti. Pensarono a tutte le volte in cui avevano cercato di darle un nome, una forma stabile, senza riuscirci. Era sempre altrove. «Forse siamo questo,» disse dopo un po’. «Un punto che coincide.» Lei lo guardò, e nei suoi occhi c’era una dolcezza remota. «O forse siamo la linea che si avvicina, toccandosi». Scese la notte. Firenze diventò riflesso: scie nere nei vetri, corridoi di luce che si perdevano tra le strade. Tornarono giù, lentamente, come se ogni passo fosse già accaduto. Non c’era nulla da aggiungere. Si erano già detti tutto, negli anni, senza dirlo mai davvero. Lei si avvicinò appena, sfiorandogli il volto come si tocca una superficie d’acqua. Un gesto breve, quasi trattenuto. Lei sorrise, ma nei suoi occhi passò un’ombra di lontananze. Si allontanarono con un bacio sottovoce, nascosto nel fiume, come se tutto fosse già accaduto: l’ala azzurra sulle acque, le stelle nei vicoli, le mani che annottano la piazza. Firenze, quella notte, non era un luogo. Era la forma precisa del loro incontro, una gemma che continua ad avvicinarsi.</p>
<p><strong>Struggle for pleasure, Firenze</strong></p>
<p>È<br />
ala azzurra<br />
sulle acque,</p>
<p>è<br />
corpo, Firenze<br />
o forse<br />
veste di borghi<br />
radi senza addio<br />
di là delle rondini</p>
<p>Firenze tremula<br />
nei vicoli<br />
crea stelle<br />
oltre san Miniato, intride<br />
ciglia di ponti, e mani<br />
che annottano: la piazza nomade<br />
nel grembo delle cupole</p>
<p>lo splendore controluce -<br />
le braccia d’Arno – i tuoi baci<br />
lampare d’acqua e tetti<br />
e riflesso<br />
di scie nere perdute<br />
in via dei Della Robbia</p>
<p>la tua notte ametista precede<br />
la sera del duomo,<br />
annuncia pupille rose</p>
<p>ho sognato i tuoi chiarori<br />
disabitando le nubi<br />
nel cielo tanzanite<br />
grida la linea dei corridoi,<br />
al suo avvicinarsi</p>
<p><strong> <a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/wp1873745.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13740" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/09/wp1873745.jpg" alt="wp1873745" width="3866" height="2590" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>-</p>
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		<title>Kathleen Jamie e il respiro antico della parola: Il gheppio e la poesia come dimora del mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 04:58:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il gheppio]]></category>
		<category><![CDATA[Kathleen Jamie]]></category>
		<category><![CDATA[The Keelie Hawk]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono libri che non sembrano arrivare sulla pagina, ma emergere da un luogo più profondo: una zona della memoria dove il linguaggio conserva ancora il suono delle cose prima che vengano separate dai loro nomi. Il gheppio di Kathleen Jamie, ora in traduzione italiana, a cura di Giorgia Sensi ed edito da Il Ponte [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/q_98WK2T.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-13724" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/q_98WK2T.jpeg" alt="q_98WK2T" width="1536" height="2048" /></a></p>
<p>Ci sono libri che non sembrano arrivare sulla pagina, ma emergere da un luogo più profondo: una zona della memoria dove il linguaggio conserva ancora il suono delle cose prima che vengano separate dai loro nomi. <em>Il gheppio</em> di Kathleen Jamie, ora in traduzione italiana, a cura di Giorgia Sensi ed edito da Il Ponte del Sale, di <em>The Keelie Hawk. Poems in Scots</em>, appartiene a questa rara famiglia di opere in cui la poesia è uno sguardo che abita il mondo. È un libro che procede come un uccello nel vento: senza fretta, con una precisione quasi invisibile, affidandosi a correnti che appartengono insieme alla natura e alla lingua.</p>
<p>La scelta dello scots come unica lingua poetica della raccolta costituisce il cuore dell&#8217;opera. Dopo una vita letteraria costruita attraverso l’inglese, Jamie ritorna a una lingua più vicina alla memoria orale, ai suoni dell’infanzia, alle pieghe domestiche del parlare quotidiano. Ma questo ritorno non ha nulla di archeologico. Non è il gesto di chi raccoglie frammenti di un passato perduto per conservarli sotto vetro; è piuttosto il gesto di chi riapre una sorgente e lascia che l’acqua torni a scorrere.</p>
<p>Lo scots, nella poesia di Jamie, non è una lingua minore: è una lingua altra, capace di restituire al mondo una diversa intensità percettiva. La sua forza non risiede soltanto nella parola, ma nella distanza che crea rispetto all’uso abituale del linguaggio. Ogni idioma contiene una particolare forma di attenzione, un modo di organizzare il rapporto fra l’essere umano e ciò che lo circonda. Scegliere una lingua significa scegliere anche un paesaggio interiore. E lo scots di Jamie porta con sé il vento e le foschie delle coste scozzesi, il peso delle stagioni, le fioriture spettrali, il canto e la memoria delle comunità, la voce anonima di generazioni che hanno nominato il mondo prima di noi.</p>
<p>In questo senso <em>Il gheppio</em> è un libro sulla sopravvivenza delle lingue, ma ancora di più sulla loro metamorfosi. Una lingua non vive perché viene protetta dalla scomparsa, ma perché continua a generare visioni. La poesia diventa allora un luogo di rigenerazione: il punto in cui una parola antica può ancora dire qualcosa di futuro: «A me lascia solo / quelle piume strappate, / quelle due o tre stipate / in quella vecchia lattina / che per anni ha navigato / i mari tempestosi / del tuo tavolo di cucina / col suo carico di matite e brugole / &#8211; quella col Gabbiano reale? / (Mi sgriderai se sbaglio.) / Ricordi la spiaggia lontana / spazzata dal vento / dove le hai raccolte? / le riporterò indietro».</p>
<p>Il titolo della raccolta offre una chiave simbolica per attraversare l’intero libro. Il gheppio, sospeso nel cielo nella sua immobile concentrazione, rappresenta una modalità dello sguardo. Non lo sguardo che conquista o possiede, ma quello che attende. Il rapace non precipita immediatamente sulla preda: resta fermo nell’aria, affidandosi al movimento invisibile del vento, leggendo e scrivendo il paesaggio dall’alto. Così fa la poesia di Jamie. Essa non forza il mondo a rivelarsi; gli permette di apparire.</p>
<p>Questa è forse la qualità più profonda della scrittura dell&#8217;autrice: una forma di attenzione che diventa quasi un’etica. Nei suoi versi il poeta non è colui che illumina le cose con la propria presenza, ma colui che impara a diminuire sè stesso affinché il mondo possa emergere. L’io poetico arretra, lascia spazio. Il centro della poesia non è l&#8217;uomo, ma la trama complessa delle relazioni che lo comprende.</p>
<p>Gli animali che abitano la raccolta — uccelli, insetti, creature marine e terrestri — non vengono mai trasformati in simboli docili dell’esperienza umana. Restano esseri separati, misteriosi, dotati di una propria forma di esistenza. Jamie rifiuta la tentazione romantica di attribuire alla natura un significato esclusivamente umano. La natura non è uno specchio in cui riconoscersi; è una presenza che resiste, che continua a straripare oltre il nostro sguardo.</p>
