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	<title>Città del Monte &#187; arcivescovo</title>
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		<title>L&#8217;ecumenismo a Napoli è vivo più che mai</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2022 15:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa, presso la Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, a Napoli, ha avuto luogo una <strong>celebrazione ecumenica della Parola</strong> che ha visto coinvolte moltissime Chiese e comunità cristiane di diverse tradizioni e denominazioni presenti in città. La celebrazione, presieduta da Sua eccellenza <strong>Don Mimmo Battaglia</strong>, arcivescovo di Napoli, ha visto tra gli altri la partecipazione di Sua eccellenza <strong>monsignor Gaetano Castello</strong>, vescovo ausiliare di Napoli delegato per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dell’<strong>archimandrita Georgios Antonopoulos</strong> del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, parroco della comunità greco-ortodossa dei Santi Pietro e Paolo in Napoli, di <strong>Padre Vasily Trash</strong>, parroco della Chiesa ortodossa Ucraina di Napoli, <strong>Padre Mikhail Povalaiev</strong>, parroco della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca a Napoli, di <strong>Padre Florin Bontea</strong>, parroco della Chiesa ortodossa Rumena di Napoli, di <strong>Padre Gabriel</strong>, parroco della Chiesa ortodossa Georgiana di Napoli, del <strong>Pastore Jaime Castellanos</strong>, guida della Chiesa Battista di via Foria, del <strong>Pastore evangelico Giuseppe Verrillo</strong>, guida della Chiesa Libera di Volla, del <strong>Pastore Franco Mayer</strong>, guida della Chiesa valdese di Salerno e  diaspore di Ottaviano e Albanella, e della <strong>Predicatrice Greetje Van der Veer</strong>, rappresentante della Chiesa Metodista di Napoli. L&#8217;evento, curato dal Gruppo Interconfessionale per le Attività Ecumeniche di Napoli (<strong>GIAEN</strong>), è stato coordinato dal professor <strong>Michele Giustiniano</strong>, membro della commissione diocesana per l&#8217;ecumenismo e il dialogo interreligioso e portavoce cattolico del Consiglio Regionale delle Chiese Cristiane della Campania. I canti sono stati guidati dal coro del gruppo per la preghiera di <strong>Taizé in Campania</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4922.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13223" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4922.jpeg" alt="Michele Giustiniano" width="4898" height="3265" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«Napoli – ha dichiarato <strong>monsignor Castello</strong>, infaticabile promotore dell’ecumenismo in città – esprime da sempre una peculiare vocazione al dialogo tra le fedi e le culture, ma pregare insieme in questo specifico momento storico, invocando la pace al di là delle differenze e delle divisioni, dà vita ad una testimonianza carica di significati».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4892.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13225" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4892.jpeg" alt="IMG_4892" width="4898" height="3265" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«Con questa celebrazione presso la chiesetta di Portosalvo recentemente restaurata – ha commentato <strong>Don Vincenzo Lionetti</strong>, responsabile del Servizio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della arcidiocesi di Napoli – auspico un rilancio delle attività ecumeniche a Napoli, nel solco della grande e lunga tradizione di dialoghi ecumenici ed interreligiosi iniziata nella nostra città quasi 60 anni fa. Ci auguriamo che a partire da oggi la chiesa di Portosalvo possa divenire la “casa per l’unità dei cristiani”, vero centro ecumenico per la preghiera e la formazione».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4802.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-13224" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2022/05/IMG_4802.jpeg" alt="IMG_4802" width="4898" height="3265" /></a></p>
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		<title>Il cardinale Alfonso Castaldo, operatore di misericordia</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 06:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/12/castaldo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12002" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/12/castaldo.jpg" alt="castaldo" width="351" height="457" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ancora era nel pieno dei progetti e degli entusiasmi, come ebbe modo di far intendere all’onorevole Aldo Moro durante una visita dell’allora capo del Governo a Pozzuoli, il 26 febbraio 1966 il cardinale Alfonso Castaldo fu colpito da un acutissimo dolore ai reni. Una colica lancinante, che si rivelò subito foriera di una più nefasta realtà. Il cardinale Castaldo, arcivescovo di Napoli e vescovo di Pozzuoli, fu raggiunto dalla morte a causa di un’infiammazione delle vie urinarie con annessa insufficienza circolatoria. Stringendo fortemente al petto la teca del sangue di San Gennaro, si consegnò a Dio alle 10.50 di giovedì 3 marzo 1966.</p>
