<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Città del Monte &#187; carcerati</title>
	<atom:link href="https://www.cittadelmonte.it/wordpress/tag/carcerati/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.cittadelmonte.it/wordpress</link>
	<description>Giornale Online</description>
	<lastBuildDate>Sat, 10 Oct 2026 15:27:20 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.9.37</generator>
	<item>
		<title>Visitare i carcerati. L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</title>
		<link>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/visitare-i-carcerati-limpegno-cristiano-tra-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/</link>
		<comments>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/visitare-i-carcerati-limpegno-cristiano-tra-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 13:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[arcivescovo]]></category>
		<category><![CDATA[carcerati]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[cardinale]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa di napoli]]></category>
		<category><![CDATA[crescenzio sepe]]></category>
		<category><![CDATA[lettera pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[pastorale carceraria]]></category>
		<category><![CDATA[penitenziario]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.cittadelmonte.it/wordpress/?p=12248</guid>
		<description><![CDATA[La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe Visitare i carcerati L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe</em></p>
<h3><strong>Visitare i carcerati</strong></h3>
<p><strong>L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</strong></p>
<div id="attachment_11075" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg"><img class="size-full wp-image-11075" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg" alt="Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli" width="640" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica e speciale, tanto da escludere il carcere e i carcerati dall’attenzione e dalla sensibilizzazione dei battezzati nei confronti di persone con le quali Gesù stesso si è identificato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso il ricorso al carcere come una “immagine” di chiusura, impossibilità, ristrettezza non aiuta a cogliere il senso proprio e profondo con il quale il Maestro ha inteso la realtà dei carcerati e il loro stato di isolamento socio-culturale, psicofisico, etico-religioso. A ben vedere, lo stesso dibattito contemporaneo, almeno da Cesare Beccaria (1764) in poi, continua a rilanciare la domanda cruciale sul senso delle pene e sulla condizione delle carceri, sottolineando la necessità dell’educazione «per prevenire i delitti».</p>
<p style="text-align: justify;">La pena è una punizione o una medicina? Il carcere è un luogo di riabilitazione e di reinserimento sociale, oppure è una pattumiera dove le società perbeniste sotterrano gli scarti sociali? Perché il cristiano si preoccupa (o dovrebbe) di farsi prossimo dei carcerati, portando loro non solo la Parola di Dio, ma anche sostegni materiali e soccorsi relazionali?</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando la programmazione pastorale per l’Arcidiocesi di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe ha reso nota il 16 luglio 2019 (Festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo) l’ultima lettera pastorale dal titolo <em>Visitare i carcerati </em>(disponibile al sito internet della diocesi di Napoli: &lt;http://www.chiesadinapoli.it/napoli/allegati/54328/Lettera%20Pastorale%20sett.%202019%20.pd). La sesta opera di misericordia corporale, esplicitamente citata nel racconto matteano del Giudizio universale, quando appunto Gesù ritornerà Re-Giudice, secondo il racconto presentato dall’evangelista Matteo, che presenta in modo sconvolgente, sicuramente non usuale, il profilo del cristiano, che deve essere nella sua ordinarietà segno dell’Amore straordinario di Dio, educato nella dimensione della giustizia divina, realmente umana, in quanto insegna a gestire i conflitti aborrendo la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi è il seguace di Cristo a partire dal monito del Vangelo matteano se non colui che pratica la giustizia vivendo la pace, sfama chi ha fame, dà da bere agli assetati, accoglie lo straniero, veste gli ignudi, presta soccorso e cure per gli ammalati, visita i carcerati?</p>
