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	<title>Città del Monte &#187; lettera pastorale</title>
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		<title>Visitare i carcerati. L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 13:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe Visitare i carcerati L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La nuova Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe</em></p>
<h3><strong>Visitare i carcerati</strong></h3>
<p><strong>L’impegno cristiano tra perdono responsabile e giustizia riparativa</strong></p>
<div id="attachment_11075" style="width: 650px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg"><img class="size-full wp-image-11075" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/FB_IMG_1493235594482.jpg" alt="Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli" width="640" height="360" /></a><p class="wp-caption-text">Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un dato di fatto che anche tra i vari settori e ambiti della vita della Chiesa il riferimento al mondo carcerario è quasi completamente assente, o meglio si considera come un settore di azione specifica e speciale, tanto da escludere il carcere e i carcerati dall’attenzione e dalla sensibilizzazione dei battezzati nei confronti di persone con le quali Gesù stesso si è identificato.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso il ricorso al carcere come una “immagine” di chiusura, impossibilità, ristrettezza non aiuta a cogliere il senso proprio e profondo con il quale il Maestro ha inteso la realtà dei carcerati e il loro stato di isolamento socio-culturale, psicofisico, etico-religioso. A ben vedere, lo stesso dibattito contemporaneo, almeno da Cesare Beccaria (1764) in poi, continua a rilanciare la domanda cruciale sul senso delle pene e sulla condizione delle carceri, sottolineando la necessità dell’educazione «per prevenire i delitti».</p>
<p style="text-align: justify;">La pena è una punizione o una medicina? Il carcere è un luogo di riabilitazione e di reinserimento sociale, oppure è una pattumiera dove le società perbeniste sotterrano gli scarti sociali? Perché il cristiano si preoccupa (o dovrebbe) di farsi prossimo dei carcerati, portando loro non solo la Parola di Dio, ma anche sostegni materiali e soccorsi relazionali?</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando la programmazione pastorale per l’Arcidiocesi di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe ha reso nota il 16 luglio 2019 (Festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo) l’ultima lettera pastorale dal titolo <em>Visitare i carcerati </em>(disponibile al sito internet della diocesi di Napoli: &lt;http://www.chiesadinapoli.it/napoli/allegati/54328/Lettera%20Pastorale%20sett.%202019%20.pd). La sesta opera di misericordia corporale, esplicitamente citata nel racconto matteano del Giudizio universale, quando appunto Gesù ritornerà Re-Giudice, secondo il racconto presentato dall’evangelista Matteo, che presenta in modo sconvolgente, sicuramente non usuale, il profilo del cristiano, che deve essere nella sua ordinarietà segno dell’Amore straordinario di Dio, educato nella dimensione della giustizia divina, realmente umana, in quanto insegna a gestire i conflitti aborrendo la violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi è il seguace di Cristo a partire dal monito del Vangelo matteano se non colui che pratica la giustizia vivendo la pace, sfama chi ha fame, dà da bere agli assetati, accoglie lo straniero, veste gli ignudi, presta soccorso e cure per gli ammalati, visita i carcerati?</p>
<p style="text-align: justify;">Il cardinale Sepe ricorda che Gesù presenta un capovolgimento totale delle certezze formalistiche dei suoi tempi: «Su questa strada, passo dopo passo, anche noi stiamo sperimentando che gli ultimi sono la “vera carne di Cristo” e in loro concretamente Lo incontriamo. Gli ultimi sono per noi il criterio per riconoscere l’autenticità del nostro impegno di cristiani. Abbiamo compreso meglio che la comunione ecclesiale è in funzione della nostra missione e in essa trova la sua misura» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 1).</p>
<p style="text-align: justify;">La Torah dono di libertà è diventata giogo pesante e asfissiante, perfino occasione per rimproverare e mortificare quelle persone in affanno, in un certo modo “inadempienti”. A ben vedere, la Legge è Dio stesso e con il capovolgimento operato dal discorso matteano del cosiddetto “Giudizio universale”, il Nazareno sconvolge le certezze degli astanti e modifica nel senso giusto lo sguardo strabico dei discepoli che ancora non hanno inteso il senso dell’opera della redenzione: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima (Dt 6,5) e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. E il secondo è simile ad esso: <em>Amerai il prossimo tuo come te stesso</em> (Lv 19,18). Da questi due comandamenti dipendono tutta la Torah e i Profeti» (Mt 22,34-40).