<p style="text-align: justify;">Era nato a Casoria il 6 novembre 1890, una cittadina situata a Nord della grande città di Napoli, ben nota per aver dato i natali al gigante della Carità, il frate francescano fra’ Lodovico da Casoria, recentemente canonizzato dal Papa Francesco. Il XIX secolo è per Napoli il periodo più fertile per santità. Con Caterina Volpicelli, Bartolo Longo, Giuseppe Moscati…. la cordata di testimoni del Vangelo ha in Casoria, soprattutto lungo l’800, la via maestra di perfezione cristiana, quasi come una benevola epidemia contagiosa: madre Maria Cristina Brando, madre Giuliana Salzano e madre Maria Luigia Velotto…</p>
<p style="text-align: justify;">Castaldo, nonostante il dolore per la prematura morte del padre, vive nel seno di una cittadina che ha saputo incentivare, coltivare e sostenere vocazioni presbiterali. Si pensi al cardinale Luigi Maglione, figura di primo piano della chiesa di Pio XII in quanto segretario di Stato di Sua Santità, e all’arcivescovo Antonio del Giudice, nunzio apostolico. Uno speciale legame di affetto teneva unito Maglione al più giovane concittadino, Alfonso Castaldo, che si dedicò con profitto allo studio sin da bambino presso le Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato di Casoria. Qui ebbe modo di conoscere la spiritualità di Maria Cristina Brando, recentemente elevata agli onori dell’Altare. Quel «figliuolino spirituale», come lo definiva la Madre, decise di entrare nel Seminario di Cerreto Sannita, anticipato da Maglione, che qualche anno prima aveva lasciato la cittadina posta alle pendici del Monte Matese per cominciare presso il Collegio “Capranica” di Roma quell’itinerario che lo portò ai vertici del governo della Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro arcivescovo conseguì la licenza ginnasiale presso il Liceo statale di Benevento e la licenza liceale al Liceo governativo di Santa Maria Capua Vetere. Dopo aver concluso gli studi teologici, fu ordinato presbitero con regolare dispensa all’età di 23 anni l’8 giugno 1913 dal vescovo di Cerreto Sannita, monsignor A.M. Jannacchino. Appena ordinato sarà a Casavatore, ma farà ritorno ben presto nella sua Casoria. L’opera pastorale appena iniziata intanto fu turbata dallo scoppio della Grande Guerra, allorché fu chiamato nel corpo della Sanità e mandato presso la Certosa di Padula, adibita a causa degli eventi bellici a caserma per i prigionieri di guerra. Al rientro, divenne preposito curato della Collegiata di San Mauro di Casoria ad appena 28 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La cura pastorale del giovane preposito fu indirizzata al recupero dei beni della parrocchia, alla manutenzione della chiesa, danneggiata dal terremoto del 1930, e soprattutto all’insegnamento del catechismo. Seguì le orme del suo concittadino, padre Lodovico, e spese energie e impiegò ingenti somme nella realizzazione di alcune opere sociali ancora oggi in piena attività. Infatti, a Casoria costruì la “Pia casa di riposo San Mauro” per gli anziani e il “Madrinato San Placido e degli Angeli custodi” per i bambini. Volle affidare la cura di queste istituzioni alle suore Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Contestualmente seguì fino alla morte madre Giulia Salzano anch’essa canonizzata nel 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 27 marzo 1934, morto Giuseppe Petrone, vescovo di Pozzuoli, giunge la notizia dell’elezione del preposito di Casoria appena a 43 anni alla sede vescovile puteolana, nonostante le ripetute resistenze opposte dall’interessato alla chiamata episcopale, vinte per la mediazione del cardinale Magione. La preoccupazione del neovescovo di Pozzuoli si concentrò subito come suo stile alle opere sociali prodigandosi per gli anziani, i bambini e i giovani in stato di bisogno e di indigenza. Promosse molte opere di assistenza sociale e culturale, realizzando tra l’altro il “Villaggio del Fanciullo” a Pozzuoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cardinale Alessio Ascalesi lo volle suo coadiutore. Dopo la morte dell’Arcivescovo di Napoli, il 15 maggio 1952 fu designato da Pio XII amministratore apostolico. L’8 settembre 1952, tra la meraviglia di tutti, giunse nella città partenopea l’arcivescovo di Bari, Marcello Mimmi. Monsignor Castaldo rispose con grande serenità d’animo agli interrogativi che gli venivano da più parti, confermando con il suo umile atteggiamento l’ubbidienza incondizionata alle disposizioni di Pio XII. Anche il nuovo arcivescovo lo confermò nel ruolo di speciale cooperatore nella cura pastorale e nel governo della chiesa partenopea. Quando il cardinale Mimmi fu chiamato dal Papa a Roma in qualità di segretario della Sacra Congregazione concistoriale, il vescovo di Pozzuoli fu promosso alla sede di Napoli.  Nel Concistoro del 15 dicembre 1958 fu creato cardinale, prese parte ai lavori conciliari e tenne contestualmente la cura pastorale della diocesi di Pozzuoli, grazie all’aiuto di un giovane vescovo ausiliare, monsignor S. Sorrentino.</p>