<p>È proprio in questa resistenza che nasce la forza poetica del libro. Il mondo naturale non offre una consolazione semplice. È attraversato dalla perdita, dalla trasformazione, dalla fragilità. Le poesie percepiscono il tempo come una corrente profonda che modifica ogni cosa: le coste, gli habitat, le memorie, perfino le parole. Ma davanti a questa precarietà Jamie non oppone né disperazione né illusione. Oppone l’attenzione.</p>
<p>La sua poesia nasce da una forma di meraviglia adulta, consapevole che ogni cosa amata è anche vulnerabile. Guardare un uccello in volo, osservare una pianta, seguire il mutamento della luce non significa sottrarsi alla storia, ma riconoscere la complessità della vita. La natura, per Jamie, non è un altrove incontaminato: è il luogo in cui il tempo umano e il tempo profondo della Terra si incontrano e tremano.</p>
<p>Dal punto di vista formale, <em>Il gheppio</em> conferma una delle caratteristiche più riconoscibili della poetica di Jamie: la capacità di raggiungere una straordinaria densità attraverso la semplicità. I versi sembrano spesso spogli, quasi trasparenti, ma sotto la loro superficie agisce una costruzione attentissima. Ogni parola porta con sé un peso preciso, ogni pausa diventa significativa. La poesia procede per sottrazione, come se sapesse che l’eccesso di spiegazione può allontanare dalla verità delle cose.</p>
<p>In questo senso Jamie appartiene a quella grande tradizione poetica che considera il silenzio non un’assenza, ma una dimensione del linguaggio. Ciò che rimane non detto continua ad abitare il testo. La poesia non chiude il significato, bensì lo apre alla meravigliosa erranza. È una finestra lasciata socchiusa, attraverso cui entrano il rumore del vento, il richiamo di un animale, il movimento impercettibile del tempo.</p>
<p>La traduzione italiana si confronta con un compito quasi impossibile: trasferire non soltanto il senso dei versi, ma la loro materia sonora. Lo scots vive infatti nella sua particolare fisicità, nella sua pronuncia, nella sua memoria collettiva. Ogni traduzione deve inevitabilmente attraversare una perdita. Ma questa perdita può diventare anche una nuova possibilità: il lettore italiano viene invitato a entrare in un territorio linguistico straniero, a percepirne la distanza e, proprio attraverso quella distanza, a comprendere la natura profonda della poesia.</p>
<p><em>Il gheppio</em> è anche un libro sul rapporto fra voce individuale e voce collettiva. Quando Jamie scrive in scots, non parla soltanto con la propria voce. Dentro il suo canto risuonano altre voci: quelle di chi ha abitato quegli stessi luoghi, di chi ha nominato quelle stesse colline e quelle stesse acque, di chi ha affidato alla lingua quotidiana una memoria destinata a sopravvivere.</p>
<p>Ma la grandezza della raccolta consiste nel fatto che questa dimensione storica non diventa mai celebrazione nostalgica. Jamie non cerca un&#8217;origine pura, perché sa che ogni lingua è un organismo in movimento. Lo scots della raccolta è antico e contemporaneo insieme, radicato nel passato e aperto al futuro. È una lingua che non guarda indietro: ascolta ciò che deve ancora nascere.</p>
<p>Alla fine della lettura rimane l&#8217;impressione di aver attraversato un paesaggio più che semplicemente un libro. <em>Il gheppio</em> non si impone con la forza della dichiarazione, ma con la persistenza delle cose naturali: una luce che cambia lentamente, un sentiero che si rivela passo dopo passo, un uccello che rimane sospeso nel cielo senza che quasi ce ne accorgiamo.</p>
<p>Kathleen Jamie ci ricorda che la poesia non serve soltanto a dire ciò che sappiamo già, ma a restituirci la capacità di percepire. In un’epoca in cui le parole rischiano di consumarsi nella rapidità dell&#8217;uso, la sua opera difende il valore della lentezza, dell’ascolto, della precisione.</p>
<p>Come il gheppio che attraversa l’aria affidandosi a correnti invisibili, la poesia di Jamie vive nello spazio sottile tra presenza e assenza, tra il mondo e il suo nome, tra ciò che vediamo e ciò che ancora non sappiamo vedere. Ed è proprio in questo spazio, fragile e luminoso, che la lingua torna a essere una forma di conoscenza: una piuma che, cadendo, sembra invece salire verso l’alto.</p>
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		<title>Salvatore Capo e la fedeltà alla luce: Di fuoco e di cenere come geografia dell’anima</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 18:24:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Di fuoco e di cenere]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Capo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono raccolte poetiche che nascono dall’urgenza dell’espressione e altre che sembrano maturare lentamente, come un frutto esposto per anni alle stagioni. Di fuoco e di cenere di Salvatore Capo appartiene a questa seconda categoria. Non è il libro di una giovinezza inquieta che cerca la propria voce, ma quello di una coscienza che ha [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/NZO.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-13727" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/NZO.jpeg" alt="NZO" width="364" height="517" /></a></p>
<p>Ci sono raccolte poetiche che nascono dall’urgenza dell’espressione e altre che sembrano maturare lentamente, come un frutto esposto per anni alle stagioni. <em>Di fuoco e di cenere</em> di Salvatore Capo appartiene a questa seconda categoria. Non è il libro di una giovinezza inquieta che cerca la propria voce, ma quello di una coscienza che ha attraversato il tempo, la perdita, la memoria e l’amore, e che ora osserva il mondo con uno sguardo insieme disincantato e meravigliato.</p>
<p>Fin dal titolo, la raccolta si presenta come un attraversamento degli opposti. Il fuoco e la cenere non rappresentano soltanto la vita e il suo consumarsi, ma anche le due condizioni fondamentali dell’esperienza umana: l’ardore e il ricordo, la passione e la traccia che essa lascia dietro di sé. Il fuoco è ciò che accende, trasforma, brucia; la cenere è ciò che resta, ciò che custodisce una memoria silenziosa. In questa tensione si colloca l’intera opera di Capo, sospesa tra la celebrazione della vita e la consapevolezza della sua fragilità.</p>
<p>La poesia che dà il titolo alla raccolta costituisce una vera dichiarazione poetica. «Una vita mietuta, / spezzata, rifiorita, / un fiume di fuoco e di cenere» diventa l’immagine emblematica di un’esistenza percepita come continuo processo di perdita e rinascita. Il poeta guarda ai propri anni come a una materia viva, attraversata da cadute e resurrezioni interiori, e riconosce nella memoria non un archivio immobile ma una forza che continua a generare significato.</p>
<p>Uno degli aspetti più evidenti della raccolta è il rapporto profondo con la natura. Alberi, nuvole, rondini, prati, vento, mare, luna, pietre, fiori e stagioni compongono una presenza costante. Tuttavia non si tratta di una natura descrittiva o paesaggistica nel senso tradizionale del termine. La natura di Capo è una realtà spirituale e simbolica, una lingua attraverso cui il mondo parla all’essere.</p>