<p style="text-align: justify;">Il cardinale Sepe ricorda che Gesù presenta un capovolgimento totale delle certezze formalistiche dei suoi tempi: «Su questa strada, passo dopo passo, anche noi stiamo sperimentando che gli ultimi sono la “vera carne di Cristo” e in loro concretamente Lo incontriamo. Gli ultimi sono per noi il criterio per riconoscere l’autenticità del nostro impegno di cristiani. Abbiamo compreso meglio che la comunione ecclesiale è in funzione della nostra missione e in essa trova la sua misura» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 1).</p>
<p style="text-align: justify;">La Torah dono di libertà è diventata giogo pesante e asfissiante, perfino occasione per rimproverare e mortificare quelle persone in affanno, in un certo modo “inadempienti”. A ben vedere, la Legge è Dio stesso e con il capovolgimento operato dal discorso matteano del cosiddetto “Giudizio universale”, il Nazareno sconvolge le certezze degli astanti e modifica nel senso giusto lo sguardo strabico dei discepoli che ancora non hanno inteso il senso dell’opera della redenzione: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima (Dt 6,5) e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. E il secondo è simile ad esso: <em>Amerai il prossimo tuo come te stesso</em> (Lv 19,18). Da questi due comandamenti dipendono tutta la Torah e i Profeti» (Mt 22,34-40).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arcivescovo di Napoli rammenta che la “visita ai carcerati” è un’opera di amore, gradita a Dio, anzi da Gesù particolarmente raccomandata: «Rifletteremo sulla situazione dei detenuti – scrive il Cardinale , sulla coscienza umana esposta ad errori e sbandamenti. Ci interrogheremo quindi su un’altra fragilità, quella etica, che, sebbene in forme diverse, accomuna anch’essa l’intera umanità. Neppure i santi erano immuni da carenze, difetti, manchevolezze. Molti di loro – forse perché più vicini alla verità dell’esistenza – si riconoscevano inadeguati, peccatori. A tutti la Scrittura ricorda: “Il giusto cade sette volte” (Pr 24,16). Pietro, il primo Papa, che conobbe Gesù da vicino, fu pure colui che lo rinnegò. Da allora, la Chiesa comprese di essere un mistero di santità e di debolezza insieme» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La missione stessa del Figlio di Dio è comunicazione di vita e di amore, cuore della rivelazione. È l’Amore trinitario che redime l’essere umano e lo salva dalle sue prigioni e limitazioni, dalla sofferenza del carcere, dall’asfissia del peccato, dalla chiusura dell’ignoto, dal narcisismo delle sue opere, dall’egoismo dell’autoconservazione, dalla solitudine della paura, dalla piccolezza dell’autoreferenzialità… Gesù rivelandosi “giudice” si proclama contestualmente re e messia e mostra ai discepoli che il senso della storia consiste nella capacità dei discepoli di suscitare la speranza, servendo la persona umana in ogni sua esigenza. Amministrare la giustizia non significa infliggere pene con lo scopo di vendetta. Nella logica cristiana, il percorso di riabilitazione di una persona detenuta è il vero scopo della pena in un orizzonte di perdono responsabile e di giustizia riparativa. L’arcivescovo di Napoli scrive: «Quelli rinchiusi nelle carceri, quasi sempre in celle inospitali e sovraffollate, con poca luce e scarsa igiene, impossibilitati a tessere quelle relazioni che danno senso alla vita, si sentono coperti dal generale disprezzo e avvertono un’imbarazzante vergogna, fin dal momento dell’arresto, quando tentano a malapena di nascondere il volto» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 2).</p>
