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	<title>Città del Monte &#187; Adonis</title>
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		<title>Adonis e i passi dello splendore</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jul 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adonis]]></category>
		<category><![CDATA[Damasco]]></category>
		<category><![CDATA[I Canti di Mihyar il damasceno]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>

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		<description><![CDATA[I Canti di Mihyar il damasceno[1]di Adonis (1930), il maggior poeta vivente in lingua araba, scritti tra il 1960 e 1961, pubblicati ora in Italia nella nuova veste grafica della collana “Lo Specchio” Mondadori, rivitalizzano il mito attraverso la potenza del segno e la sua cifra, la coltre umana e il suo splendido spettacolo, depositato [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/Adonis-poeta-arabo.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11086" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/Adonis-poeta-arabo.jpg" alt="PD*50926109" width="445" height="279" /></a></p>
<p><em>I</em> <em>Canti di Mihyar il damasceno</em>[1]di Adonis (1930), il maggior poeta vivente in lingua araba, scritti tra il 1960 e 1961, pubblicati ora in Italia nella nuova veste grafica della collana “Lo Specchio” Mondadori, rivitalizzano il mito attraverso la potenza del segno e la sua cifra, la coltre umana e il suo splendido spettacolo, depositato nell’essere.</p>
<p>Nella Postfazione Khalida Said, soffermandosi sull’identità mobile nel suo gesto poetico, ossia in continua ricerca e in divenire, così scrive:</p>
<p>Il personaggio mitico di Mihyar riassume in sé alcuni elementi: la crisi del poeta come individuo che vive nel xx secolo, su un altro livello l’esperienza della trasformazione e della mobilità nella società araba e la crisi dell’uomo che si trova di fronte a temi quali la vita, la morte e l’amore.</p>
<p>Così Adonis trasferisce la sua esperienza personale su un piano universale, nel momento in cui questi diversi livelli della crisi umana si incrociano nel personaggio di Mihyar, che ha una dimensione mitica, arricchita anche con echi dell’antica mitologia che tracciano la storia dell’ansia umana. […]Mihyar è quindi principalmente un osservatore: sta su una linea in cui si intersecano valori e mondi, osserva il movimento complessivo e rivela i misteri. Per questo a dominare ne I canti di Mihyar il damasceno è un clima evolutivo: c’è sempre qualcosa sul punto di formarsi e scomparire.[2]</p>
<p>La salmodia di Adonis accentra la fragranza dei continenti, dipingendo il rovescio del giorno, aspettando i passi della notte, vivendo dove le pietre si fanno lago e ombra di città. In questo si attesta tutta la sua dimensione evolutiva che transita. Nel transito, negli estremi che si incontrano, nella vita che si riempie attraverso le parole smarrite, cammina sull’abisso e ha la statura del vento.</p>
<p>Ma qui non siamo di fronte alla rivelazione di un doppio, tutt’altro. Mihyar è la voce viscerale e lirica di Adonis, ciò che gli permette di sollevare la cortina del mondo, di guardarlo come lancia pagana, invadendo la terra delle sillabe e indossando la nudità delle pietre.</p>
<p>Tale leggerezza, o meglio levità, consente al suo personaggio di farsi persona, unirsi all’abbraccio delle radici e al giardino di fuoco.</p>
<p>Il regno di Mihyar è il vento e il mistero, ossia quella caratteristica per cui la parola si posa e nasce, permettendo la conoscenza e dove nel canto scritto sui volti visita la sua erranza e il suo esilio: «Perse il filo delle cose / e la stella della sua percezione si spense / non vacillò / e quando i suoi passi si fecero pietra / e la noia incise le sue guance / raccolse adagio le sue membra sparse / le raccolse per la vita / e si disperse» (<em>Un’altra voce</em>)<em>.</em></p>
<p>Le membra sparse coincidono con la nascita degli occhi. Dentro il mito, Adonis compie il suo itinerario di lingua e origine, e in questa genesi ottica entrano nella sua dimensione spaziale, Sisifo («Ho giurato di restare con Sisifo / di sottomettermi alla febbre, alle scintille / di cercare nelle orbite cieche / l’ultima penna / che scrive per l’erba e l’autunno / il poema della polvere»), Noè, Orfeo («Innamorato, rotolo come pietra nelle tenebre / degli inferi, ma io illumino»), Ulisse («Cerco Ulisse / forse innalzerà per me i suoi giorni quale ascensione / forse mi parlerà, mi dirà ciò che le onde ignorano…»), la Fenice, Icaro, al-Khidr, Bashshar e al-Hallaj.</p>