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arcivescovo di Napoli rammenta che la “visita ai carcerati” è un’opera di amore, gradita a Dio, anzi da Gesù particolarmente raccomandata: «Rifletteremo sulla situazione dei detenuti – scrive il Cardinale , sulla coscienza umana esposta ad errori e sbandamenti. Ci interrogheremo quindi su un’altra fragilità, quella etica, che, sebbene in forme diverse, accomuna anch’essa l’intera umanità. Neppure i santi erano immuni da carenze, difetti, manchevolezze. Molti di loro – forse perché più vicini alla verità dell’esistenza – si riconoscevano inadeguati, peccatori. A tutti la Scrittura ricorda: “Il giusto cade sette volte” (Pr 24,16). Pietro, il primo Papa, che conobbe Gesù da vicino, fu pure colui che lo rinnegò. Da allora, la Chiesa comprese di essere un mistero di santità e di debolezza insieme» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La missione stessa del Figlio di Dio è comunicazione di vita e di amore, cuore della rivelazione. È l’Amore trinitario che redime l’essere umano e lo salva dalle sue prigioni e limitazioni, dalla sofferenza del carcere, dall’asfissia del peccato, dalla chiusura dell’ignoto, dal narcisismo delle sue opere, dall’egoismo dell’autoconservazione, dalla solitudine della paura, dalla piccolezza dell’autoreferenzialità… Gesù rivelandosi “giudice” si proclama contestualmente re e messia e mostra ai discepoli che il senso della storia consiste nella capacità dei discepoli di suscitare la speranza, servendo la persona umana in ogni sua esigenza. Amministrare la giustizia non significa infliggere pene con lo scopo di vendetta. Nella logica cristiana, il percorso di riabilitazione di una persona detenuta è il vero scopo della pena in un orizzonte di perdono responsabile e di giustizia riparativa. L’arcivescovo di Napoli scrive: «Quelli rinchiusi nelle carceri, quasi sempre in celle inospitali e sovraffollate, con poca luce e scarsa igiene, impossibilitati a tessere quelle relazioni che danno senso alla vita, si sentono coperti dal generale disprezzo e avvertono un’imbarazzante vergogna, fin dal momento dell’arresto, quando tentano a malapena di nascondere il volto» (C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 2).</p>
<p style="text-align: justify;">Se si pensa ai carcerati la mente non pensa. Sembra un paradosso. Chi non ha mai varcato la soglia di un carcere non può neanche ipotizzare il processo di disumanizzazione il cui inizio è già la privazione della libertà. Il carcerato è Gesù, ovvero egli ci insegna la prossimità anche per chi è da noi lontano o perfino ostile. Un parallelo possibile di questo discorso è senza dubbio la figura lucana del Samaritano (cfr. Lc 10,25-37), oggi più che mai segno testimoniale della logica dell’amore cristiano. Il Gesù lucano presenta la parabola non come un “paradosso”, ma come una <em>possibilità</em>. Se di possibilità si tratta, significa che anche una persona completamente estranea ad un contesto umano, nonostante la sua distanza culturale o ideologica, può farsi prossimo, semplicemente rompendo gli schemi esistenziali preconfezionati e rilanciati ogni qual volta si tratta di restare al balcone per guardare indifferenti una realtà, semplicemente passeggera… L’<em>altro</em> non è mai una incognita, ma è sempre un volto (cf. C. Sepe, Lettera pastorale<em> Visitare i carcerati</em>, § 3).</p>
<p style="text-align: justify;">A ben vedere, l’<em>esempio del Samaritano</em>,definito per antonomasia <em>buono</em>, deve suscitare in noi alcuni cruenti interrogativi. <em>Chi è il mio prossimo?</em> Anche una persona affamata, assetata, sola, indigente, ignuda, carcerata è mio prossimo? Interrogativo sempre attuale come proposto da Gesù, finalizzato a suscitare in ogni suo discepolo una forte presa di coscienza: <em>la fratellanza universale come aspetto essenziale della rivelazione</em>. Osserva il cardinale che «solo chi è senza colpa – una situazione del tutto impossibile ad un essere umano – può farsi giudice di un altro uomo, anche se un codice religioso lo prevede. In realtà, soltanto Dio può giudicare in quel modo. Il suo giudizio, come si evince dal contesto, è però solo misericordia, offerta di perdono, nuova possibilità di vita» (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Con tale “novità” Gesù dà inizio a un movimento di conversione del cuore, di cambiamento, ovvero un cambio di baricentro: il punto essenziale della vita dei suoi discepoli non è la propria vita, ma quella del prossimo. Ciò significa scoprire l’<em>umiltà</em> come elemento essenziale del discepolo-missionario, sempre lontano dal pericolo dell’autoreferenzialità. «Se la giustizia è un’alta istanza di civiltà – continua il cardinale Sepe –, il perdono ha qualcosa di divino. Per questo è capace di rigenerare vita e di rifondare i rapporti umani. Perdonare è verbo infinito. “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello”? chiese Pietro al suo Maestro. “Non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt 18,21 ss) fu la risposta. Gesù stesso, coperto dagli insulti dei carnefici, tradito dagli stessi amici, lo testimoniò sul legno della croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Perdonare è un verbo che solo Dio sa e può coniugare. E noi, se sostenuti dalla sua Grazia».</p>