<p style="text-align: justify;">«La cura pastorale è servizio di carità», aveva più volte ripetuto il cardinale Castaldo e lo fece solennemente anche nel corso della lettera pastorale per la Quaresima 1964, <em>Charitas pastoralis</em>. Il motto episcopale <em>Non dormitabit neque dormiet</em> rispecchia la sua vivace, geniale, umile personalità umana, sempre tesa al bene degli altri. È stato un vescovo costantemente chinato sulle esigenze dei più poveri, come degli orfani e degli anziani. Ha speso la vita come un vero testimone di Cristo, sempre pronto a mostrare la prossimità della chiesa, rispondendo con azioni concrete ai vuoti relazionali. Vigile e presente, non ha mai sonnecchiato né si è assentato di fronte alle esigenze dei più deboli, agli eventi ecclesiali, alle emergenze sociali del suo tempo. Un esempio di vero <em>operatore della misericordia</em>, come va ricordando il cardinale C. Sepe, successore di Castaldo sulla cattedra di sant’Aspreno, nel suo diuturno magistero sulle opere di misericordia, avendo assunto a icona del cammino ecclesiale diocesano il dipinto caravaggesco <em>Le sette opere di Misericordia</em>.</p>
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		<title>Visitare i carcerati. L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 13:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe Visitare i carcerati L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe</em></p>
<h3><strong>Visitare i carcerati</strong></h3>
<p><strong>L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</strong></p>
<div id="attachment_11075" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg"><img class="size-full wp-image-11075" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg" alt="Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli" width="640" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica e speciale, tanto da escludere il carcere e i carcerati dall’attenzione e dalla sensibilizzazione dei battezzati nei confronti di persone con le quali Gesù stesso si è identificato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso il ricorso al carcere come una “immagine” di chiusura, impossibilità, ristrettezza non aiuta a cogliere il senso proprio e profondo con il quale il Maestro ha inteso la realtà dei carcerati e il loro stato di isolamento socio-culturale, psicofisico, etico-religioso. A ben vedere, lo stesso dibattito contemporaneo, almeno da Cesare Beccaria (1764) in poi, continua a rilanciare la domanda cruciale sul senso delle pene e sulla condizione delle carceri, sottolineando la necessità dell’educazione «per prevenire i delitti».</p>
<p style="text-align: justify;">La pena è una punizione o una medicina? Il carcere è un luogo di riabilitazione e di reinserimento sociale, oppure è una pattumiera dove le società perbeniste sotterrano gli scarti sociali? Perché il cristiano si preoccupa (o dovrebbe) di farsi prossimo dei carcerati, portando loro non solo la Parola di Dio, ma anche sostegni materiali e soccorsi relazionali?</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando la programmazione pastorale per l’Arcidiocesi di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe ha reso nota il 16 luglio 2019 (Festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo) l’ultima lettera pastorale dal titolo <em>Visitare i carcerati </em>(disponibile al sito internet della diocesi di Napoli: &lt;http://www.chiesadinapoli.it/napoli/allegati/54328/Lettera%20Pastorale%20sett.%202019%20.pd). La sesta opera di misericordia corporale, esplicitamente citata nel racconto matteano del Giudizio universale, quando appunto Gesù ritornerà Re-Giudice, secondo il racconto presentato dall’evangelista Matteo, che presenta in modo sconvolgente, sicuramente non usuale, il profilo del cristiano, che deve essere nella sua ordinarietà segno dell’Amore straordinario di Dio, educato nella dimensione della giustizia divina, realmente umana, in quanto insegna a gestire i conflitti aborrendo la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi è il seguace di Cristo a partire dal monito del Vangelo matteano se non colui che pratica la giustizia vivendo la pace, sfama chi ha fame, dà da bere agli assetati, accoglie lo straniero, veste gli ignudi, presta soccorso e cure per gli ammalati, visita i carcerati?</p>
<p style="text-align: justify;">Il cardinale Sepe ricorda che Gesù presenta un capovolgimento totale delle certezze formalistiche dei suoi tempi: «Su questa strada, passo dopo passo, anche noi stiamo sperimentando che gli ultimi sono la “vera carne di Cristo” e in loro concretamente Lo incontriamo. Gli ultimi sono per noi il criterio per riconoscere l’autenticità del nostro impegno di cristiani. Abbiamo compreso meglio che la comunione ecclesiale è in funzione della nostra missione e in essa trova la sua misura» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 1).</p>