<p>Essi bruciano nella scorza di vita che il mito dispone, è la sponda ottica della poesia a farsi assetata di fuoco e voce: «Scende tra remi e rocce / s’incontra con gli smarriti / nelle giare delle sirene / nei bisbigli delle conchiglie. / Annuncia la resurrezione delle radici, / la resurrezione delle nozze, dei porti, dei cantori / annuncia la resurrezione dei mari».</p>
<p>Il simbolo è il segno presente di un canto in cui abita la profondità della vita, l’assenza, il linguaggio interiore della nascita e la morte, il testamento tra le rovine e il verso al vento, il richiamo e l’eco, quando «il mattino chiude le porte ai suoi occhi / e si spegne / volge il lume verso una montagna / che per disperazione aveva smarrito / e vi si rifugia».</p>
<p>Il poeta, estrapolando la parola dal suo contesto pratico quotidiano per renderla punto di incontro, di illuminazione del suo pensiero, crea un conflitto tra la sua materia prima, la parola, e la sua natura artistica. Questa trasformazione e questo conflitto sono ciò che intendiamo con l’espressione “linguaggio” del poeta. Tale linguaggio è la condizione particolare  del poeta, la sua personale avventura nella ricerca della verità. Per questo ha le caratteristiche del sogno e dell’esperienza dove decade ogni produzione ricalcata sul linguaggio di altri poeti. La verità poetica, in fondo, è una verità interiore anche se ha le caratteristiche di trasmettere e di ricevere e aspira ad essere verità oggettiva.[3]</p>
<p>L’erranza è il suo rifugio primigenio. Il cielo ha levato un tetto di pioggia, proteso per far abbassare il suo volto. Danza nell’abisso oltre le cose logorate, sprofonda per ravvivare i misteri, cominciando il suo cielo dove finisce il cielo.</p>
<p>Il cuore del suo viso è il fuoco che legge la polvere, come una nube che passa sui mari. Dentro il suo calamo dorme la patria muta, e la morte che aderisce ai suoi occhi, dormendo all’inizio di ogni finitudine infinita.</p>
<p>Nella sfumatura mitica, Adonis erige il suo tempio di splendore e scintille. È una conoscenza che crea il panno profondo di ogni profezia e lavacro, che affondano nei millenni diluviati, i traghettamenti e il giorno gemello:</p>
<p>Ha riconosciuto gli altri / ha lanciato le sue pietre su di loro si è voltato / portando il fulgore del giorno / e gli anni che corrono nella loro virginità primordiale. / Il suo volto sospeso a confini stranieri / si china su di essi e li illumina. / Dove non incontra che se stesso viene / dove non intravede che gli altri si volta / portando il fulgore del giorno / cancellando la pagina di un cielo vicino (<em>Gli altri</em>).</p>
<p>Sentire addosso la contraddizione e l’ossimoro del tempo, la crisi e la difficile risalita, il peso e l’erranza ebbra, così come l’esilio e il miraggio delle terre nomadi, significa indicare il fondo della propria finitezza, che saggia la scorza delle cadute.</p>
<p>Provare ad ingannare la morte con l’amore, il vento, il pianto, la racchiusa caligine delle parole, oltre ogni reame temporale e poi, provarsi a vivere nelle radici (e nel radicamento), come ultima scarcerazione di passo.</p>
<p>La ferita di Adonis è la sua gloria terminale di passaggio, la partenza della colomba che è pace e soffio di spirito, la città disegnata e l’isola. La ferita del divenire apre ora la sua narrazione di polvere e terra vergine:</p>
<p>1 Le foglie che dormono sotto il vento / sono nave per la ferita / il tempo fugace è la gloria della ferita / e gli alberi che si allungano tra le nostre ciglia / sono lago per la ferita. / La ferita è nei ponti, / quando la tomba si allunga / quando la pazienza si prolunga / tra le rive del nostro amore e della morte, / e la ferita / è segno, la ferita è nel passaggio. 2 A una lingua dai suoni soffocati / dono la voce della ferita / alla pietra proveniente di lontano / al mondo arido, all’aridità / al tempo portato sulla barella del ghiaccio / accendo il fuoco della ferita / e quando la storia brucerà nelle mie vesti / e le unghie azzurre spunteranno nel mio libro / e quando griderò al giorno: / chi sei, chi ti ha gettato nei miei quaderni / nella mia terra vergine? / Scorgerò nei miei quaderni, nella mia terra vergine / occhi di polvere / sentirò chi dice: “Sono la ferita del divenire / che cresce nella tua piccola storia”.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Le ferite sono la pagina e la lingua dispersa, il viaggio infinito, l’antica caduta come un arcipelago, il vento e le palme come segni che chiedono segno. Adonis chiede porto, un vascello, i resti di una città nel paese dei fanciulli e del pianto, per far discendere il suo canto di lancia che trafigge gli alberi, le pietre e il cielo, morbido come l’acqua, verso un dio, a cui chiede di sorgere e di far inchinare la terra:</p>