<p style="text-align: justify;">Se si pensa ai carcerati la mente non pensa. Sembra un paradosso. Chi non ha mai varcato la soglia di un carcere non può neanche ipotizzare il processo di disumanizzazione il cui inizio è già la privazione della libertà. Il carcerato è Gesù, ovvero egli ci insegna la prossimità anche per chi è da noi lontano o perfino ostile. Un parallelo possibile di questo discorso è senza dubbio la figura lucana del Samaritano (cfr. Lc 10,25-37), oggi più che mai segno testimoniale della logica dell’amore cristiano. Il Gesù lucano presenta la parabola non come un “paradosso”, ma come una <em>possibilità</em>. Se di possibilità si tratta, significa che anche una persona completamente estranea ad un contesto umano, nonostante la sua distanza culturale o ideologica, può farsi prossimo, semplicemente rompendo gli schemi esistenziali preconfezionati e rilanciati ogni qual volta si tratta di restare al balcone per guardare indifferenti una realtà, semplicemente passeggera… L’<em>altro</em> non è mai una incognita, ma è sempre un volto (cf. C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 3).</p>
<p style="text-align: justify;">A ben vedere, l’<em>esempio del Samaritano</em>,definito per antonomasia <em>buono</em>, deve suscitare in noi alcuni cruenti interrogativi. <em>Chi è il mio prossimo?</em> Anche una persona affamata, assetata, sola, indigente, ignuda, carcerata è mio prossimo? Interrogativo sempre attuale come proposto da Gesù, finalizzato a suscitare in ogni suo discepolo una forte presa di coscienza: <em>la fratellanza universale come aspetto essenziale della rivelazione</em>. Osserva il cardinale che «solo chi è senza colpa – una situazione del tutto impossibile ad un essere umano – può farsi giudice di un altro uomo, anche se un codice religioso lo prevede. In realtà, soltanto Dio può giudicare in quel modo. Il suo giudizio, come si evince dal contesto, è però solo misericordia, offerta di perdono, nuova possibilità di vita» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Con tale “novità” Gesù dà inizio a un movimento di conversione del cuore, di cambiamento, ovvero un cambio di baricentro: il punto essenziale della vita dei suoi discepoli non è la propria vita, ma quella del prossimo. Ciò significa scoprire l’<em>umiltà</em> come elemento essenziale del discepolo-missionario, sempre lontano dal pericolo dell’autoreferenzialità. «Se la giustizia è un’alta istanza di civiltà – continua il cardinale Sepe –, il perdono ha qualcosa di divino. Per questo è capace di rigenerare vita e di rifondare i rapporti umani. Perdonare è verbo infinito. “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello”? chiese Pietro al suo Maestro. “Non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt 18,21 ss) fu la risposta. Gesù stesso, coperto dagli insulti dei carnefici, tradito dagli stessi amici, lo testimoniò sul legno della croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Perdonare è un verbo che solo Dio sa e può coniugare. E noi, se sostenuti dalla sua Grazia».</p>
<p style="text-align: justify;">Gesù presenta un modello possibile per vivere una dimensione responsabile dell’esistenza, proiettata in modo consapevole nel tempo e nello spazio. Se la responsabilità è un principio cardine anche per l’etica di un laico come Hans Jonas, nell’era della tecnologia digitale, il cristiano dovrebbe adoperarsi per umanizzare ogni settore dell’esistenza, testimoniando la <em>cura-per-la-persona </em>in modo significativo ed esplicito senza compromessi, soprattutto non lasciando margini di spazio per contrattare i valori, anzi sottolineando con fermezza quei valori non affatto negoziabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La parabola del Samaritano ci introduce nel presente della realtà (nonostante sia circostanziata da elementi ed aspetti coevi alla narrazione). Una realtà fatta di situazioni contingenti che incrocia la profezia del futuro. Non a caso Paul Ricoeur qualche anno fa ha riletto questa parabola insieme alla narrazione del Giudizio universale di Matteo. Gesù non evoca nomi, titoli, situazioni. Il Maestro narra la storia di incontri, incontri che vorrebbe significativi, determinati per la vita. Sono incontri tra anonimi, tra sconosciuti, i quali si riscoprono <em>fratelli</em> non nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni battezzato è responsabile della missione affidata da Cristo ai suoi discepoli. La missione comporta anche la <em>visita ai carcerati. </em>Nell’invito all’evangelizzazione, il Nazareno comprende necessariamente l’esodo dalle solitudini esistenziali. Ciò significa per la comunità ecclesiale mettersi in una mobilitazione pastorale in senso missionario in qualsiasi parte del mondo vi sia una comunità credente, da un lato, e donne e uomini, dall’altro, in