<p style="text-align: justify;">La Torah dono di libertà è diventata giogo pesante e asfissiante, perfino occasione per rimproverare e mortificare quelle persone in affanno, in un certo modo “inadempienti”. A ben vedere, la Legge è Dio stesso e con il capovolgimento operato dal discorso matteano del cosiddetto “Giudizio universale”, il Nazareno sconvolge le certezze degli astanti e modifica nel senso giusto lo sguardo strabico dei discepoli che ancora non hanno inteso il senso dell’opera della redenzione: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima (Dt 6,5) e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. E il secondo è simile ad esso: <em>Amerai il prossimo tuo come te stesso</em> (Lv 19,18). Da questi due comandamenti dipendono tutta la Torah e i Profeti» (Mt 22,34-40).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arcivescovo di Napoli rammenta che la “visita ai carcerati” è un’opera di amore, gradita a Dio, anzi da Gesù particolarmente raccomandata: «Rifletteremo sulla situazione dei detenuti – scrive il Cardinale , sulla coscienza umana esposta ad errori e sbandamenti. Ci interrogheremo quindi su un’altra fragilità, quella etica, che, sebbene in forme diverse, accomuna anch’essa l’intera umanità. Neppure i santi erano immuni da carenze, difetti, manchevolezze. Molti di loro – forse perché più vicini alla verità dell’esistenza – si riconoscevano inadeguati, peccatori. A tutti la Scrittura ricorda: “Il giusto cade sette volte” (Pr 24,16). Pietro, il primo Papa, che conobbe Gesù da vicino, fu pure colui che lo rinnegò. Da allora, la Chiesa comprese di essere un mistero di santità e di debolezza insieme» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La missione stessa del Figlio di Dio è comunicazione di vita e di amore, cuore della rivelazione. È l’Amore trinitario che redime l’essere umano e lo salva dalle sue prigioni e limitazioni, dalla sofferenza del carcere, dall’asfissia del peccato, dalla chiusura dell’ignoto, dal narcisismo delle sue opere, dall’egoismo dell’autoconservazione, dalla solitudine della paura, dalla piccolezza dell’autoreferenzialità… Gesù rivelandosi “giudice” si proclama contestualmente re e messia e mostra ai discepoli che il senso della storia consiste nella capacità dei discepoli di suscitare la speranza, servendo la persona umana in ogni sua esigenza. Amministrare la giustizia non significa infliggere pene con lo scopo di vendetta. Nella logica cristiana, il percorso di riabilitazione di una persona detenuta è il vero scopo della pena in un orizzonte di perdono responsabile e di giustizia riparativa. L’arcivescovo di Napoli scrive: «Quelli rinchiusi nelle carceri, quasi sempre in celle inospitali e sovraffollate, con poca luce e scarsa igiene, impossibilitati a tessere quelle relazioni che danno senso alla vita, si sentono coperti dal generale disprezzo e avvertono un’imbarazzante vergogna, fin dal momento dell’arresto, quando tentano a malapena di nascondere il volto» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 2).</p>
<p style="text-align: justify;">Se si pensa ai carcerati la mente non pensa. Sembra un paradosso. Chi non ha mai varcato la soglia di un carcere non può neanche ipotizzare il processo di disumanizzazione il cui inizio è già la privazione della libertà. Il carcerato è Gesù, ovvero egli ci insegna la prossimità anche per chi è da noi lontano o perfino ostile. Un parallelo possibile di questo discorso è senza dubbio la figura lucana del Samaritano (cfr. Lc 10,25-37), oggi più che mai segno testimoniale della logica dell’amore cristiano. Il Gesù lucano presenta la parabola non come un “paradosso”, ma come una <em>possibilità</em>. Se di possibilità si tratta, significa che anche una persona completamente estranea ad un contesto umano, nonostante la sua distanza culturale o ideologica, può farsi prossimo, semplicemente rompendo gli schemi esistenziali preconfezionati e rilanciati ogni qual volta si tratta di restare al balcone per guardare indifferenti una realtà, semplicemente passeggera… L’<em>altro</em> non è mai una incognita, ma è sempre un volto (cf. C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 3).</p>
<p style="text-align: justify;">A ben vedere, l’<em>esempio del Samaritano</em>,definito per antonomasia <em>buono</em>, deve suscitare in noi alcuni cruenti interrogativi. <em>Chi è il mio prossimo?</em> Anche una persona affamata, assetata, sola, indigente, ignuda, carcerata è mio prossimo? Interrogativo sempre attuale come proposto da Gesù, finalizzato a suscitare in ogni suo discepolo una forte presa di coscienza: <em>la fratellanza universale come aspetto essenziale della rivelazione</em>. Osserva il cardinale che «solo chi è senza colpa – una situazione del tutto impossibile ad un essere umano – può farsi giudice di un altro uomo, anche se un codice religioso lo prevede. In realtà, soltanto Dio può giudicare in quel modo. Il suo giudizio, come si evince dal contesto, è però solo misericordia, offerta di perdono, nuova possibilità di vita» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Con tale “novità” Gesù dà inizio a un movimento di conversione del cuore, di cambiamento, ovvero un cambio di baricentro: il punto essenziale della vita dei suoi discepoli non è la propria vita, ma quella del prossimo. Ciò significa scoprire l’<em>umiltà</em> come elemento essenziale del discepolo-missionario, sempre lontano dal pericolo dell’autoreferenzialità. «Se la giustizia è un’alta istanza di civiltà – continua il cardinale Sepe –, il perdono ha qualcosa di divino. Per questo è capace di rigenerare vita e di rifondare i rapporti umani. Perdonare è verbo infinito. “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello”? chiese Pietro al suo Maestro. “Non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt 18,21 ss) fu la risposta. Gesù stesso, coperto dagli insulti dei carnefici, tradito dagli stessi amici, lo testimoniò sul legno della croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Perdonare è un verbo che solo Dio sa e può coniugare. E noi, se sostenuti dalla sua Grazia».</p>