<p><em> </em></p>
<p>3 Ti ho chiamata nube / o ferita, colomba della partenza / ti ho chiamata penna e libro / ed eccomi iniziare il dialogo / tra me e la lingua dispersa / nelle isole dei viaggi / nell’arcipelago dell’antica caduta. / Eccomi insegnare il dialogo al vento e alle palme / o ferita, o colomba della partenza.</p>
<p>4 Se nella patria dei sogni e degli specchi avessi avuto / dei porti, se avessi avuto un vascello, / se avessi avuto i resti / di una città, se avessi avuto una città / nel paese dei fanciulli e del pianto, / avrei fuso tutto ciò per la ferita / in un canto che come lancia trafigge gli alberi, le pietre e il cielo / morbido come l’acqua / caparbio e stravolto come la conquista.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Negli occhi migranti e stendardi getta la sua vocalità dispersa («”Dio com’è bello smarrirsi dive mi porta il mio volto / smarrirsi ricolmo di fuoco / o romba, mia fine al principio di primavera»).</p>
<p>Ma è la sua mite dimora sulla pietra a rivelare la sua poesia perduta, a chiedere alla pioggia di scendere: sui deserti, sul mondo parato di sogno e nostalgia.</p>
<p>Il mondo è disegnato come una ferita che non ha lasciato né isola, né vela. Il suo regno antico e infinito ha fatto sentire l’io sul balcone del tempo, per vivere il giardino delle mele e del cielo, perduti tra nubi e scintille, raccolto in un libro che insegna i misteri e la caduta, come un’orma incerta che conosce la lingua del peccato e l’estremo limite che dispiega le stelle:</p>
<p><em> </em></p>
<p>5 Scendi pioggia sui nostri deserti / o mondo parato di sogno e nostalgia / scendi pioggia, ma scuotici noi palme della ferita / e spezza per noi due rami / d’alberi che amano il silenzio della ferita / ciglia e mani ricurve. / O mondo che cadi sulla mia fronte / disegnato come la ferita / non avvicinarti, più vicina di te e la ferita / e quell’incanto che i tuoi occhi / hanno gettato sugli ultimi regni / la ferita l’ha sorpassato / è passata senza lasciargli una vela / tentatrice, senza lasciargli un’isola (<em>La ferita</em><em>).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I suoi lineamenti coincidono nella visione aurorale, avanzano in un abisso colmo per farsi canto, gioia di oracolo e araldo di gioia sulle ciglia di un dio che non muore, per credere ancora, per aprire una porta sulla terra oltre il rifiuto delle parole smarrite e della gioia malata, per trovare rimedio «nelle nuvole che si incrociano e si susseguono / nell’oceano e nelle sue onde innamorate, / nelle montagne e nelle loro foreste, nelle rocce / creando per le notti gravide / una patria di cenere di radici / dai campi dei canti, dai tuoni e dai fulmini / bruciano la mummia dei tempi»: «I tuoi occhi non mi hanno visto / vergine come l’acqua dello sperma creatore / non mi hanno visto venire da lì / nel corteo delle offerte / nei miei passi l’erba e la folgore. / Domani, domani nel fuoco e in primavera / saprai che sono colui che accoglie le sementi / domani, domani i tuoi occhi crederanno in me» (<em>I tuoi occhi non mi hanno visto</em>).</p>
<p>Khalida Said, a proposito di nascita e morte in Adonis, scrive ancora:</p>
<p>In questi due movimenti egli patisce la coscienza dell’attimo presente, inafferrabile e mascherato, mercuriale. Abbraccia però le contraddizioni, si muove sempre tra generazione e polverizzazione, continuando un’operazione di contrasto e ricomposizione che unisce gli inizi e le fini, votato al sogno dell’uomo, fin dall’antichità, di afferrare gli estremi. Da questo deriva la contemporaneità con gli antichi dei e con l’uomo moderno al tempo stesso. Di conseguenza, è un clima di esplorazione profonda della realtà nel suo manifestarsi dentro il gioco dell’effimero e dell’essenziale. […] Il movimento, la nascita, la morte, la ricerca della verità: tutti hanno in comune il discorso del rifiuto, poiché ogni nascita è rinnovamento e ogni rinnovamento è distruzione, ogni ricerca della verità è il rifiuto di accettare la verità nella loro attuale accezione. Questo eterno viaggio tra forma ed effimero, questo osservare il divenire è un rifiuto del mondo nella sua forma e nei suoi valori attuali e consolidati.[4]</p>
