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Il principio e il progetto di ogni speranza. Con Giorgio La Pira, parole e visioni per le sfide del nostro tempo

Il principio e il progetto di ogni speranza. Con Giorgio La Pira, parole e visioni per le sfide del nostro tempo
A cura di Luca Micelli, prefazione di Pietro Domenico Giovannoni
Roma, Edizioni Ave, 2025

Recensione di ERIKA MARCANTONIO

In un tempo storico segnato da una diffusa crisi della speranza – spesso ridotta a sentimento privato o a fragile ottimismo – il volume Il principio e il progetto di ogni speranza. Con Giorgio La Pira, parole e visioni per le sfide del nostro tempo si propone come un’operazione culturale e teorica ambiziosa: restituire alla speranza la sua densità storica, spirituale e politica, a partire dal pensiero e dalla testimonianza di Giorgio La Pira. L’assunto di fondo, esplicitato già nel titolo, è netto: la speranza non è evasione dal reale, ma principio generativo e progetto storico, capace di orientare l’agire personale e collettivo.

Il libro si colloca consapevolmente nel solco degli studi lapiriani, ma ne supera l’impostazione meramente storica o commemorativa. La curatela di Luca Micelli costruisce infatti un percorso unitario che intreccia testi di La Pira e contributi interpretativi contemporanei (Pina De Simone, Elena Granata, Sebastiano Nerozzi, Nello Scavo, Sihem Djebbi) organizzati secondo una logica tematica che ne mette in luce coerenza interna e attualità teorica. Ne emerge una figura di La Pira come pensatore della storia, capace di tenere insieme interiorità spirituale e responsabilità pubblica e come scrive nella Prefazione di Giovannoni: «Nel clima di guerra che stiamo tornando a respirare in Europa, di fronte a politiche che smantellano lo stato sociale, faticosamente con le lotte del movimento operaio, Giorgio La Pira continua a scuotere le nostre coscienze».

L’architettura del volume è significativa. Dopo la prefazione e l’introduzione, che chiariscono il quadro ermeneutico complessivo, i contributi sono articolati attorno a nuclei concettuali forti: la vita interiore come fermento di speranza, la città come luogo antropologico e politico della speranza, il lavoro e la giustizia sociale come criteri di umanizzazione dell’economia, la pace come orizzonte escatologico e storico, la fraternità come principio ordinatore delle relazioni. Questa struttura consente di leggere La Pira non come autore di singole intuizioni, ma come portatore di una visione integrale.

Particolarmente rilevante è il primo asse tematico, dedicato alla vita interiore. I testi lapiriani raccolti sotto il titolo Nel segreto del cuore mostrano come la speranza, lungi dall’essere una proiezione soggettiva, nasca da un lavoro interiore paziente, alimentato dalla Parola, dalla preghiera e da una comprensione non riduttiva della verità cristiana. La celebre espressione «il vero cristiano è luce del mondo» viene sottratta a ogni lettura moralistica e restituita come categoria ontologica e storica: la luce non elimina il conflitto, ma lo attraversa, orientando la storia verso un compimento che resta promesso e mai posseduto.

Il secondo grande nucleo riguarda la città. Nei saggi dedicati all’abitare, alla cittadinanza e alla funzione politica delle istituzioni urbane, La Pira appare come un pensatore radicalmente moderno: la città non è solo spazio amministrativo, ma luogo simbolico in cui si misura la qualità della convivenza umana. L’idea di «un posto per tutti» diventa criterio normativo per giudicare l’organizzazione sociale, economica e urbanistica. In questo senso, la città lapiriana non è utopia astratta, ma progetto concreto, fondato sulla dignità della persona e sul primato del bene comune.

Il tema dell’economia della dignità umana, affrontato nei contributi di taglio più esplicitamente socio-politico, conferma la portata critica del pensiero lapiriano. «Una società cristiana permette la disoccupazione?», la domanda radicale di La Pira è anche oggi una sfida per ogni politica. Il lavoro, il pane, il minimo vitale non sono concessioni assistenziali, ma diritti che fondano la legittimità stessa dell’ordine economico. La speranza, qui, assume un carattere eminentemente politico: essa diventa criterio di giudizio delle strutture e delle scelte collettive, denunciando ogni sistema che accetti la disoccupazione e l’esclusione come inevitabili.

Il cuore teorico del volume emerge con particolare chiarezza nella sezione dedicata alla pace e alla dimensione internazionale. L’immagine del Mediterraneo come «grande lago di Tiberiade» restituisce la profondità simbolica della visione lapiriana: la pace non è semplice assenza di guerra, ma processo storico che richiede istituzioni, dialogo, riconciliazione e conversione interiore. Il confronto con la categoria di utopia profetica consente di collocare La Pira accanto a pensatori come Ernst Bloch, pur nella differenza radicale dell’orizzonte teologico. La speranza, in questa prospettiva, non è il “non-ancora” indeterminato, ma una promessa che interpella il presente e chiede di essere organizzata.

Un ulteriore elemento di forza del volume è la categoria di fraternità, letta non come sentimento privato o generico appello morale, ma come principio strutturante della storia. La fraternità lapiriana si configura come alternativa tanto alla rassegnazione quanto alla violenza, come criterio di discernimento politico e come risposta alla frammentazione del mondo contemporaneo. In questo senso, il dialogo implicito con il magistero recente – in particolare con l’orizzonte del Giubileo 2025 – rafforza l’attualità della proposta.

Dal punto di vista critico, il volume si distingue per la capacità di tenere insieme livelli diversi di analisi: spirituale, antropologico, politico e storico. L’operazione non è priva di rischi – in particolare quello di una lettura eccessivamente armonica di un pensiero attraversato da tensioni – ma la scelta appare consapevole e coerente con l’obiettivo dichiarato: non una ricostruzione filologica esaustiva, bensì una riattivazione del pensiero lapiriano come risorsa per il presente.

Nel complesso, Il principio e il progetto di ogni speranza si impone come un contributo rilevante nel panorama degli studi su Giorgio La Pira e, più in generale, nel dibattito sulla possibilità di una politica non ridotta alla gestione dell’esistente. Il volume mostra con chiarezza che la speranza, per La Pira, non è né fuga né consolazione, ma forma della responsabilità storica. Come scrive Micelli: «Oggi continuare a parlare di La Pira significa compiere un atto di resistenza culturale e spirituale perché vuol dire opporsi con voce forte al cedere della logica di guerra, al cinismo, all’indifferenza, alla disillusione che sembrano colonizzare la nostra realtà. (…) La Pira ha incarnato uno stile che oggi appare quasi impossibile: credere che la pace sia inevitabile, che la fraternità sia possibile, che la politica possa ancora essere una forma alta di carità». In un’epoca segnata da crisi globali e da un diffuso senso di impotenza, questa prospettiva non offre soluzioni immediate, ma restituisce alla riflessione teorica e all’azione pubblica un orizzonte di senso senza il quale ogni progetto rischia di diventare cieco.

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