attesa di essere raggiunti dal messaggio vitalizzante del Vangelo di Gesù Cristo, soprattutto in un contesto largamente di oblio e di morte come il carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se egli si identifica con tutti quelli da lui indicati come <em>piccoli</em>, e include i carcerati, evidentemente sta insegnando ai discepoli a concepire la vita in un’ottica teologale, che salda <em>fede-speranza-amore</em>. Una esistenza, quindi, in grado di “mostrare” al “mondo” l’essenza della redenzione, come vita-in-Dio. I carcerati, nella condizione limite in cui si trovano, sono amati da Dio perché bisognosi di misericordia, sovente inariditi in termini di amore, isolati dalla società. Ecco il motivo che porta l’arcivescovo di Napoli a richiamare l’attenzione di tutti sulla condizione delle carceri e dei carcerati, proponendo una costatazione e rilanciando un interrogativo:<em>“La prigione non salva nessuno”. Scuola di delinquenza o profezia di riscatto? </em> (cf. § 4).</p>
<p style="text-align: justify;">I carcerati, o meglio le persone sottoposte alla restrizione della libertà personale, e le “carceri” intese come luogo di sofferto isolamento, sono il fuoco dell’attenzione dei cristiani, se il Giudizio universale attende tutti, se la giustizia divina ha come criterio la misericordia. Ogni carcerato è quindi il prossimo che deve essere <em>visitato</em>, <em>amato</em>, <em>aiutato</em>, secondo l’esempio del Samaritano.</p>
<p style="text-align: justify;">La logica capovolta di Cristo invita a guardare i malfattori e le vittime con gli stessi occhi. È un discorso quasi paradossale, o meglio <em>profetico</em> come vuole esserlo la teologia pastorale a servizio di una prassi ecclesiale sempre pronta al rinnovamento della missione. La novità perenne della presenza e dell’azione della Chiesa nel mondo è la linfa della Parola di Dio, l’unica forza capace di de-centrare gli scopi della missione dagli operatori agli interessi di Dio il cui comando è: «Io, il Signore, ti ho chiamato per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre» (Is 42,6-7).</p>
<p style="text-align: justify;">In carcere c’è la <em>Chiesa</em>, ricorda il cardinale Sepe. Ma questa tale espressione appare paradossale. Se consideriamo i carcerati fratelli (molti battezzati) in stato di bisogno materiale e spirituale, riusciremmo ad allontanare l’insidioso pericolo di isolare queste persone stigmatizzandole con il loro errore. L’identificazione di Gesù con ogni carcerato invita i discepoli al superamento del pregiudizio, vera causa della morte psicologica e sociale delle persone che delinquono. L’Arcivescovo propone anche alcuni obiettivi per rendere concretamente sperimentabile l’amore del cristiano per ogni situazione umana, in questo carso per i carcerati in una logica di perdono responsabile e di giustizia riparativa. Scrive Sepe: «Per rendere concreto l’apporto che possiamo offrire a chi è detenuto, sollecito ogni parrocchia, ogni comunità ecclesiale ad elaborare una proposta pastorale di ampio respiro che tenda a formare anzitutto la propria gente e gli eventuali operatori mediante percorsi di sensibilizzazione per un orizzonte umano poco conosciuto e quasi sempre trascurato. Ogni progetto tenga conto, tra l’altro, delle seguenti imprescindibili priorità:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Formare la comunità al perdono e alla riconciliazione.</li>
<li>Provvedere ad un’anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale.</li>
<li>Adottare un detenuto e la sua famiglia anche di un’altra parrocchia.</li>
<li>Coinvolgere i detenuti stessi nell’attività di evangelizzazione e di sostegno.</li>
<li>Sviluppare un piano decanale d’insieme con istituzioni, associazioni, privati disponibili» (§7).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">I carcerati sono considerati di fatto <em>scarti sociali</em> e come tali non sono degni di ri-scatto. La chiesa è la comunità di peccatori perdonanti, non di discepoli perfetti. Lo rammenta anche l’autore della <em>Lettera agli Ebrei</em> (13,3): «Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!». Così la Chiesa di Napoli, comunità di perdonati, va incontro ai fratelli in carcere, bisognosi di aiuto e sostegno per costruire una nuova logica della giustizia, una giustizia riparativa, ovvero della <em>giustizia della vita </em>(una “giustizia giusta”), secondo l’insegnamento del Vangelo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/visitare-i-carcerati-limpegno-cristiano-tra-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Chiesa in carcere. Perdono responsabile e giustizia riparativa</title>