<p style="text-align: justify;">Gesù presenta un modello possibile per vivere una dimensione responsabile dell’esistenza, proiettata in modo consapevole nel tempo e nello spazio. Se la responsabilità è un principio cardine anche per l’etica di un laico come Hans Jonas, nell’era della tecnologia digitale, il cristiano dovrebbe adoperarsi per umanizzare ogni settore dell’esistenza, testimoniando la <em>cura-per-la-persona </em>in modo significativo ed esplicito senza compromessi, soprattutto non lasciando margini di spazio per contrattare i valori, anzi sottolineando con fermezza quei valori non affatto negoziabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La parabola del Samaritano ci introduce nel presente della realtà (nonostante sia circostanziata da elementi ed aspetti coevi alla narrazione). Una realtà fatta di situazioni contingenti che incrocia la profezia del futuro. Non a caso Paul Ricoeur qualche anno fa ha riletto questa parabola insieme alla narrazione del Giudizio universale di Matteo. Gesù non evoca nomi, titoli, situazioni. Il Maestro narra la storia di incontri, incontri che vorrebbe significativi, determinati per la vita. Sono incontri tra anonimi, tra sconosciuti, i quali si riscoprono <em>fratelli</em> non nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni battezzato è responsabile della missione affidata da Cristo ai suoi discepoli. La missione comporta anche la <em>visita ai carcerati. </em>Nell’invito all’evangelizzazione, il Nazareno comprende necessariamente l’esodo dalle solitudini esistenziali. Ciò significa per la comunità ecclesiale mettersi in una mobilitazione pastorale in senso missionario in qualsiasi parte del mondo vi sia una comunità credente, da un lato, e donne e uomini, dall’altro, in attesa di essere raggiunti dal messaggio vitalizzante del Vangelo di Gesù Cristo, soprattutto in un contesto largamente di oblio e di morte come il carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se egli si identifica con tutti quelli da lui indicati come <em>piccoli</em>, e include i carcerati, evidentemente sta insegnando ai discepoli a concepire la vita in un’ottica teologale, che salda <em>fede-speranza-amore</em>. Una esistenza, quindi, in grado di “mostrare” al “mondo” l’essenza della redenzione, come vita-in-Dio. I carcerati, nella condizione limite in cui si trovano, sono amati da Dio perché bisognosi di misericordia, sovente inariditi in termini di amore, isolati dalla società. Ecco il motivo che porta l’arcivescovo di Napoli a richiamare l’attenzione di tutti sulla condizione delle carceri e dei carcerati, proponendo una costatazione e rilanciando un interrogativo:<em>“La prigione non salva nessuno”. Scuola di delinquenza o profezia di riscatto? </em> (cf. § 4).</p>
<p style="text-align: justify;">I carcerati, o meglio le persone sottoposte alla restrizione della libertà personale, e le “carceri” intese come luogo di sofferto isolamento, sono il fuoco dell’attenzione dei cristiani, se il Giudizio universale attende tutti, se la giustizia divina ha come criterio la misericordia. Ogni carcerato è quindi il prossimo che deve essere <em>visitato</em>, <em>amato</em>, <em>aiutato</em>, secondo l’esempio del Samaritano.</p>
<p style="text-align: justify;">La logica capovolta di Cristo invita a guardare i malfattori e le vittime con gli stessi occhi. È un discorso quasi paradossale, o meglio <em>profetico</em> come vuole esserlo la teologia pastorale a servizio di una prassi ecclesiale sempre pronta al rinnovamento della missione. La novità perenne della presenza e dell’azione della Chiesa nel mondo è la linfa della Parola di Dio, l’unica forza capace di de-centrare gli scopi della missione dagli operatori agli interessi di Dio il cui comando è: «Io, il Signore, ti ho chiamato per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre» (Is 42,6-7).</p>
<p style="text-align: justify;">In carcere c’è la <em>Chiesa</em>, ricorda il cardinale Sepe. Ma questa tale espressione appare paradossale. Se consideriamo i carcerati fratelli (molti battezzati) in stato di bisogno materiale e spirituale, riusciremmo ad allontanare l’insidioso pericolo di isolare queste persone stigmatizzandole con il loro errore. L’identificazione di Gesù con ogni carcerato invita i discepoli al superamento del pregiudizio, vera causa della morte psicologica e sociale delle persone che delinquono. L’Arcivescovo propone anche alcuni obiettivi per rendere concretamente sperimentabile l’amore del cristiano per ogni situazione umana, in questo carso per i carcerati in una logica di perdono responsabile e di giustizia riparativa. Scrive Sepe: «Per rendere concreto l’apporto che possiamo offrire a chi è detenuto, sollecito ogni parrocchia, ogni comunità ecclesiale ad elaborare una proposta pastorale di ampio respiro che tenda a formare anzitutto la propria gente e gli eventuali operatori mediante percorsi di sensibilizzazione per un orizzonte umano poco conosciuto e quasi sempre trascurato. Ogni progetto tenga conto, tra l’altro, delle seguenti imprescindibili priorità:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Formare la comunità al perdono e alla riconciliazione.</li>