<p>Quando scrive «Ogni luogo mi parla, / mi dice qualcosa. / Che non devo dimenticare. / Perché tutto, della vita, è un andare», il poeta rivela il nucleo della propria visione: il paesaggio non è mai esterno all’uomo, ma diventa interlocutore e maestro. Ogni elemento naturale custodisce una lezione sull’esistenza. Le rondini insegnano il viaggio, l’autunno insegna la trasformazione, il mare suggerisce il mistero, le pietre conservano la memoria del dolore.</p>
<p>In questa prospettiva emerge una particolare forma di spiritualità. Non una religiosità dogmatica o dottrinale, ma una percezione sacrale della realtà. La raccolta è attraversata da continue interrogazioni sul senso della vita, sulla morte, sul tempo, sull’amore e sul destino. Persino quando compare esplicitamente il riferimento alla preghiera, come in <em>Ho pregato</em>, il tono non assume mai la forma della certezza assoluta. È piuttosto l’atteggiamento di chi si affida al mistero: «Ho pregato che ogni cosa sia / come dev’essere, / non come la vorrebbe / la mente».</p>
<p>Questa tensione spirituale si accompagna a una costante riflessione sul tempo. Poche raccolte contemporanee mostrano una così intensa consapevolezza della finitudine. La memoria occupa uno spazio centrale e diventa spesso il luogo in cui il passato continua a vivere nel presente. In poesie come <em>La memoria</em>, <em>Non ho dimenticato</em>, <em>Le pupille chiuse</em> e <em>Viaggio</em>, il poeta esplora il rapporto tra ciò che è stato e ciò che permane.</p>
<p>La memoria, tuttavia, non viene idealizzata. Capo sa che ricordare significa anche soffrire. I ricordi possono diventare «molecole amare» che macchiano «i bordi dell’anima». Possono essere ferite ancora aperte. Eppure proprio attraverso questa sofferenza il passato acquista una funzione generativa. Ricordare significa restituire vita a ciò che sembrava perduto.</p>
<p>Un altro grande tema della raccolta è la parola stessa. Numerose poesie riflettono sulla possibilità e sui limiti del linguaggio. In <em>Parole</em>, il poeta arriva a dichiarare che le parole spesso «non parlano la vita». La vita autentica si manifesta altrove: in un sorriso, in una mano che trema, nell’attesa di un volto. Questa consapevolezza attraversa l’intera opera e conferisce alla scrittura una particolare umiltà.</p>
<p>Capo sembra diffidare della parola quando essa si allontana dall’esperienza concreta. Per questo la sua poesia cerca continuamente un linguaggio semplice, vicino alle cose, capace di mantenere un contatto diretto con la realtà. La parola poetica non deve dominare il mondo ma ascoltarlo.</p>
<p>Da questo punto di vista la raccolta si colloca in una linea che richiama, per sensibilità, alcune componenti della tradizione lirica italiana del Novecento. Si avverte un’attenzione alla natura che può ricordare certi aspetti di Pascoli; una meditazione sul tempo e sulla memoria che talvolta sfiora atmosfere montaliane; una ricerca di autenticità esistenziale che rimanda a una poesia di matrice spirituale. Tuttavia Salvatore Capo mantiene una voce autonoma, riconoscibile soprattutto per la sua capacità di trasformare immagini quotidiane in simboli universali.</p>
<p>Dal punto di vista stilistico, la raccolta privilegia il verso libero e una costruzione discorsiva che conserva tuttavia una forte musicalità interna. Le ripetizioni, le anafore, le interrogazioni retoriche e le immagini ricorrenti creano una trama sonora che accompagna il lettore senza mai diventare artificiosa.</p>
<p>Particolarmente significativa è la ricorrenza di alcuni nuclei simbolici: la luce, il pane, le pietre, le nuvole, il vento, la luna. Essi ritornano come parole-guida, costruendo una sorta di lessico personale. Il pane rappresenta spesso la concretezza dell’esistenza e il nutrimento spirituale; la luce diventa metafora della conoscenza e dell’amore; le pietre custodiscono la memoria e il dolore; le nuvole incarnano il mutamento; il vento suggerisce il movimento incessante del tempo.</p>
<p>L’amore occupa una posizione centrale nella raccolta. Non si tratta soltanto dell’amore sentimentale, pur presente in testi intensi come <em>Dimmi ancora parole</em>, <em>Guardami</em> e <em>Con gli occhi e con le mani</em>. L’amore assume una dimensione più ampia, diventando principio ordinatore dell’esistenza. È ciò che salva dalla dispersione del tempo, ciò che permette di riconoscere il valore degli attimi, ciò che rende sopportabile la fragilità.</p>
<p>Questa visione raggiunge una particolare intensità nelle poesie dedicate agli affetti familiari. Nei testi rivolti ai nipoti emerge una tenerezza luminosa che rappresenta uno dei vertici emotivi della raccolta. Qui la vecchiaia non è percepita soltanto come avvicinamento alla fine, ma anche come possibilità di contemplare il rifiorire della vita nelle nuove generazioni. Le immagini di <em>Di cristallo e luce</em> restituiscono una commovente fiducia nella continuità dell’esistenza.</p>
<p>La presenza della morte, inevitabilmente, accompagna tutto il libro. Ma ciò che colpisce è il modo in cui essa viene affrontata. Non con disperazione né con eroismo. Piuttosto con una serena accettazione. In <em>Non darmi una morte aggrovigliata</em> il poeta chiede una fine semplice, pacificata, capace di sciogliere i tormenti. La morte appare come una soglia naturale, parte integrante del ciclo della vita.</p>
<p>È forse proprio questa capacità di tenere insieme dolore e gratitudine, malinconia e stupore, che costituisce il valore più autentico della raccolta. Salvatore Capo non ignora le ferite dell’esistenza; le attraversa. Ma continua a cercare la luce. La sua poesia nasce dalla convinzione che, nonostante tutto, vi sia ancora qualcosa da salvare: un tramonto, una voce amata, il profumo del pane, una carezza, il volo di una rondine, il sorriso di un bambino.</p>
<p>Alla fine della lettura si ha l’impressione di aver percorso non soltanto un libro, ma un’intera geografia interiore. <em>Di fuoco e di cenere</em> è il diario poetico di una coscienza che non smette di interrogare il mondo e di lasciarsi interrogare da esso. È una raccolta che invita alla lentezza, all’ascolto e alla contemplazione. In un tempo dominato dalla velocità e dalla distrazione, la poesia di Salvatore Capo ricorda che la vera conoscenza nasce spesso da un gesto semplice: fermarsi a guardare una nuvola, una pietra, una luce che cambia.</p>
<p>E proprio in questa fedeltà alle cose elementari risiede la sua forza più profonda. Perché il poeta sa che la vita non si trova altrove. È qui. Nel pane e nelle stelle, nel fuoco e nella cenere, nella memoria e nell’amore. In quel fragile spazio dove il tempo passa e, nonostante tutto, continua a brillare una luce.</p>
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		<title>La densità del sentimento: cosmologia dell’assenza e geografia dell’amore in Stelle di neutroni di Valentina Tramutola</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 07:52:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Stelle di neutroni]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Tramutola]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel panorama della poesia italiana contemporanea, Stelle di neutroni – poesie scritte con il mal di testo, edito da Divergenze, di Valentina Tramutola si distingue per la capacità di costruire un immaginale originale in cui il lessico della scienza e quello dell’esperienza sentimentale cessano di appartenere a sfere separate e convergono in una medesima tensione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/71yh21WSQQL._SL1500_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13718" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/71yh21WSQQL._SL1500_.jpg" alt="71yh21WSQQL._SL1500_" width="980" height="1500" /></a></p>