		<link>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/la-chiesa-in-carcere-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/</link>
		<comments>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/la-chiesa-in-carcere-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Oct 2018 12:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[carcerati]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[condannati]]></category>
		<category><![CDATA[detenuti]]></category>
		<category><![CDATA[detenzione]]></category>
		<category><![CDATA[documento base]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia riparativa]]></category>
		<category><![CDATA[istituti penali]]></category>
		<category><![CDATA[pastorale]]></category>
		<category><![CDATA[pastorale carceraria]]></category>
		<category><![CDATA[prigione]]></category>
		<category><![CDATA[teologia pastorale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.cittadelmonte.it/wordpress/?p=11957</guid>
		<description><![CDATA[Il Documento base nell’ambito del penale (DB), pubblicato e reso accessibile dall’Ispettorato generale delle carceri italiane (Ministero della Giustizia), pubblicato dalle EDB, si lascia ispirare dai principi evangelici fondamentali per suscitare prassi di misericordia nei confronti delle persone ristrette e offrire a loro percorsi di guarigione. Il DB si propone come strumento di riflessione e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/La-chiesa-in-carcere.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11958" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/La-chiesa-in-carcere.jpg" alt="la-chiesa-in-carcere" width="984" height="1386" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Documento base nell’ambito del penale </em>(DB), pubblicato e reso accessibile dall’Ispettorato generale delle carceri italiane (Ministero della Giustizia), pubblicato dalle EDB, si lascia ispirare dai principi evangelici fondamentali per suscitare <em>prassi di misericordia </em>nei confronti delle persone ristrette e offrire a loro <em>percorsi di guarigione</em>. Il DB si propone come strumento di riflessione e di progettazione degli operatori pastorali nell’ambito carcerario dal momento che per la chiesa è eticamente, culturalmente e socialmente rilevante la questione del recupero integrale delle persone in stato detentivo. Inoltre, si sottolinea il ruolo dei “cittadini cristiani” e delle comunità per individuare e potenziare adeguate risorse politiche, sociali, ecclesiali e offrire un effettivo e tangibile contributo alla formazione di interventi ed iniziative adeguate a riabilitare la coscienza morale della persona, come forma sanante della misericordia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin dalle linee introduttive, il DB non lascia dubbi sullo scopo dell’azione pastorale nelle carceri, riguardante essenzialmente una duplice prospettiva antropologica, teologica e pedagogica: <em>liberare </em>e<em> aiutare a liberarsi dal male</em>. Queste due direttrici chiamano la Chiesa e la società, nell’amministrazione della giustizia, ad una consapevolezza del <em>messaggio di liberazione di Gesù</em>. Egli è origine e modello di guarigione, che la comunità cristiana è chiamata ad annunciare a tutte le persone coinvolte a vario titolo nel mondo del penale (DB, <em>Premessa</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il luogo “carcere” non è solo un <em>topos</em> fisico con le sue ristrettezze, quanto una limitazione spirituale e psicologica. È opinione condivisa che la forma attuale degli istituti di pena non rappresenti un’occasione di riscatto e di reinserimento sociale. Piuttosto il carcere rappresenta una punizione coercitiva, finalizzata all’isolamento. Secondo il giudizio di alcuni osservatori e studiosi, le modalità di applicazione della pena rappresentano il più delle volte la negazione stessa della dignità personale. Per molti l’esperienza carceraria