<p>La fondazione mitica, dunque, è una stretta di rifiuto e nascita, laddove la sua terra promana ancora la sua magia, inganna l’aria, ferisce il volto dell’acqua, uscendo da una bottiglia in mare.</p>
<p>È l’esito di una storia sconfitta, stramazzata e inciampata sulle labbra spezzate sotto le palpebre, svegliata dagli spettri. Il canto è l’eco di un popolo, lo specchio che spegne ceri bianchi, come se non ci apparisse alcuna riva.</p>
<p>Adonis avverte questo vento che non arretra, sente le radici nei passi, in un mondo ricolmo di nostalgia e illuminato da un desiderio rarefatto e avvinto.</p>
<p>Egli percepisce barriere, limiti, vuoto e solitudine che abita parole vagabonde, distanza ignorata, ombra, nebbia e sconfitta («Mi dirigo verso il lontano e il lontano rimane. Così non arrivo ma illumino. Sono lontano e il lontano è la mia patria. Coloro che minano la crosta del mondo, pieni come la brace, coloro che confinano con l’orizzonte, che stanno all’ombra delle farfalle – a loro ho dato i nomi»), il silenzio che muore in lontananza, il grido inesorabile delle frontiere, gli specchi delle pietre: «Quante volte hai detto: ho un secondo paese / le tue mani si sono riempite di lacrime / di lampi dai confini che verranno. / I tuoi occhi sapevano che la terra ovunque piangano o si rallegrino i tuoi passi / qui, come tu la cantavi, o là / conosceva ogni passante salvo te? / Che è unica / dalle secche viscere e mammelle / e che ignora il rito del rifiuto? / I tuoi occhi sono certi / che sei tu la terra?».</p>
<p>Lo straniamento di Mihyar conduce la sua mappa altera e lesa di profezia ed attesa, celebrando il dedalo veggente della sua vista che si trascina nel sacrificio: «io e Dio e i detriti del giorno».</p>
<p>La sua tunica è poema per il mondo straniero «per il mondo che viene con la nostalgia / portando nelle ciglia il tuo cielo»: «Viaggerò in un’onda, in un’ala / visiterò le epoche che ci hanno lasciato / un informe settimo cielo / visiterò le labbra / gli occhi pieni di ghiaccio, la lama lucente / negli inferi divini. / Sparirò, cinterò al mio petto / lo legherò ai venti / e lontano lascerò il mio passo a un crocevia, / in un dedalo…» (<em>Viaggio</em>).</p>
<p>Il suo viaggio è la sua preghiera: sussurrata a un Dio che ama la sofferenza («Ma le tombe che sbadigliano / nelle mie parole / hanno abbracciato i miei canti / con un dio che sposta le pietre da noi / ama la sua sofferenza / e benedice persino l’inferno. / Recita con me la mia preghiera / e restituisce l’innocenza al volto della vita»), lasciata come il volto ramingo sulle lanterne o come una verde folgore mendicante ed arata, che si dispone sulle soglie dell’anima esiliata:</p>
<p>O verde folgore / mia sposa nel sole e nella follia / la roccia è crollata sulle palpebre / cambia allora la mappa delle cose. / Sono giunto a te da una terra senza cielo / colmo di Dio e d’abisso / alato di vento e di aquile. / Irrompo nella sabbia sulle sementi / e mi inchino alla nube che viene. / Cambia allora la mappa delle cose / o mia immagine nel sole e nella follia / o verde folgore (<em>La folgore</em>).</p>
<p>Il cuore rimane in quella ferita, penetrandola, come lingua che attracca senza un saluto al porto delle parole, adornate di sabbia. È la sua terra ebbra («le sue spalle / sono due prìncipi di perle e un crimine»), composta di lacrime inchinate, bambini venduti, palpebre incise, volti lontani e il suolo, prima di Damasco, come una città fuggita che rievoca i giorni, li annoda e li sgrana:</p>
<p>Se penetrassi la ferita fino al crimine / se camuffassi le bandiere e la follia / avrei il cappello che rende invisibili / e nella vittoria come nella sconfitta / invaderei il sogno sulle palpebre / sarei sulla terra e non ci sarei. / Ma ho legato alle cose il mio volto, le mie profondità e Dio / mi sono accontentato di vivere senza amuleto / di dipingere la vita / con la morte, il miraggio e le cose. / Mi sono accontentato di vivete con le cose.</p>
<p>La sua città fuggita nasce nel grembo dell’incanto e della creazione. Ora però è una stanza allontanata di pietre, pozze di lacrime e spoglie di pioggia, oltre le rive naufraghe del rifiuto spezzato come perla. Lo smarrimento è il viso dell’attesa che guiderà i nostri passi nello splendore della fine dell’esodo.</p>
<p>Il tempo stretto diviene domanda di sabbia che lascia le ciglia, su cui è passato il volto delle città, come sementi frantumate nei venti che illuminano l’inizio dell’estremità del mondo:</p>