<p>Nel panorama della poesia italiana contemporanea, <em>Stelle di neutroni – poesie scritte con il mal di testo</em>, edito da Divergenze, di Valentina Tramutola si distingue per la capacità di costruire un immaginale originale in cui il lessico della scienza e quello dell’esperienza sentimentale cessano di appartenere a sfere separate e convergono in una medesima tensione conoscitiva. La raccolta si colloca infatti in quel territorio, ancora relativamente poco frequentato dalla poesia italiana recente, nel quale il sapere scientifico non viene assunto come repertorio ornamentale o come semplice serbatoio metaforico, ma diventa una vera e propria modalità di interpretazione dell’esistenza.</p>
<p>Il titolo stesso del testo offre una chiave di lettura fondamentale. Le stelle di neutroni sono tra gli oggetti più estremi dell’universo conosciuto: corpi celesti nati dal collasso gravitazionale, residui di esplosioni cosmiche che condensano masse immense in spazi infinitesimali. Non sorprende che Tramutola scelga proprio questa immagine per rappresentare il nucleo profondo della propria scrittura. Le sue poesie funzionano, infatti, come singolarità emotive: testi brevi, spesso essenziali nella struttura, che concentrano una quantità sorprendente di tensione affettiva, memoria e immaginazione.</p>
<p>La raccolta nasce da un’esperienza sentimentale che attraversa quasi ogni componimento, ma sarebbe riduttivo definirla semplicemente una condensazione amorosa. L’amore, qui, non è mai un tema isolato. Esso diventa piuttosto il principio attraverso cui l’autrice osserva il mondo, il filtro che trasforma il reale e lo rende interpretabile.</p>
<p>L’io poetico si muove costantemente tra presenza e assenza, desiderio e distanza, ricordo e attesa. Ciò che emerge non è la cronaca di una relazione, ma la costruzione di una vera e propria cosmologia emotiva.</p>
<p>In questa prospettiva assume particolare rilievo il concetto di “mal di testo”, che compare fin dal sottotitolo della raccolta. Si tratta di una formula felicissima, destinata a rimanere impressa nella memoria del lettore.</p>
<p>Il gioco linguistico richiama evidentemente il “mal di testa”, ma ne sostituisce il dolore fisico con una sofferenza che nasce dalla parola stessa. Il testo diventa sintomo, ferita, necessità. Scrivere non appare come un gesto estetico o consolatorio, bensì come una forma di sopravvivenza.</p>
<p>La poesia <em>Monolocale</em> costituisce, sotto questo aspetto, uno dei vertici teorici dell’opera. L’autrice dichiara di aver scritto “con il mal di testo” per abitare l’assenza del soggetto amato. L’immagine è straordinariamente efficace perché trasforma la scrittura in spazio abitabile. La poesia diventa una casa provvisoria, un luogo nel quale il dolore può essere organizzato e reso sopportabile. Non siamo lontani, in fondo, da una concezione profondamente novecentesca della letteratura come forma di resistenza all’entropia dell’esistenza. Tuttavia Tramutola aggiorna questa prospettiva attraverso un linguaggio fortemente contemporaneo, in cui convivono riferimenti culturali elevati e immagini provenienti dalla vita quotidiana.</p>
<p>Uno degli aspetti più interessanti della raccolta riguarda infatti la sua straordinaria libertà nell’attraversare registri diversi. Nelle poesie convivono Stephen Hawking e Massimo Troisi, Tolkien e Donald Trump, Shakespeare e i social network, la termodinamica e il cioccolato fondente. Tale pluralità potrebbe generare dispersione; al contrario, contribuisce, invece, a costruire una voce riconoscibile e coerente. La cultura non viene esibita come patrimonio erudito, ma assimilata fino a diventare esperienza e sperdimento.</p>
<p>Da questo punto di vista, la raccolta sembra incarnare perfettamente quella che negli ultimi decenni è stata definita “terza cultura”, ossia il tentativo di superare la tradizionale separazione tra saperi scientifici e umanistici. Non è un caso che la prefazione di Ignazio Licata insista proprio sull’idea dei “wormholes”, dei cunicoli che mettono in comunicazione domini apparentemente lontani. La poesia di Tramutola agisce esattamente in questo modo: crea passaggi continui tra discipline, linguaggi e forme di conoscenza differenti, mostrando come la realtà possa essere interpretata soltanto attraverso una pluralità di sguardi.</p>
<p>Particolarmente significativa appare la frequente presenza di immagini astronomiche e cosmologiche. Le stelle, le galassie, le supernovae, il tempo cosmico e l’espansione dell’universo costituiscono una rete simbolica che attraversa l’intera raccolta. Tuttavia il cosmo non viene mai rappresentato come un altrove trascendente. Non siamo di fronte a una poesia metafisica nel senso tradizionale del termine. L’universo di Tramutola rimane sempre intimamente connesso alla dimensione corporea e sentimentale.</p>
<p>La poesia <em>Le tre frecce del tempo</em> rappresenta forse l’esempio più evidente di questo procedimento. Un concetto scientifico elaborato dalla cosmologia contemporanea viene trasformato in dichiarazione amorosa. Le tre frecce del tempo – cosmologica, termodinamica e psicologica – cessano di essere categorie teoriche e diventano modalità di esistenza dell’amato. Il risultato è una sorprendente fusione tra rigore concettuale e intensità lirica. La scienza non impoverisce il sentimento; al contrario, gli offre nuove possibilità espressive.</p>
<p>La dimensione corporea occupa un ruolo altrettanto importante. Se il cielo rappresenta l’orizzonte privilegiato dell’immaginazione, il corpo costituisce il luogo in cui ogni esperienza trova concretizzazione. L’amore si manifesta come temperatura, ferita, malattia, sangue, ulcera, spasmo. In <em>Biologia emotiva</em> la Puglia diventa addirittura una lesione anatomica; in <em>Romanzo d’appendic(it)e</em> la lontananza assume la forma di una patologia da asportare chirurgicamente. Queste immagini testimoniano una costante volontà di materializzare l’emozione, di restituirle consistenza fisica.</p>
<p>Tale caratteristica impedisce alla raccolta di scivolare nell’astrazione. Anche quando il linguaggio si fa cosmico, l’esperienza rimane profondamente incarnata. La poesia di Tramutola non cerca mai una fuga dalla realtà. Al contrario, tenta continuamente di riconciliare la vastità dell’universo con la concretezza della vita quotidiana. L’infinito e il domestico si riflettono reciprocamente.</p>
<p>Un altro elemento degno di attenzione è il rapporto con il tempo. La silloge è attraversata da una forte percezione della temporalità, ma non in senso lineare. Passato, presente e futuro tendono continuamente a sovrapporsi. Il ricordo invade il presente; il desiderio proietta l’io poetico verso possibilità ancora inesistenti; la memoria modifica la percezione degli eventi. In questo senso, il tempo della raccolta appare molto più vicino al tempo interiore della coscienza che a quello cronologico.</p>