<li>Provvedere ad un’anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale.</li>
<li>Adottare un detenuto e la sua famiglia anche di un’altra parrocchia.</li>
<li>Coinvolgere i detenuti stessi nell’attività di evangelizzazione e di sostegno.</li>
<li>Sviluppare un piano decanale d’insieme con istituzioni, associazioni, privati disponibili» (§7).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">I carcerati sono considerati di fatto <em>scarti sociali</em> e come tali non sono degni di ri-scatto. La chiesa è la comunità di peccatori perdonanti, non di discepoli perfetti. Lo rammenta anche l’autore della <em>Lettera agli Ebrei</em> (13,3): «Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!». Così la Chiesa di Napoli, comunità di perdonati, va incontro ai fratelli in carcere, bisognosi di aiuto e sostegno per costruire una nuova logica della giustizia, una giustizia riparativa, ovvero della <em>giustizia della vita </em>(una “giustizia giusta”), secondo l’insegnamento del Vangelo.</p>
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		<title>Ovèrap&#8230;.ovèr è bell</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 16:08:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Gravina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[NAPOLI – Ovèrap Pftim, il primato tecnologico della Facoltà Teologica napoletana Cardinale Sepe: «Meravigliato dalle potenzialità di questa tecnologia»   Si è da poco conclusa, presso la sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, l’assemblea dei docenti presieduta dal Cardinale Crescenzio Sepe in qualità di gran cancelliere, nel corso della quale è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>NAPOLI – Ovèrap Pftim, il primato tecnologico della Facoltà Teologica napoletana</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cardinale Sepe: «Meravigliato dalle potenzialità di questa tecnologia»</em></p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/IMG-20161013-WA0000.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10700" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/IMG-20161013-WA0000.jpg" alt="falanga_illustra_al_cardinale_sepe" width="1352" height="1097" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Si è da poco conclusa, presso la sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, l’assemblea dei docenti presieduta dal <strong>Cardinale Crescenzio Sepe</strong> in qualità di gran cancelliere, nel corso della quale è stata presentata ufficialmente all’arcivescovo di Napoli e alla stampa l’<strong>applicazione</strong> <strong>per smartphone</strong> Ovèrap Pftim, l’innovativa guida per studenti e docenti basata sul principio della realtà aumentata, che fa della Facoltà Teologica Napoletana il <strong>primo ateneo pontificio al mondo</strong> ed uno dei primi enti accademici in Europa ad aver adottato questa tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ARCIVESCOVO -</strong> «<em>Ovèrap mi ha profondamente meravigliato</em> – ha commentato il <strong>Cardinale Sepe</strong> nel corso dell’assemblea – <em>e mi ripropongo di approfondire la conoscenza di questa nuova tecnologia della realtà aumentata, per scoprirne appieno le <strong>potenzialità</strong>, affinché possa essere messa al servizio non solo della <strong>teologia</strong>, ma anche della <strong>pastorale </strong>della Chiesa di Napoli</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/IMG-20161013-WA0002.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10701" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/IMG-20161013-WA0002.jpg" alt="decano_e_cardinale_sepe" width="978" height="1009" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL DECANO -</strong> Alle dichiarazioni del presule hanno fatto seguito quelle di Monsignor <strong>Gaetano Di Palma</strong>, <strong>decano della Facoltà</strong>, che ha espresso il proprio <em>«orgoglio di essere a capo della prima istituzione accademica pontificia al mondo ad aver adottato una tecnologia tanto innovativa, un traguardo per il quale sono profondamente grato ai miei collaboratori, che hanno affrontato un duro lavoro durante tutta l’estate per la realizzazione di questa applicazione così particolare»</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Totem_ingresso_Pftim.