è l’anticamera dell’infermo. Qual è l’insegnamento che lascia? Quali sono le opportunità di riscatto offerte? È possibile pensare a vie alternative e complementari ponderate nella logica della <em>giustizia riparativa</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il DB, il carcere – se non può essere evitato o al momento ripensato – può diventare, con il contributo e l’impegno dei volontari e degli operatori di ispirazione cristiana, un <em>luogo di riconciliazione</em>, ovvero dell’accompagnamento, di relazioni nuove e della riscoperta dei legami <em>liberanti</em>, di relazioni educative autentiche, ovvero <em>relazioni di cura.</em> Secondo il filosofo Giuseppe Ferraro, per libertà bisogna intendere <em>possibilità di cambiamento</em>, ovvero dar-si l’opportunità di lasciare la routine, la stagnazione, scegliendo il cambiamento, accogliere quindi la sfida di uscire dalla stasi della rinuncia e affrontare la vita in tutte le dimensioni.Tale posizione può essere sintetizzata nella seguente massima: «Fa’ di tutto per essere un detenuto libero. Non è un paradosso. Cerca di detenerti da te stesso, non farti detenere».</p>
<p style="text-align: justify;">Nella prospettiva cristiana esiste sempre la possibilità di riparare, perché Dio guarda il cuore, l’intenzione. È faticoso insistere su cammini di riconciliazione, ipotizzate e realizzare forme alternative all’isolamento carcerario. Tuttavia, se il centro dell’interesse della giustizia è la “riparazione”, essa non può esimersi dal pensare alla novità insita nel cuore della persona criminale e scommettere sulla possibilità del ravvedimento e del recupero attraverso forme concrete di rieducazione, provando a superare di fatto la contraddizione esistente nel sistema carcerario vigente.  La giustizia riparativa, o “restitutiva”, come preferirebbe il filosofo Ferraro, mentre si concentra sul processo di rieducazione del colpevole, attiva forme di mediazione e di tutela delle vittime e dei congiunti. Attivare percorsi di questo tipo significa fare i conti con la possibilità della recidiva, sempre in agguato in  un sistema spesso vincolato dai protocolli procedurali. Nel corso degli ultimi anni sono state proposte diverse definizioni di “giustizia riparativa” presenti sia negli studi degli esperti, sia in atti ufficiali. Il concetto è sempre più presente nella giurisprudenza, nelle dichiarazioni di principio o nelle direttive.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, la giustizia riparativa, secondo la definizione di C. Mazzucato, nella volontà di superare la logica del castigo e leggendo in chiave relazionale il fatto criminoso, può essere definita</p>
<p style="text-align: justify;">una forma di risposta al reato che coinvolge la vittima, il reo e/o la collettività nella ricerca di soluzioni agli effetti del conflitto generato dall’illecito, allo scopo di promuovere, fra l’altro, la riparazione delle conseguenze dell’evento lesivo e rafforzare, quindi, il senso di sicurezza collettivo. La mediazione reo/vittima è – in prima approssimazione – un procedimento informale in cui le parti guidate da un’équipe di esperti, hanno la possibilità di <em>incontrarsi</em>, di discutere del reato, dei suoi effetti sulla loro vita e sulle loro relazioni, di progettare modalità di comportamento futuro assumendosi, eventualmente, anche impegni <em>volontari</em> di <em>riparazione</em> (simbolica o materiale) del danno causato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte sono le esperienze di volontari laici e credenti, presbiteri e religiosi/e, di operatori pastorali, di insegnati, di poliziotti, di magistrati, di educatori sono proposte ad un più ampio pubblico in pubblicazioni e attraverso altre forme di divulgazione. Queste ulteriori testimonianze portano l’attenzione dell’opinione pubblica a riflettere sulla necessità di superare logiche vendicative nell’amministrazione della giustizia (in particolare quella che considera la pena come castigo, ovvero la costrizione all’esclusione sociale con reclusione carceraria). Intanto, va evitato il pericolo di ridurre il discorso del perdono responsabile e della giustizia riparativa con equivoci generati da discorsi buonisti dal punto di vista del dibattito sociale ed ecclesiale per non ridicolizzare il processo