<p>Anche il paesaggio svolge una funzione essenziale. Le città, la Puglia, le piazze, i treni, i monolocali e le stanze non costituiscono semplici scenografie. Diventano luoghi della memoria, depositi di significati affettivi. Lo spazio si carica continuamente di valore simbolico e viene reinterpretato attraverso il filtro dell’esperienza sentimentale. Ogni luogo è, in fondo, una forma della mancanza o della speranza.</p>
<p>Naturalmente la raccolta presenta anche alcuni aspetti discutibili. In alcuni testi il meccanismo della trasposizione metaforica appare talmente riconoscibile da rischiare una certa prevedibilità. Il lettore, procedendo nella lettura, impara ad attendersi la trasformazione di un concetto scientifico o culturale in immagine amorosa. In alcuni casi il procedimento funziona magnificamente; in altri sembra riproporre una formula già sperimentata. Si tratta tuttavia di un limite secondario, che non compromette la qualità complessiva dell’opera.</p>
<p>Più rilevante è invece la capacità dell’autrice di mantenere costante una tensione autentica. Anche quando indulge nel gioco linguistico o nell’ironia, la scrittura non perde mai il proprio centro emotivo. Questa sincerità profonda distingue la raccolta da molte operazioni poetiche contemporanee fondate prevalentemente sull’effetto stilistico.</p>
<p>Alla fine della lettura, ciò che resta non è tanto il ricordo dei singoli testi quanto la percezione di un universo coerente. <em>Stelle di neutroni</em> costruisce infatti una vera e propria geografia interiore, un sistema simbolico nel quale ogni elemento dialoga con gli altri. Le stelle comunicano con i corpi, le formule scientifiche con le emozioni, i paesaggi con la memoria, la parola con la ferita.</p>
<p>Valentina Tramutola dimostra di possedere una voce già riconoscibile, capace di coniugare cultura, immaginazione e autenticità emotiva. La sua poesia non cerca rifugio nella tradizione né si affida alle mode del presente. Preferisce abitare una zona di confine, là dove il linguaggio della scienza incontra quello dell’amore e dove il cosmo diventa misura della vulnerabilità umana.</p>
<p>Come le stelle di neutroni da cui prende il titolo, questa raccolta nasce da una compressione estrema. Dal collasso dell’esperienza personale genera una luce intensa e persistente. È proprio in questa capacità di trasformare il dolore in energia poetica che risiede il valore più significativo dell’opera: la dimostrazione che le parole, quando riescono a raggiungere una sufficiente densità, possono continuare a brillare molto tempo dopo l’esplosione che le ha generate.</p>
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		<title>Segnavia nel vento: Kathleen Jamie e la fragile geografia del vivere</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 12:21:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cairn]]></category>
		<category><![CDATA[Kathleen Jamie]]></category>
		<category><![CDATA[Scozia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel panorama della letteratura contemporanea britannica, pochi autori sono riusciti a trasformare l’osservazione del paesaggio in una forma di interrogazione morale e filosofica quanto Kathleen Jamie. La sua scrittura, da sempre sospesa tra poesia, memoir, saggio naturalistico e meditazione lirica, trova in Cairn, pubblicato da Interno poesia, a cura di Giorgia Sensi, una delle sue [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel panorama della letteratura contemporanea britannica, pochi autori sono riusciti a trasformare l’osservazione del paesaggio in una forma di interrogazione morale e filosofica quanto Kathleen Jamie. La sua scrittura, da sempre sospesa tra poesia, memoir, saggio naturalistico e meditazione lirica, trova in <em>Cairn</em><em>, </em>pubblicato da Interno poesia, a cura di Giorgia Sensi, una delle sue espressioni più mature e radicali. Il testo non si limita infatti a raccontare il rapporto fra l’essere umano e la natura: mette in discussione il modo stesso in cui guardiamo il mondo, percepiamo il tempo e abitiamo il paesaggio contemporaneo.</p>
<p>Già il titolo contiene la chiave simbolica dell’opera. Un “cairn” è un mucchio di pietre disposto lungo i sentieri montani della Scozia e delle regioni nordiche: può fungere da segnavia, da memoriale, da traccia lasciata dai viandanti. È qualcosa di insieme pratico e rituale, fragile e durevole. Kathleen Jamie trasforma questa immagine in architettura profonda ed evento.</p>
<p><em>Cairn</em> è infatti composto da frammenti, prose brevi, osservazioni, riflessioni liriche che si accumulano lentamente come pietre deposte lungo un percorso. Nessun racconto unitario, nessuna progressione narrativa tradizionale: il senso emerge dall’accostamento, dalla stratificazione e dalla risonanza. Questa struttura frammentaria non è una semplice scelta stilistica. È piuttosto la forma più adatta a rappresentare l’esperienza contemporanea. Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla frattura: crisi climatica, instabilità politica, sovraccarico informativo, perdita di continuità storica.</p>
<p>Jamie sembra intuire che una scrittura compatta e totalizzante non sarebbe più onesta. Per questo rinuncia alla pretesa del discorso definitivo e preferisce raccogliere impressioni minime, dettagli, presenze, evocazioni. Il libro sparpaglia illuminazioni improvvise, procedendo per apparizioni quasi silenziose: il volo di un uccello marino, la superficie di una roccia bagnata, il mutare della luce sulle coste scozzesi, il rumore del vento nelle brughiere. Uno degli aspetti più straordinari di <em>Cairn</em> è proprio la qualità e l’intensità dello sguardo: il suo cammino. Kathleen Jamie osserva il mondo naturale con un’attenzione quasi scientifica, ma priva di freddezza descrittiva. La sua precisione non è mai neutrale: ogni dettaglio sembra custodire un significato più profondo, come se il paesaggio contenesse una memoria invisibile, una densità dell’istante che si calibra sugli oggetti e i passaggi. La natura, tuttavia, non viene mai idealizzata. Non c’è traccia di pastoralismo romantico o di sentimentalismo ecologico. Jamie non costruisce una natura consolatoria, armoniosa, pacificata. Al contrario, il paesaggio appare spesso esposto, vulnerabile, attraversato da una tensione costante fra permanenza e sparizione, nella vivezza di un evento, qualcosa che accade e si sottrae, allo stesso tempo.</p>
<p>Ed è qui che emerge il nucleo più politico del libro. <em>Cairn</em> è profondamente attraversato dalla coscienza della crisi ambientale, ma senza mai trasformarsi in pamphlet o manifesto ideologico. Jamie evita accuratamente la retorica apocalittica che caratterizza molta narrativa contemporanea sull’ecologia. Non insiste sul disastro, non accumula dati, non cerca effetti spettacolari. La sua strategia è molto più sottile e, proprio per questo, più efficace: mostrare la fragilità del mondo attraverso la precisione dell’attenzione. Ogni pianta osservata, ogni animale descritto, ogni frammento di costa evocato porta con sé la percezione di qualcosa che potrebbe scomparire.</p>