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10687" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Totem_ingresso_Pftim.jpg" alt="Totem_ingresso_Pftim_OVERAP" width="2560" height="1536" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL DIRETTORE -</strong> «<em>Non posso che essere pienamente soddisfatto per questo lavoro</em> – ha dichiarato <strong>Giuseppe Falanga</strong>, docente e direttore dell’ufficio pubblicazioni della Facoltà, che ha coordinato e diretto i lavori per la realizzazione dell’app – <em>perché i primi dati provenienti dal monitoraggio sono molto gratificanti: in poco tempo abbiamo registrato quasi 2000 accessi all’applicazione, di cui 1000 dai totem e altrettanti dalle copertine dell’annuario. Dati che dimostrano che l’applicazione ha avuto una ricaduta positiva e concreta nella vita quotidiana di tutti i membri della comunità accademica. Oltre che agli studenti e ai docenti della Facoltà, inoltre, mi preme sottolineare che l’annuario è stato consegnato a circa 500 vescovi e superiori maggiori di ordini religiosi in tutta Italia e nella Curia romana</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il primato tecnologico della Facoltà Teologica napoletana</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 10:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Gravina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani, giovedì 13 ottobre, alle ore 11, in viale Colli Aminei 2, presso l’aula magna della sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, in occasione della tradizionale assemblea dei docenti presieduta dal Cardinal Crescenzio Sepe in qualità di gran cancelliere, sarà presentata all’arcivescovo di Napoli e alla stampa l’applicazione per smartphone Ovèrap [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Totem_ingresso_Pftim.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10687" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Totem_ingresso_Pftim.jpg" alt="Totem_ingresso_Pftim_OVERAP" width="2560" height="1536" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Domani, giovedì 13 ottobre, alle ore 11, in viale Colli Aminei 2, presso l’aula magna della sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, in occasione della tradizionale assemblea dei docenti presieduta dal <strong>Cardinal Crescenzio Sepe</strong> in qualità di gran cancelliere, sarà presentata all’arcivescovo di Napoli e alla stampa l’<strong>applicazione</strong> <strong>per smartphone</strong> Ovèrap Pftim, un’innovativa guida per studenti e docenti basata sul principio della realtà aumentata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>IL PRIMATO</strong> &#8211; La Facoltà Teologica Napoletana è il <strong>primo ateneo pontificio al mondo</strong> ed uno dei primi enti accademici in Europa ad adottare la tecnologia della <strong>realtà aumentata</strong> per offrire a studenti e docenti un supporto multimediale altamente innovativo, uno strumento semplice ed efficace al servizio della didattica e della vita all’interno della Facoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>VANTAGGI -</strong> Presso una serie di totem dislocati nei punti strategici della sede accademica di Capodimonte o attraverso l’annuario accademico, ciascuno studente o docente potrà accedere col proprio <strong>smartphone</strong> a numerosi <strong>contenuti</strong> resi disponibili in realtà aumentata e aggiornati nel corso dell’anno, per poter così conoscere tutte le <strong>informazioni utili</strong> (aule e orari dei corsi, luoghi e date degli esami ecc.), essere tempestivamente informato su <strong>ogni iniziativa</strong> (seminari, convegni, celebrazioni, eventi ecc.), accedere ad un <strong>archivio</strong> in cui è possibile consultare guide e visionare immagini fotografiche e video.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>TRADIZIONE E INNOVAZIONE</strong> &#8211; La Pontificia Facoltà Teologica di Napoli conferma così la propria vocazione a <strong>coniugare</strong> <strong>tradizione e innovazione</strong>: non rinuncia al classico annuario cartaceo, ma lo sposa alle più moderne tecnologie che consentono la fruizione di una quantità di dati e informazioni altrimenti inaccessibili in un unico luogo e in tempi rapidissimi.</p>
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		<title>Vestire gli ignudi, nuova lettera pastorale del card. Sepe</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 16:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Scotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c’è Dio senza carità,  non c’è persona senza carità: Vestire gli ignudi, terza tra le Opere di Misericordia e  nuova Lettera pastorale del Cardinale Sepe, scritta dopo gli Stati Generali della Chiesa di Napoli che si sono tenuti a Pacognano, ed intesa ad accompagnare l’attività dei presbiteri, dei parroci, dei decani, dei religiosi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_114643.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10591" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_114643.jpg" alt="crescenzio sepe" width="1280" height="720" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è Dio senza carità,  non c’è persona senza carità: <strong>Vestire gli ignudi</strong>, terza tra le Opere di Misericordia e  nuova Lettera pastorale del Cardinale Sepe, scritta dopo gli Stati Generali della Chiesa di Napoli che si sono tenuti a Pacognano, ed intesa ad accompagnare l’attività dei presbiteri, dei parroci, dei decani, dei religiosi e delle religiose, dei diaconi permanenti, dei movimenti ecclesiali, degli operatori dei diversi settori organizzativi della Curia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_122615.