<p>[…] Una spiga / che piange una tortora / morta oltre la neve e il freddo / morta senza rivelare il suo messaggio / senza aver scritto a nessuno di me. / L’ho interrogata e ho visto il suo cadavere / steso alla fine del tempo / ho gridato: “O silenzio del ghiaccio, io / sono la patria del suo esilio / io sono l’esiliato, la sua tomba è la mia patria”. / La nostra città è fuggita / ho visto i miei piedi trasformarsi / in fiume traboccante sangue / in barche che si allontanano e prendono il largo / ho visto le mie rive, seducente naufragio / le mie onde, vento e pellicani. / La nostra città è fuggita / e il rifiuto è una perla spezzata / i suoi frammenti giacciono sulle mie navi / il rifiuto è un taglialegna che vive / sul mio volto, mi raccoglie e mi accende / il rifiuto è una dimensione che mi disorienta / allora vedo il sangue e oltre il mio sangue vedo / la mia morte che mi parla e mi segue. / La nostra città è fuggita / ho visto come il mio sudario mi illumina / ho visto – ah, se la morte mi concedesse più tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[1] Adonis, <em>I</em> <em>Canti di Mihyar il damasceno</em>, Mondadori, Milano 2017.</p>
<p>[2] Said K., <em>Identità mobile</em>, in Adonis, <em>I</em> <em>Canti di Mihyar il damasceno</em>, cit., pp. 211-212.</p>
<p>[3] Id., cit., p. 215.</p>
<p>[4] Said K., cit., p. 213.</p>
<p><strong>Adonis, <em>I <em>Canti di Mihyar il damasceno</em></em>, Mondadori, Milano 2017, pp. 214, Euro 19.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/07/Canti-di-Mihyar-il-damasceno.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11210" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/07/Canti-di-Mihyar-il-damasceno.jpg" alt="canti-di-mihyar-il-damasceno" width="254" height="400" /></a></p>
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		<title>Adonis: il cuore del corpo amante</title>
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		<pubDate>Thu, 04 May 2017 05:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Galgano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri parole emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adonis]]></category>
		<category><![CDATA[Ali Ahmad Sai‘id Esber]]></category>
		<category><![CDATA[Jorge Louis Borges]]></category>
		<category><![CDATA[La foresta dell’amore in noi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella era una luce, ma la luce a volte mente per discolpare coloro che ama» lei mormorò piangendo. ADONIS Leggere Ali Ahmad Sai‘id Esber, Adonis (vincitore di vari premi come il Nonino, il Goethe e il LericiPea per la poesia, più volte candidato al Nobel), nato a Qassabin, un villaggio siriano, nel 1930, laureato in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/Adonis-poeta-arabo.jpg"><img class="alignnone  wp-image-11086" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/Adonis-poeta-arabo.jpg" alt="PD*50926109" width="445" height="279" /></a></p>
<blockquote><p>Quella era una luce, ma</p>
<p>la luce a volte mente</p>
<p>per discolpare coloro che ama» lei mormorò</p>
<p>piangendo.</p>
<p>ADONIS</p></blockquote>
<p>Leggere Ali Ahmad Sai‘id Esber, Adonis (vincitore di vari premi come il Nonino, il Goethe e il LericiPea per la poesia, più volte candidato al Nobel), nato a Qassabin, un villaggio siriano, nel 1930, laureato in filosofia a Damasco, poeta, scrittore, giornalista, che ora vive a Parigi, una delle menti più brillanti del mondo arabo, è canto puro di alvei migranti, un intreccio che sorveglia l’essere come la genesi carnale di ogni fibra e di ogni essenzialità conosciuta e consegnata al ricamo del mistero che si porge.</p>
<p>Per la casa editrice Guanda, è uscito <em>La foresta dell’amore in noi</em>, con la traduzione di Fawzi Al Delmi, che affida il breve tratto delle cose a una dinamica affettiva di splendore e pienezza («I nostri corpi sono il tempo e il luogo / ogni organo in noi è un paese e una storia / ogni palpito una festa»), ravvivata dall’interpretazione restituita del mondo e del suo rigoglio, di ogni passione stratificata e di ogni fertilità di vento.</p>
<p>In un’intervista rilasciata a Leonardo Martinelli, il poeta, parlando della propria origine poetica, racconta come divenne Adonis:</p>
<p>«[…] a 17 anni. Scrivevo poesie, ma non proprio classiche. Cambiavo già la metrica e soprattutto il ritmo, l’arrangiamento musicale delle unità metriche. Le inviavo a giornali siriani, ma nessuno le pubblicava. Un giorno, per caso, lessi del mito di Adone, divinità della bellezza e della caccia, amata da Astarte, diventata Afrodite e poi Venere. Un giorno Adone era andato a cacciare il cinghiale, ma alla fine il cinghiale, infuriato, lo aveva ucciso. Il suo sangue si trasformò in anemone, il rosso papavero. Ecco, diventai Adonis».</p>