attivato tra diverse complicazioni e ancora intriso di criticità. Le esperienze narrate partono <em>nel</em> carcere e la narrazione è lo stile comunicativo ritenuto più efficace per descrivere l’<em>esperienza</em>: una memoria diretta quindi tesa a diventare futuro. Ecco perché molte volte gli autori di testimonianze propongono al lettore anche interi epistolari. Nelle lettere si leggono sentimenti veri, si percepisce il dolore sincero per il male fatto e il bisogno di essere accolti e accettati al punto da incoraggiare la preghiera <em>con </em>i detenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul piano ecclesiale, come su quello sociale e culturale, il carcere è una realtà rimossa, o meglio è il luogo dove si crede di stipare e obliare in un certo modo i problemi sociali, il disadattamento e le fragilità di persone, affette il più delle volte da deficit relazionali e sociali, con profondi ritardi emotivi ed affettivi. Così il carcere nella mente di molti diventa un luogo astratto e nelle intenzioni di altri assume una funzione di controllo sociale, un modello affermatosi dal Medioevo in poi, come prerogativa del monarca. In epoca moderna, si giustifica l’esistenza del carcere portando una motivazione garantista per i colpevoli di reato ai quali si assicurerebbe l’esistenza in vita a fronte del pericolo della morte per sentenza, nonostante di fatto sia privata la dignità di persona con la limitazione delle libertà fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si afferma, nel corso dei secoli, una convinzione: per preservare la società dalle persone reiette per loro deliberata scelta è necessaria la reclusione, considerata la modalità più adatta per la securizzazione della società, libera in tal modo da paure e da incertezze. Il diritto penale, a fronte di tanti altri mezzi di protezione giuridica, riscuote maggiore successo dal momento che con le diverse sanzioni (in specie la pena detentiva), riesce a «prevenire la commissione di fatti socialmente dannosi idonei a pregiudicare le condizioni di pacifica convivenza», come scrive C. Brunetti. A ben vedere, con il contributo di diversi attori sociali, come i volontari, è cresciuta la consapevolezza dei limiti della detenzione carceraria secondo il regime restrittivo che tutti conoscono senza un effettivo e realizzabile programma di rieducazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se da un fronte si contesta l’utilità della detenzione, il dibattito, soprattutto tra i cappellani, da un po’ di anni sta insistendo sulla necessità di ipotizzare e proporre <em>nuove modalità di recupero</em> in alternativa alla brutalità della reclusione <em>sic et simpliciter</em>, poiché la logica di molte leggi predilige il carcere come l’equivalente di provvedimenti punitivi, repressivi, vendicativi.  È qui il neo più evidente perché le leggi, definibili “carcerogene”, rispondono ai reati con un provvedimento di fatto innaturale, quello della privazione della libertà e, nonostante le indicazioni di principio, difficilmente si riesce ad attuare un vero progetto di rieducazione. Non poche ricerche, infatti, sottolineano, tra gli altri aspetti, la mancanza di un reale ed efficace quadro di intervento per ciascun detenuto con lo scopo di accompagnare la persona ristretta ad una piena consapevolezza di sé e delle reali possibilità di reinserimento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pene, per alcuni, potrebbero avere una “funzione medicamentale”, mentre per altri sono inflitte in applicazione delle leggi e rafforzerebbero addirittura la volontà di delinquere. Studiosi ed operatori psicosociali giudicano il carcere un “luogo sterile”, poiché non può essere “luogo di possibilità” di cambiamento e di evoluzione. Ci sarebbe perfino nel detenuto, in particolare in quello sottoposto a pene di lunga durata, una disposizione psicologica finalizzata ad assoggettare ogni azione ai propri scopi e per questo motivo altererebbe e falsificherebbe i rapporti interpersonali, poiché ogni occasione sarebbe propizia per manipolare le situazioni da parte dei ristretti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.cittadelmonte.it/wordpress/la-chiesa-in-carcere-perdono-responsabile-e-giustizia-riparativa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
