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	<title>Città del Monte &#187; il mare</title>
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		<title>Sospette vicende al Maschio Angioino</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 21:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angela Ravone]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;&lt;<em>Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si voleva più rigidamente castigare: quando ad un tratto si cominciò a notare con istupore che , di là, i prigionieri sparivano […].</em>&gt;&gt;. E’ sulle parole tratte da uno dei racconti di Benedetto Croce che continua il percorso tra le strade e i luoghi misteriosi della nostra Napoli. Questa storia ci porta al Maschio Angioino o Castel Nuovo, imponente maniero che domina il porto e la piazza del Municipio, realizzato tra il 1279 e il 1282 dall’architetto francese Pierre d’Angincourt. Quella degli Angiò fu una delle famiglie più prestigiose in tutta Europa e durante il regno di Roberto d’Angiò, il castello diventò un centro di cultura dove soggiornarono grandi artisti e letterati tra i quali Giotto, Boccaccio e Petrarca. Il castello narra una vicenda che ha lasciato il segno nella storia della città; basta scendere di qualche metro sotto il livello del mare per scoprire di cosa stiamo parlando. Benedetto Croce racconta di improvvise sparizioni che avvenivano al castello, attribuite ad una strana creatura simile ad un coccodrillo, che dal mare si introduceva nell’edificio rendendosi protagonista di gesta spaventose: la belva venne vista più volte trattenere tra le fauci alcuni uomini e portarli via verso il mare per divorarli. Si pensava che l’animale venisse dall’Egitto e, quando fu scoperta la causa di quelle scomparse, il coccodrillo fu rinchiuso in oscuri meandri del castello diventando strumento di tortura a servizio di alcuni potenti di corte.  Ma le segrete del castello serbano molte altre storie cruente: proprio qui furono uccisi alcuni dei partecipanti alla <em>Congiura dei Baroni</em> i cui cadaveri sono stati ritrovati e sistemati in casse scoperte e tutt’ora visibili. Inoltre si racconta che nel fossato fu imprigionato anche il famoso filosofo Tommaso Campanella, il quale non fu preda delle brame del coccodrillo, ma non riuscì a sottrarsi ad altri tipi di torture che si consumavano dietro le mura del maniero.</p>
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		<title>Parthenope, una leggenda d’amore</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 15:43:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angela Ravone]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La magia che accompagna la città di Napoli questa volta è protagonista non di una storia spettrale ma di una leggenda d’amore nata all’ombra delle dorate spiagge della nostra città. Il nome della protagonista è Parthenope, che in greco significa Vergine. Aveva gli occhi neri, la carnagione candida e un corpo affascinante; amava trascorrere giorni interi seduta sugli scogli a contemplare il mare, incurante del vento che le spostava i capelli o del rumore delle onde; guardava con sguardo fiero verso l’orizzonte per farsi trasportare dalla fantasia altrove, verso terre inesplorate. Solo un pensiero poteva distoglierla, quello rivolto al suo amato Cimone. Tra i due amanti il rapporto era tormentato e ostacolato dal padre di Parthenope, il quale aveva promesso la figlia ad Eumone. Così i due giovani innamorati decisero di fuggire per vivere un amore non più tormentato. I due amanti giunsero nella nostra terra popolando ogni luogo con il loro amore, dalle bellissime colline di Poggioreale e Posillipo fino ai vulcanici lidi flegrei, dando origine così come racconta la leggenda alla nostra Napoli. Da quel momento la notizia di un luogo ameno dove condurre una vita tranquilla si diffuse ovunque, dalla Grecia all’Egitto fino alla Fenicia, da dove giunsero popoli con i loro averi e le loro usanze e iniziarono a colonizzare questa splendida terra di cui Parthenope era la madre. Non sappiamo con certezza dove sia la tomba e il corpo di Parthenope: alcuni pensano che sia stato trasportato dalle onde tra gli scogli dell’isolotto di Megaride, altri invece che sia a San Giovanni Maggiore, un tempo luogo toccato dal mare, oppure che sia stata seppellita verso la campagna sull’altura di Sant’Aniello. La celebre scrittrice Matilde Serao, invece, credeva nella immortalità di Parthenope, come ci rivelano queste sue parole: &lt;&lt;Ella vive splendida, giovane e bella da cinquemila anni. Ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. E’ lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo d’arancio;è lei che fa fosforeggiare il mare. […] Quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra ,è lei,col suo amante. […] Quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena. […] E’ lei che fa impazzire la città. […] Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba è immortale, è l’amore. &gt;&gt;</p>
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		<title>La leggenda di Niccolò Colapesce</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 18:09:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angela Ravone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Napoli esoterica]]></category>
		<category><![CDATA[il mare]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il percorso nella Napoli del mistero continua. Questa volta ci porta nei luoghi vicini al porto, piccoli formicai di leggende che raccontano storie singolari come quella di Niccolò Pesce. Questi era un giovane pescatore chiamato Colapesce per le sue straordinarie abilità natatorie. Amava molto il mare e vi passava la maggior parte del suo tempo, fin quando un giorno la madre disperata gli gettò una vera e propria maledizione: «che tu possa diventare pesce!». E così accadde, secondo la leggenda. Il ragazzo metà uomo e metà pesce aveva squame, dita palmate e branchie e amava gettarsi in mare e andare alla  scoperta dei suoi fondali facendosi inghiottire da un pesce, per poi tagliargli il ventre ogni volta che aveva raggiunto la sua meta. Un giorno il re di Napoli, curioso di scoprire che cosa nascondevano i fondali marini, gli chiese di esplorarli alla ricerca di tesori e gemme preziose. Purtroppo l’ultima di queste imprese che il re di Napoli commissionò al giovane Niccolò non andò a buon fine e gli fu fatale. Il re, volendo conoscere fin dove le potenzialità del ragazzo arrivassero, gli chiese di inseguire una palla di cannone sparata dal faro di Messina. Purtroppo Niccolò non riuscì più a tornare indietro: alzò il capo tentando di risalire in superficie ma sopra di sé non vide altro che acque ferme e tese. Si accorse improvvisamente di trovarsi in uno spazio vuoto, silenzioso, dove non c’era più nulla, nemmeno più acqua. Qui restò intrappolato e terminò la sua vita. Camminando lungo via Mezzoccanone possiamo notare un bassorilievo sulla facciata di un palazzo raffigurante un uomo barbuto, peloso, con un piccone in mano (lo stesso che Niccolò utilizzava per tagliare il ventre dei pesci malcapitati). Questa scultura sembra raffigurare proprio Colapesce. Leggenda vuole che il suo spirito si materializzi ogni qualvolta il mare è in tempesta, in particolar modo nella zona di Sedile di Porto, una delle tante stradine che attraversano Mezzocannone.</p>
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