<p>In questo senso la scrittura di Jamie possiede una forte dimensione etica. Guardare diventa un gesto morale. Prestare attenzione alle cose minime — agli uccelli, alle maree, alle pietre, ai cambiamenti atmosferici — significa opporsi alla velocità distratta del presente. La poetessa sembra suggerire che la vera crisi contemporanea non sia soltanto ecologica, ma percettiva: abbiamo perso la capacità di vedere davvero ciò che ci circonda. <em>Cairn</em> tenta allora di ricostruire una forma di presenza al mondo, il colore del mondo, la sua sperduta vitalità:</p>
<p>«Rondoni, circa una dozzina, roteano sopra i tetti contro l’opulenza sbiadita del cielo di nord ovest, piccole nubi grigie contro un oro grigiastro contro un blu soprannaturale di porcellana. La nuvola si increspa e si allunga mentre la luce svanisce, nel silenzio. Ancora dieci minuti e le nubi sono un increspato tessuto dorato a brandelli. I rondoni ancora alti rubano le ultime gocce del giorno».</p>
<p>A rendere il libro ancora più complesso è il continuo intreccio fra tempo naturale e tempo umano. Le rocce, il mare, i fenomeni geologici evocano una durata immensa, quasi incomprensibile rispetto alla vita individuale. Di fronte a questa temporalità profonda, l’esistenza umana appare fragile e provvisoria. Jamie insiste spesso su questa sproporzione: l’uomo contemporaneo vive nell’urgenza, nell’accelerazione continua, mentre la terra procede secondo ritmi infinitamente più vasti e indifferenti.</p>
<p>Tale consapevolezza produce nel libro una malinconia sottile ma persistente. <em>Cairn</em> è anche un’opera sull’invecchiamento, sulla memoria, sulla perdita. Kathleen Jamie scrive dalla maturità e guarda il proprio passato senza nostalgia sentimentale. Emergono i genitori scomparsi, il mutamento del corpo, il tempo che passa, la trasformazione dei rapporti familiari. Tuttavia nulla viene esibito in forma confessionale. Jamie non indulge mai nell’autobiografismo diretto; preferisce affidare l’emozione a immagini laterali, a dettagli minimi che finiscono per avere un’intensità enorme. Una stanza vuota, una luce serale, il silenzio di una costa possono diventare improvvisamente luoghi di memoria e di lutto.</p>
<p>Dal punto di vista stilistico, <em>Cairn</em> rappresenta un esempio straordinario di scrittura controllata. La lingua di Kathleen Jamie è limpida, essenziale, quasi scarnificata. Le frasi sono brevi, il lessico concreto, le immagini nitide. Eppure sotto questa apparente semplicità si percepisce una costruzione musicale rigorosissima. Ogni parola sembra scelta con estrema precisione; ogni pausa, ogni interruzione, ogni spazio bianco partecipa al ritmo del testo. La sua prosa conserva continuamente qualcosa del verso poetico: non procede per spiegazione, ma per risonanza.</p>
<p>Questa economia stilistica costituisce uno degli elementi più affascinanti del libro. In un’epoca letteraria spesso dominata dall’eccesso verbale, dall’enfasi emotiva o dalla sovrapproduzione narrativa, Jamie sceglie la sottrazione. Non cerca mai di impressionare il lettore. Al contrario, il libro richiede lentezza, silenzio, disponibilità contemplativa. È una lettura che obbliga a rallentare il ritmo percettivo.</p>
<p>Alcuni frammenti sembrano interrompersi proprio nel momento in cui potrebbero svilupparsi ulteriormente. Ma sarebbe un errore interpretare questa sospensione come incompletezza. La frammentarietà è la vera forma del libro: Jamie non vuole chiudere il senso, ma mantenerlo aperto, mobile, vulnerabile. In questo aspetto risiede forse la modernità più profonda dell’opera. <em>Cairn</em> rifiuta qualsiasi idea di dominio — dominio narrativo, dominio concettuale, dominio umano sul paesaggio. Tutto nel libro suggerisce invece una relazione di ascolto e di precarietà. L’essere umano non occupa il centro del mondo: è soltanto una presenza temporanea fra altre presenze.</p>
<p>Ed è proprio questo decentramento a rendere il libro così importante nel contesto della letteratura contemporanea. Kathleen Jamie riesce, infatti, a parlare della crisi ambientale senza ridurre la letteratura a strumento ideologico. La sua scrittura conserva sempre complessità, ambiguità, apertura poetica. Non offre soluzioni, non propone programmi morali: invita piuttosto a una diversa qualità dello sguardo.</p>
<p>Alla fine della lettura resta una sensazione molto particolare: quella di aver attraversato un paesaggio silenzioso e severo, fatto di vento, rocce, maree e memorie umane appena trattenute. Come i cairn disseminati lungo i sentieri montani, anche i testi di Kathleen Jamie sembrano piccoli segni lasciati per orientarsi in un mondo sempre più instabile. Non grandi monumenti letterari, ma tracce essenziali, pietre deposte con cura contro il rischio della scomparsa.</p>
<p>Per questo <em>Cairn</em> è molto più di un libro sulla natura. È una meditazione sulla fragilità del vivere contemporaneo, sulla memoria, sul tempo e sulla possibilità stessa della scrittura in un’epoca segnata dalla crisi ecologica e spirituale. Un’opera di rara intensità, capace di unire rigore poetico, profondità filosofica e attenzione concreta al reale. Kathleen Jamie dimostra ancora una volta che la letteratura può essere un luogo di resistenza silenziosa: non attraverso il clamore delle dichiarazioni, ma attraverso la precisione dello sguardo e la pazienza dell’ascolto.</p>
<p><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Cairn.-Poesie-e-prose-dalla-natura-scozzese-Interno-Poesia-Editore.png"><img class="alignnone size-full wp-image-13715" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Cairn.-Poesie-e-prose-dalla-natura-scozzese-Interno-Poesia-Editore.png" alt="Cairn. Poesie e prose dalla natura scozzese - Interno Poesia Editore" width="447" height="661" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Soglie di carta e silenzio – Floriana Porta</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 10:49:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>
		<category><![CDATA[Floriana Porta]]></category>
		<category><![CDATA[Madonna]]></category>
		<category><![CDATA[Ray of light]]></category>

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		<description><![CDATA[L’immagine si offre come una soglia franta, un montaggio di carte e trasparenze che allude più a un attraversamento che a una semplice esposizione. La parola, qui, non è mai pienamente data: appare, si sottrae, si lascia intravedere tra veli di carta e segni che sembrano respirare. In questo gioco di sovrapposizioni, la scrittura diventa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’immagine si offre come una soglia franta, un montaggio di carte e trasparenze che allude più a un attraversamento che a una semplice esposizione. La parola, qui, non è mai pienamente data: appare, si sottrae, si lascia intravedere tra veli di carta e segni che sembrano respirare. In questo gioco di sovrapposizioni, la scrittura diventa materia visiva, gesto trattenuto, eco di una voce che non si consegna mai del tutto.</p>