<p>L’esilio dell’essere non è solo la spezzata frattura della genesi, è la fecondità che genera l’assenza, la migrazione sfrangiata che unisce l’universo all’apogeo della ferita e della bellezza («Solo questa lapide / è rosa eterna») che darà alla sua ombra il benvenuto, fino alla sfinita e rivoltata forma, che ricorda ciò che Borges scrive in <em>Sabati</em>: «Nel nostro amore c’è una pena / che assomiglia all’anima»: «La nostra ferita non è più una. / Ti ho incontrata – tu, la città – scritta dalle tempeste / col mare al suo apogeo. / Sono ancora il bambino invaghito della solitudine / il mio corpo, per lo stupore, l’esaltazione, / non sta più nella pelle. / La nostra ferita non è più una».</p>
<p>È il mistero che passa prima degli occhi, prima dell’incontro assetato di luoghi e di enigmi, di domande e eros imprendibile sulle scintille che zampillano:</p>
<p>«Il recinto si protende, la luna nuova / si flette sul suo arco / mentre il giardino / intessuto di piante, guarda: / da dove vieni o falce di luna? / Frastuono nella nostra galassia, lo senti? / Non ripetere, promettimi / di essere come eri quando ci incontrammo / tra le sue braccia &#8211; / di essere la seduzione, / il mistero – turbato e la domanda».</p>
<p>Adonis risveglia il campo muto della realtà con una sottile fragranza di cielo elementare, dove la propria primaria origine incontra l’ordine astenuto: «Il campo ha svegliato i suoi figli / il suo volto è coro, le mani / come chitarra. / Gli uccelli declamano le loro passioni / un usignolo immerge la sua afflizione, la sua corda / nel nettare degli alberi».</p>
<p>Esiste una satura sproporzione in ciò che si descrive. Una domanda annidata e una corda strappata sul limite: «Sotto un olivo, / si domanda sempre: qual è il mio male? / E dice ai rami: com’è salutare per me il mio male».</p>
<p>Ecco poi la notte, tracciata dalla ferita, poiché lo spegnimento di ogni luce trabocca nell’istante: «Traccia dell’accampamento dei suoi sogni. / La notte non aveva ancora spento la sua lanterna / quando, d’improvviso, / i passi del mattino lo condussero verso il sole. / Allora dove vai, cammino / tracciato dalle ferite».</p>
<p>La notte ridesta anche l’alfabeto dei giorni, esamina le distanze e pronuncia ondeggiamenti di orbite disobbedienti, la cui ira fanciullesca «fa rivivere sulla terra ciò che il cielo ha ucciso», per sorseggiare il nostro profondo:</p>
<p>«In tuo nome, in mio nome, noi ora ci addentriamo / nella nostra notte, / ne esaminiamo le distanze, / vediamo come si leva / e come cambia i suoi nomi e le sue regioni. / Eccoci ondeggiare / nell’alfabeto dei nostri giorni, / nelle sue passioni, / la mia voce e la tua si incatenano canzone dopo / canzone, / eccoci, sorseggiare il nostro profondo, / e recitare i suoi versetti: / non vogliamo altro che vagare nei nostri corpi, / non vogliamo altro che vagare nei nostri corpi, / non vogliamo altro che incamminarci nell’orbita / della disobbedienza».</p>
<p>La migrazione verso la nudità è una sillabazione di luce umbratile, un limite con dentro una trepidazione, una lettura di segreti che chiamano il nome indossato dell’amata e i suoi tratti: «Afflitto dalle ferite, dalla notte, circondato / dai miei dubbi, arreso alle mie scintille, / canto la mia migrazione in te, nella tua nudità, / nel mistero tra la mia libertà e te, / vivo nella gioia, lasciando me stesso / crocifisso sulle mie mura».</p>
<p>È il trepido esito di uno strazio posto in un ricetto di sogni e speranze, gettate alla soglia del cielo, al confine tra Oriente e Occidente, sul volto luminoso della terra e sulle trascrizioni del vento:</p>
<p>«Alberi sbadigliano e l’ombra ricopia / il loro itinerario. / L’ucciso (ricoperto) è incatenato / alla sua storia. Sussurra al volto luminoso della terra, / lo supplica: insegnami gli enigmi / come li hanno scritti i tuoi venti, fin dal principio, / per mescolarmi a questo spazio e restare tra le sue braccia come ombra, / senza tenerezza, senza ricordi, o canzone».</p>
<p>Ma Adonis smargina i confini, in cui la parola diventa sì il fulcro ma non la fine della realtà, il tempio conservato della lingua ma non la sua delimitazione.</p>