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10592" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_122615.jpg" alt="cardinale sepe" width="1280" height="720" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel  Palazzo Arcivescovile, il 16 luglio,  la Lettera è stata presentata ed illustrata dal  <strong>cardinale  Crescenzio</strong> <strong>Sepe,</strong> insieme <strong>ai  vescovi  ausiliari, monsignore Lucio Lemmo, monsignore Gennaro Acampa, monsignore  Salvatore Angerami e il vicario episcopale alla cultura, don Adolfo Russo</strong>. “<strong>Vestire gli ignudi</strong>” segue le precedenti opere di misericordia corporale: “<strong>Dar da mangiare agli affamati</strong>” e “<strong>Dar da bere agli assetati</strong>”, in un percorso che ha avuto inizio a partire dal Giubileo per la Città del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Terza tappa di un cammino rivolto agli ultimi, ai più fragili, ai deboli, a quelli che non riescono a far sentire la loro voce e hanno bisogno di carità e aiuto,  in un contesto di nudità fisica e di bisogni primari insoddisfatti, in cui la stessa famiglia e società, che dovrebbero provvedere  a rivestirli, appaiono esse stesse tanto scoperte e fragili  da esser incapaci di prendersene cura. Chi sono quindi gli ignudi di Napoli indicati nella Lettera dal cardinale Crescenzio Sepe? Sono quelli &#8220;<em>che sono stati spogliati dei loro diritti, quei bambini che hanno subito violenza, quelle donne maltrattate, qui giovani che non hanno speranza per il loro futuro. Ed è a loro che la Chiesa di Napoli guarda&#8221;</em>, ha dichiarato il cardinale di Napoli, &#8220;<em>Dobbiamo rivestire coloro a cui sono stati negati i diritti, privati dei vestiti della dignità.  Rivestendoli, costruiamo la città; un  compito di tutti, sia della comunità civile sia di quella religiosa. Occorre  evitare che l&#8217;emergenza diventi quotidiana normalità</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quattro sono  gli obiettivi prioritari: <strong>educare alla sobrietà e alla condivisione</strong>, descrivendo la necessità di provvedere di abiti chi non ne dispone, suggerisce a tutti di adottare stili di vita misurati,  alla cultura del riuso e del riciclo, contrari all’ostentazione;  <strong>rivestire i poveri della propria dignità</strong>, rivolgendo l’attenzione agli immigrati e a tutti  coloro che vivono nella città partenopea in uno stato di indigenza, e, in particolare, donne sfruttate e umiliate che chiedono vestiti, pane e lavoro, ma che necessitano soprattutto rispetto per la loro fierezza di essere donne; <strong>cittadinanza responsabile</strong>, individuando le cause del malessere dell’ignudo,  e non soltanto chinandosi su di esso, e rimettendolo in piedi. Al fine di favorire la crescita del senso di responsabilità civica, nella Lettera pastorale viene suggerito di delimitare dei territori di intervento, creando una rete utilmente operativa tra parrocchie, scuole, associazioni e mondo delle professioni.   Forma più alta della carità è la politica, vista come una capacità di elaborare una visione generale della società, eliminando gli impedimenti  e creando dei progetti rivolti al bene comune. Ultimo obiettivo indicato è dare <strong>attenzione al lavoro</strong>, in un contesto in cui la disoccupazione è una calamità sociale che lede gli equilibri familiari e compromette il futuro dei giovani. A tale proposito, cento vescovi dell’Italia meridionale saranno convocati nel febbraio 2017 dal cardinale Sepe, per fornire suggerimenti su come affrontare il problema della disoccupazione. Al tavolo di confronto oltre ai responsabili delle diocesi saranno invitati anche i rappresentanti del governo, delle organizzazioni sindacali, delle strutture datoriali. Particolarmente toccato dalla problematica, il cardinale ha dichiarato: <em>Quanti padri mi scrivono quotidianamente lamentandosi del fatto che non riescono a portare a casa un piatto per sfamare i figli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma, lo spirito che pervade il percorso pastorale misericordioso così intrapreso, si arricchisce con una iniziativa senza precedenti: il cardinale Sepe ha comunicato che la Curia di Napoli, per far fronte alla crisi e nell’ambito dell’anno giubilare della Misericordia,  <strong>donerà gli alloggi di sua proprietà agli occupanti indigenti</strong> che li occupano da tempo, mettendoli prima in condizioni tali da renderli meno fatiscenti rispetto allo stato in cui si trovano attualmente. All’uopo, la Curia sta procedendo alla ricognizione del patrimonio immobiliare; la cessione riguarderà solo le  case della diocesi (ci sono anche alloggi che appartengono a Ordini religiosi).</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Pensare insieme, progettare insieme, agire insieme</em>”, così, come con un motto, il cardinale Crescenzio Sepe ha concluso la presentazione della Lettera pastorale “<strong>Vestire gli ignudi</strong>”, in  una  fresca mattina di un sabato di metà luglio da ricordare.</p>
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