<p>Il riferimento a Emily Dickinson emerge non come citazione, ma come postura: abitare l’assenza, dire per frammenti e per fenditure. Floriana Porta costruisce uno spazio in cui il testo non è più lineare, ma disperso, quasi dispersivo, come se la poesia si fosse liberata dalla pagina per cercare altre forme di esistenza. Il dettaglio calligrafico, appena leggibile, suggerisce un’intimità radicale, un diario sottratto allo sguardo e insieme offerto nella sua vulnerabilità. La carta diventa così pelle, membrana attraversata da un tempo che si deposita in tracce e cancellature. Si ha l’impressione che ogni segno sia sul punto di svanire, e proprio per questo acquisti una intensità ulteriore. Il bianco non è sfondo, ma campo attivo, spazio di risonanza in cui la parola si dissolve e si rigenera. La frammentazione visiva rispecchia una tensione interiore: quella tra il bisogno di dire e la necessità del silenzio. L’opera invita a una lettura lenta, quasi tattile, in cui lo sguardo deve sostare, tornare indietro, perdersi. Non c’è un centro stabile, ma una costellazione di indizi che rimandano a una poesia intesa come esperienza liminale. In questo senso, la mostra si configura come un dispositivo percettivo, più che come una semplice raccolta di lavori. È un invito a sostare nell’intervallo, nel margine, dove il linguaggio si incrina e si fa visione. E proprio lì, in quella soglia incerta, la voce poetica continua a vibrare, ostinata e segreta.</p>
<p><strong> <a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Screenshot-2026-06-07-at-12-45-15-Floriana-Porta-–-Arte-–-Poesia-–-Haiku.png"><img class="alignnone size-full wp-image-13712" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/Screenshot-2026-06-07-at-12-45-15-Floriana-Porta-–-Arte-–-Poesia-–-Haiku.png" alt="Screenshot 2026-06-07 at 12-45-15 Floriana Porta – Arte – Poesia – Haiku" width="1545" height="742" /></a>Ray of light</strong></p>
<p>Il luogo remoto non sostituisce l’amore:</p>
<p>è il viola inabitato dell’oceano</p>
<p>che sparpaglia raggi di luce.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Incendio caramella, loto</p>
<p>e notti di meleti.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La tua pelle chiude gli occhi</p>
<p>del mare mosso e ritorna</p>
<p>nel potere dell’addio</p>
<p>delle senapi dischiuse.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il tuo cuore, congiunto e sciolto,</p>
<p>non sempre apre stelle ingombre,</p>
<p>dagli scuri del mondo sommerso</p>
<p>cade dalle mani fredde</p>
<p>come le farfalle brune di Zefiro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da qualche parte</p>
<p>Il cielo si adatta al paradiso.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Liberi sotto la Grazia, presentazione a Napoli nell&#8217;attesa di Leone XIV</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 16:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È disponibile in libreria e negli store online il libro Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia (Libreria Editrice Vaticana, pp. 560 euro 26). Questo testo raccoglie per la prima volta gli scritti e i discorsi di Robert Francis Prevost, oggi Papa Leone XIV, quando era il responsabile [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/Prevost.png"><img class="alignleft size-full wp-image-13708" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/Prevost.png" alt="Prevost" width="317" height="478" /></a>È disponibile in libreria e negli store online il libro <em>Liberi sotto la grazia. </em><em>Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia </em>(Libreria Editrice Vaticana, pp. 560 euro 26). Questo testo raccoglie per la prima volta gli scritti e i discorsi di Robert Francis Prevost, oggi Papa Leone XIV, quando era il responsabile degli Agostiniani a livello mondiale. Il libro viene pubblicato in occasione del primo anniversario dell’elezione del Pontefice statunitense su iniziativa dell’Ordine di Sant’Agostino.</p>
<p>Sono numerose e ricche le riflessioni proposte nel volume: il primato della vita interiore nella ricerca continua di Dio, a partire dallo studio e dalla preghiera; la convinzione che la comunione fra i credenti sia un elemento essenziale per una presenza cristiana incisiva nel mondo; il servizio gratuito alla Chiesa laddove si è chiamati a portare un contributo; la difesa dei poveri, la lotta per la giustizia e l’impegno per la pace come cartine di tornasole della propria adesione a Cristo.In questi testi il futuro Papa dispiega la sua visione del cristianesimo e del ruolo dei credenti in una società secolarizzata. Stella polare del suo argomentare, ricco di riferimenti letterari, filosofici e teologici, è l’insegnamento di sant’Agostino, di cui egli si è definito «figlio» appena eletto Pontefice. E del grande Dottore della Chiesa, genio indiscusso nell’armonizzare la ricerca umana della verità con la Rivelazione, Prevost si fa interprete fedele, attingendo dai suoi scritti la prospettiva tramite cui guardare con creatività e fiducia le sfide del nostro tempo. Capace di uno sguardo lucidamente ottimista sul futuro della fede, lontano da qualsivoglia nostalgia verso tempi passati migliori dell’oggi, Prevost considera decisivo per la proposta cristiana il valore della testimonianza di vita del credente, unica esigenza che il Vangelo richiede perché la parola di Cristo risuoni in modo eloquente nel mondo contemporaneo.</p>
<p><em>Liberi sotto la grazia </em>è in corso di traduzione in 30 Paesi nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Incontri con i lettori</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il libro <em>Liberi sotto la grazia </em>sarà presentato nei prossimi giorni in diverse città italiane: mercoledì 6 maggio a Roma alle ore 17 all’Istituto Augustinianum, presenti il cardinale Pietro Parolin, p. Joseph Farrell, Paolo Ruffini, Maria Grazia Calandrone e Andrea Tornielli; <strong>giovedì 7 maggio a Napoli alle ore 17 (Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale) con Nataša Govekar, d. Francesco Asti, p. Pasquale Incoronato, mons. Francesco Beneduce e p. Pasquale Cormio</strong>; venerdì 8 maggio a Firenze (ore 17.30) al Centro Internazionali di Studi Leone XIV con Paolo Ruffini e p. Giuseppe Pagano; domenica 10 maggio (ore 19) nella rassegna Acta Diurna a San Bonifacio (VR) con Lorenzo Fazzini e Stefano Filippi; sabato 16 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino (ore 12.45) con p. Joseph Farrell, Annalisa Cuzzocrea e Paolo Ruffini; venerdì 12 giugno a Lodi (Festival «Un fiume di libri») con mons. Cesare Pagazzi e Lorenzo Fazzini (ore 21).</p>
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		<title>Portici al voto, Teodonno incontra la cittadinanza</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Claudio Teodonno candidato Sindaco della coalizione di centrosinistra per le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio prossimo, coalizione formata da Partiti e Liste civiche, lo scorso 27 aprile, il giorno dopo la presentazione ufficiale delle liste, ha riunito i candidati al Consiglio Comunale nel cuore della città (piazzale Brunelleschi). Bagno di folla e strette [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Claudio Teodonno</strong> <strong>candidato Sindaco</strong> della coalizione di centrosinistra per le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio prossimo, coalizione formata da Partiti e Liste civiche, lo scorso 27 aprile, il giorno dopo la presentazione ufficiale delle liste, ha riunito i candidati al Consiglio Comunale nel cuore della città (piazzale Brunelleschi).</p>