<p>È il suo sillabario ad abitare l’arazzo quotidiano, interpretando il gesto non in modo dogmatico e insuperabile, bensì vicino, connesso con la purezza di un prisma o di un tessuto stellare: «Abbraccio il tronco. La notte / e le stelle spostano le loro mandrie / nelle praterie. Il cielo rimpiange per il tronco / come me: un olivo, / frutto dei suoi fianchi, frutto del suo petto, / frutto dei suoi seni. / Abbraccio il tronco. Notte. / Tendo la mano alle sue passioni: / sogno nel quale vago / e che vaga nei miei occhi».</p>
<p>Roberto Galaverni scrive:</p>
<p>«Chi scrive poesia – certo se lo fa in un modo non meccanico e superficiale – è messo continuamente alla prova dalla non univocità del discorso poetico, a partire dalla consapevolezza del paradosso per cui la parola sarà tanto più autorevole (il che non significa autoritaria), tanto più persuasiva, efficace e memorabile, quanto più il poeta sarà stato capace di governare e armonizzare (il che non significa: eliminare) le diverse e contrastanti pressioni che l’hanno generata e che pure convivono in essa. Del resto, la metafora stessa, che della poesia costituisce il cuore, si determina appunto come relazione tra l’identità e la differenza. […] Ma che cos’altro è la poesia se non un processo di continua traduzione interna, un trapasso continuo di sostanze, caratteri, prerogative, nature, che diventa però visibile ed eloquente, determinando ogni volta quella che è la sua fisionomia specifica? Oriente e Occidente non sono soltanto un tema, ma la sostanza della stessa della poesia. Sono il suo cosa ma anche il suo come, un fatto di cui viene offerta testimonianza attraverso lo stesso corpo poetico. Di conseguenza, questo portico si dovrebbe ogni volta costruire e ricostruire tra i tanti Oriente e Occidente che si possono tracciare e pensare, a cominciare appunto da quelli che distinguono la nostra mente».</p>
<p>Nell’amore le cose mancate e vissute diventano il taglio di un’ascensione che interroga i nostri soprabiti e i nostri cenni di viaggio come sfera di metamorfosi e mistica senza Dio.</p>
<p>Tutta la bellezza e tutta la luce cosa sono? Cosa offrono nella loro fine purificata, nel loro Eden delle ginocchia?. Le cose sono nomi o singhiozzi?: «Che cosa staranno facendo ora le nostre cose? / Sono ancora là dov’erano? / Cosa sono questi bisbigli che indossano il vento? / Cos’è quella luce? Cos’è questa canzone? / È una confessione che si libera / nei meandri dei nostri giorni? / Sono i nomi delle nostre cose, / o i singhiozzi che precedono il denominare?».</p>
<p>Poi l’accenno ad un incontro, il nome di un ricordo che dà inchiostro all’esistere e un ritorno primigenio e puerile («Nel quaderno della terra io non sono altro che / una macchia che stilla in nome della strada / sui fogli della morte / l’inchiostro di questa esistenza»):</p>
<p>«Ti ricordi? Ci siamo incontrati per un’ora, poi separati. / Il sole era giallo come curcuma, / il vento soffocato. / Non ti ho sfiorato ma ho immaginato i tuoi seni, / i tuoi fianchi, le natiche, e quel che è sotto / l’ombelico astrale, / non per altro se non per l’idea di ritornare bambino / e restituire al mio volto i suoi lineamenti / e al mio tempo i suoi primi tormenti».</p>
<p>O ancora quando l’anima viene liberata dalle catene della notte, riconosciuta in uno spargimento dubbioso e sensuale: «Ieri, quando ci siamo incontrati, / liberavo la mia anima dalla notte delle sue catene, / insegnavo alle sue ciglia / come guardarti. / Guarda, eccola ora scorrere tra me e te / la chiameresti onda? / La chiameresti rosa? Prendila, / cospargila sulle tue labbra».</p>
<p>La lingua, che ama il suo fondo senza fondo, vive, allora, l’amore come una luce di continente che riporta noi a noi stessi, alla acqua delle maree, fino all’interrogazione del corpo nel luogo che diventa «tempo della tradizione delle nostre membra» e «il tempo come luogo?».</p>
<p>La foresta dell’amore in noi è una disgiunzione abitata, una coniugazione insediata nell’abisso, nell’impossibile che dà nuova immagine al mondo, perché «il cammino che porta a noi &#8211; / a scoprire la nostra ferita / e la sua cicatrice, / è sospeso»:</p>
<p>«È la lingua / che mi abita in tuo nome – ha fatto scorrere / il suo sangue in me in tuo nome – ha cantato / i nostri corpi e quel che c’è stato tra me e te. / Che cosa sono queste lettere sparse / dalla foresta dell’amore in noi? Qual è il tuo nome in / questo / istante? Venti, / a volte è un male, / a volte finge di esserlo. Che cosa, / siamo forse diventati lo stesso sangue? / La lingua ti avrà cambiato?».</p>
<p>A tal proposito, dice il poeta:</p>