<p style="text-align: justify;">Bagno di folla e strette di mano per Teodonno che già nei giorni scorsi aveva incontrato tantissimi cittadini e avviato una serie di incontri nella sede elettorale &#8211; in via Libertà 132 &#8211; con le categorie economiche e le parti sociali della città. Ieri è stata anche un’occasione per far visita ai banchetti allestiti in strada dalle forze politiche che lo sostengono per illustrare i punti del programma della coalizione che si presenta agli elettori con lo slogan “<strong>il Progresso Continua”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.png"><img class="alignleft size-full wp-image-13704" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/04/Immagine1.png" alt="Immagine1" width="635" height="475" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Con San Francesco a scuola di ecologia integrale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 14:24:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Gravina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è concluso ieri, martedì 24 marzo 2026, presso l’oratorio San Domenico Savio di Ercolano (NA), il percorso “Dalla terra la vita. Ecologia integrale e mitezza nel Cantico delle Creature di San Francesco”, ispirato all’omonimo libro di Francesco Del Pizzo pubblicato dalla editrice Ave, che ha visto centinaia di studenti delle scuole secondarie di secondo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è concluso ieri, martedì 24 marzo 2026, presso l’oratorio San Domenico Savio di Ercolano (NA), il percorso <strong><em>“Dalla terra la vita. Ecologia integrale e mitezza nel Cantico delle Creature di San Francesco”</em></strong>, ispirato all’omonimo libro di <strong>Francesco Del Pizzo</strong> pubblicato dalla editrice Ave, che ha visto <strong>centinaia di studenti</strong> delle scuole secondarie di secondo grado dell’area vesuviana impegnati, sotto la guida dei loro docenti, in un cammino di reinterpretazione del pensiero e dell’opera di San Francesco d’Assisi. Il <strong>percorso di formazione e orientamento</strong>, voluto dal direttore dell’<strong>Istituto Superiore di Scienze Religiose “Donnaregina” </strong>di Napoli, <strong>Don Pasquale Incoronato</strong>, in occasione dell’VIII centenario del transito di San Francesco, e organizzato dai docenti <strong>Raffaele Carofano </strong>e<strong> Michele Giustiniano</strong>, specialisti dell’IRC, è terminato con una giornata di riflessioni e confronto tra gli studenti, i docenti e l’autore del volume.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-24-at-20.10.13.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13695" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-24-at-20.10.13.jpeg" alt="WhatsApp Image 2026-03-24 at 20.10.13" width="1600" height="900" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Cinque gli Istituti superiori dell’area vesuviana che hanno ricevuto l’<strong>attestato di merito </strong>finale per aver portato brillantemente a termine il percorso, iniziato settimane prima nelle rispettive aule attraverso la lettura dell’opera e la rielaborazione dei concetti in prodotti in linea con la vocazione del proprio specifico percorso di studi e con le inclinazioni personali degli studenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.42-1.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13697" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.42-1.jpeg" alt="WhatsApp Image 2026-03-25 at 14.28.42 (1)" width="1600" height="1200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Nacque al mondo un sole”</em> è il titolo, ispirato al Canto XI della Divina Commedia, scelto dagli studenti della sezione <strong>architettura e ambiente</strong> del <strong>liceo artistico dell’Istituto F. Degni di Torre del Greco (NA)</strong> per il trittico di tavole pittoriche rappresentante episodi salienti della vita del poverello di Assisi, che gli allievi hanno realizzato in aula sotto la guida del professor Michele Giustiniano, mentre i loro compagni della sezione di <strong>design del gioiello</strong> (indirizzo raro) dello stesso istituto hanno elaborato un originale ostensorio ispirato agli elementi del Cantico delle Creature, indirizzati dalle professoresse Carmela Liguoro e Annalisa Longobardi e ispirati dalle musiche del professor Giacomo Panariello. Gli alunni dell’Istituto liceale <strong>Q. Orazio Flacco di Portici</strong> (NA), guidati dai professori Raffaele Carofano e Giusy Palazzo, hanno invece contribuito al successo dell’iniziativa con coreografie e letture dal titolo <em>“Il Cantico che ci spoglia”</em>, cui hanno fatto seguito il reading <em>“Il Cantico frontiera di fraternità politica e amicizia”</em> degli alunni del <strong>liceo scientifico F. Silvestri di Portici</strong>, coordinati dal professor Mario Ascione, e quello degli studenti del <strong>liceo statale C. Urbani di San Giorgio a Cremano</strong> (NA), diretti dalle professoresse Maria De Marinis e Giuseppina Urciuolo, denominato <em>“Il Cantico che ci ri-veste”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.43.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13696" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.43.jpeg" alt="WhatsApp Image 2026-03-25 at 14.28.43" width="1200" height="1600" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«Una mattinata emozionante e coinvolgente. I ragazzi hanno restituito molto di più di quanto abbia potuto loro trasmettere. Hanno dato senso ad una lettura e reinterpretazione del Cantico per niente banale, piena delle loro vite e delle loro storie. Interrogativi profondi che riguardano il senso dello stare al mondo e che non possono lasciarci indifferenti poiché abbiamo di fronte giovani che desiderano vivere in modo diverso ed autentico. In questo tempo di brutture e storture provocate da guerre e ingiustizie sono il cantico di una bellezza che resiste proprio nella dimensione francescana più autentica. Sono grato a questi studenti e ai loro docenti e chissà che non possa nascere un progetto di collaborazione e di racconto dell’iniziativa vissuta insieme» ha commentato l’autore <strong>Francesco Del Pizzo</strong>, coordinatore dell’ambito educazione dell’Arcidiocesi di Napoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Grande entusiasmo nel finale per la performance in lingua napoletana dal titolo <em>“Il Cantico della Speranza”</em>, interpretata dagli studenti dell’<strong>Istituto R. Scotellaro di San Giorgio a Cremano </strong>(NA), guidati dalle professoresse Elena Damiano, Anna Scognamiglio e Rosa Parlante.</p>
<p style="text-align: justify;">«Una giornata di primavera – ha concluso <strong>Don Pasquale Incoronato</strong> – ricca del protagonismo dei nostri ragazzi. Quando ero giovane ero affascinato da una frase: <em>la fantasia al potere</em>! La mattinata del 24 Marzo ho visto tutto ciò realizzato dai ragazzi dei nostri licei e istituti superiori con i loro professori. Hanno riletto il libro con fantasia, genialità e freschezza di idee proposte. Abbiamo respirato vento di primavera, vento di gioventù».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.42.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13698" src="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2026/03/WhatsApp-Image-2026-03-25-at-14.28.42.jpeg" alt="WhatsApp Image 2026-03-25 at 14.28.42" width="1600" height="1200" /></a></p>
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