<p>«Il corpo umano è un tutto e, se esiste uno spirito, questo è la pelle, il corpo, che è spirituale. E il corpo della donna è un continente: per capirlo, bisogna rivederlo ogni giorno. Non si fa mai l’amore due volte. Credo di avere espresso in <em>La foresta dell’amore in noi</em> questo concetto meglio che altrove. Una poesia carnale, che parte da un pensiero…».</p>
<p>E qual è allora il nostro luogo? Cosa dimora nelle nostre profondità astrali? Adonis non si muove nelle certezze. È una domanda inesausta e incredibile, una danza di orli, di alti boschi, di insicurezza vivente e mani di cenere. Ancora una volta il corpo trasudato e tracimato che entra nella profondità screziata dell’essere, per trasfigurare la materia e gettare un ponte tra la passione che divampa e l’argilla delle parole, e, infine, «viaggia / in una nube di terra»:</p>
<p>«Il luogo dal volto fatto di vuoto / e le mani di cenere / il luogo dove non c’è nulla / se non i suoi spettri / il luogo dove gli spettri parlano / delle loro tradizioni e desideri / il luogo che non è che polvere / nei venti del tempo / il luogo dove le sue lacrime sono cammini / e i tormenti patria / il luogo dove il suo sole è nato / schiavo. / Il luogo dove non c’è luogo. / Qual è il luogo che i nostri corpi hanno voluto? / Dov’è? Da dove? Come entrarvi? / Abbraccia il nostro patto, / trattienilo di sera, sommergilo, / chinati su di lui e chiedigli: / qual è il luogo che i nostri corpi hanno voluto?».</p>
<p>Nell’esigenza di annotare lo splendore dei corpi che si amano nel libro della polvere, Adonis percorre la stratificazione cosparsa dei ricordi, come una polvere sopita o immagine nuda nel miraggio del ricordo, mentre egli si ripara all’ombra della rosa e delle sue foglie, fino a cadere in balia.</p>
<p>Il corpo dell’amata si rinnova tra le labbra, come le sue cosce astrali, «due stretti, due altalene / i guanciali sono stormi di nuvole / che vanno / e vengono, / delirano / cercando un interprete».</p>
<p>In ogni suo dettaglio, tutto riluce e accade in un ritorno d’oblio e inchiostro, perché la verità e il sogno «sono due bambini: uno è lo spazio / l’altro il tempo»: «tra le mie mani e in ciò che vedo, scende / e risale in me. Un corpo uguale / al fuoco, all’acqua, al vento e all’alchimia».</p>
<p>Poi pone domande continue e le squaderna, lasciando l’evento al suo culmine e poi lo rintraccia nella memoria, nel tremore, nei sospiri, nel fuoco, nelle lingue, nelle navi, nelle carovane, nelle impronte di passione e nel desiderio verticale: «La sua voce – ricordo – una rauca ferita, / tremula, salta sopra il recinto, / e si insinua negli strati dell’aria. / Il cammino verso casa è fanciullo e vecchio / e veggente / il quarto è una rosa / che sillaba il cielo».</p>
<p>La dettagliata memoria si adagia sul tempo infinito e sulla fine, sullo sguardo insonne delle braccia («Il sonno è la terra delle sue gioie / il letto è la terra dei suoi tormenti»), sul fondo del suo diluvio, come il pianto, che cala specchi frantumati sotto le ciglia e sul corpo del presente: «Terrazze, finestre, olivo, / resti dispersi, / dov’è il tuo stelo, la tenera gemma / o rosa dei ricordi?».</p>
<p>Sono i passi che respirano le immagini, la luce disorientata che guida sulle mura demolite di casa, dove, ancora una volta i corpi, «foresta di boccioli», si uniscono al tempo, che come un profumo, «esce dalle loro corolle».</p>
<p>Il desiderio di amore è un mare aperto senza nostalgia di riva, o persino una casa aperta senza battenti mura o colori, dove perdersi in un antro che unisce, come la notte che cola leggera «tra le sue mani, indicandola» o la caduta rosa dei profeti, una stella che danza in segreto.</p>
<p>Essere onda e amare, strappati dalle tenebre e nati di nuovo, per imparare a illuminare l’eternità «dalle terrazze del suo nome» e disperdersi nel suo corpo, che «sa riassumere la terra / in una stanza / e unire il cielo a una sedia di paglia»: «Fammi tornare come voglio, / come ero, onde. / Ogni mia vena / è una nave d’amore, / non credere, / non ho mai detto / di avere nostalgia della riva».</p>
<p><strong>ADONIS, <em>La foresta dell’amore in noi</em>, traduzione di Fawzi Al Delmi, Guanda, Milano 2017, pp. 162, Euro 12,50.</strong></p>
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<p><a title="Poesia in Rete - Adonis" href="https://poesiainrete.org/2017/06/28/ogni-volta-che-di-notte-adonis/">https://poesiainrete.org/2017/06/28/ogni-volta-che-di-notte-adonis/</a></p>
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