<p style="text-align: justify;">Gesù presenta un modello possibile per vivere una dimensione responsabile dell’esistenza, proiettata in modo consapevole nel tempo e nello spazio. Se la responsabilità è un principio cardine anche per l’etica di un laico come Hans Jonas, nell’era della tecnologia digitale, il cristiano dovrebbe adoperarsi per umanizzare ogni settore dell’esistenza, testimoniando la <em>cura-per-la-persona </em>in modo significativo ed esplicito senza compromessi, soprattutto non lasciando margini di spazio per contrattare i valori, anzi sottolineando con fermezza quei valori non affatto negoziabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La parabola del Samaritano ci introduce nel presente della realtà (nonostante sia circostanziata da elementi ed aspetti coevi alla narrazione). Una realtà fatta di situazioni contingenti che incrocia la profezia del futuro. Non a caso Paul Ricoeur qualche anno fa ha riletto questa parabola insieme alla narrazione del Giudizio universale di Matteo. Gesù non evoca nomi, titoli, situazioni. Il Maestro narra la storia di incontri, incontri che vorrebbe significativi, determinati per la vita. Sono incontri tra anonimi, tra sconosciuti, i quali si riscoprono <em>fratelli</em> non nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni battezzato è responsabile della missione affidata da Cristo ai suoi discepoli. La missione comporta anche la <em>visita ai carcerati. </em>Nell’invito all’evangelizzazione, il Nazareno comprende necessariamente l’esodo dalle solitudini esistenziali. Ciò significa per la comunità ecclesiale mettersi in una mobilitazione pastorale in senso missionario in qualsiasi parte del mondo vi sia una comunità credente, da un lato, e donne e uomini, dall’altro, in attesa di essere raggiunti dal messaggio vitalizzante del Vangelo di Gesù Cristo, soprattutto in un contesto largamente di oblio e di morte come il carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se egli si identifica con tutti quelli da lui indicati come <em>piccoli</em>, e include i carcerati, evidentemente sta insegnando ai discepoli a concepire la vita in un’ottica teologale, che salda <em>fede-speranza-amore</em>. Una esistenza, quindi, in grado di “mostrare” al “mondo” l’essenza della redenzione, come vita-in-Dio. I carcerati, nella condizione limite in cui si trovano, sono amati da Dio perché bisognosi di misericordia, sovente inariditi in termini di amore, isolati dalla società. Ecco il motivo che porta l’arcivescovo di Napoli a richiamare l’attenzione di tutti sulla condizione delle carceri e dei carcerati, proponendo una costatazione e rilanciando un interrogativo:<em>“La prigione non salva nessuno”. Scuola di delinquenza o profezia di riscatto? </em> (cf. § 4).</p>
<p style="text-align: justify;">I carcerati, o meglio le persone sottoposte alla restrizione della libertà personale, e le “carceri” intese come luogo di sofferto isolamento, sono il fuoco dell’attenzione dei cristiani, se il Giudizio universale attende tutti, se la giustizia divina ha come criterio la misericordia. Ogni carcerato è quindi il prossimo che deve essere <em>visitato</em>, <em>amato</em>, <em>aiutato</em>, secondo l’esempio del Samaritano.</p>
<p style="text-align: justify;">La logica capovolta di Cristo invita a guardare i malfattori e le vittime con gli stessi occhi. È un discorso quasi paradossale, o meglio <em>profetico</em> come vuole esserlo la teologia pastorale a servizio di una prassi ecclesiale sempre pronta al rinnovamento della missione. La novità perenne della presenza e dell’azione della Chiesa nel mondo è la linfa della Parola di Dio, l’unica forza capace di de-centrare gli scopi della missione dagli operatori agli interessi di Dio il cui comando è: «Io, il Signore, ti ho chiamato per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre» (Is 42,6-7).</p>
<p style="text-align: justify;">In carcere c’è la <em>Chiesa</em>, ricorda il cardinale Sepe. Ma questa tale espressione appare paradossale. Se consideriamo i carcerati fratelli (molti battezzati) in stato di bisogno materiale e spirituale, riusciremmo ad allontanare l’insidioso pericolo di isolare queste persone stigmatizzandole con il loro errore. L’identificazione di Gesù con ogni carcerato invita i discepoli al superamento del pregiudizio, vera causa della morte psicologica e sociale delle persone che delinquono. L’Arcivescovo propone anche alcuni obiettivi per rendere concretamente sperimentabile l’amore del cristiano per ogni situazione umana, in questo carso per i carcerati in una logica di perdono responsabile e di giustizia riparativa. Scrive Sepe: «Per rendere concreto l’apporto che possiamo offrire a chi è detenuto, sollecito ogni parrocchia, ogni comunità ecclesiale ad elaborare una proposta pastorale di ampio respiro che tenda a formare anzitutto la propria gente e gli eventuali operatori mediante percorsi di sensibilizzazione per un orizzonte umano poco conosciuto e quasi sempre trascurato. Ogni progetto tenga conto, tra l’altro, delle seguenti imprescindibili priorità:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Formare la comunità al perdono e alla riconciliazione.</li>
<li>Provvedere ad un’anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale.</li>
<li>Adottare un detenuto e la sua famiglia anche di un’altra parrocchia.</li>
<li>Coinvolgere i detenuti stessi nell’attività di evangelizzazione e di sostegno.</li>
<li>Sviluppare un piano decanale d’insieme con istituzioni, associazioni, privati disponibili» (§7).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">I carcerati sono considerati di fatto <em>scarti sociali</em> e come tali non sono degni di ri-scatto. La chiesa è la comunità di peccatori perdonanti, non di discepoli perfetti. Lo rammenta anche l’autore della <em>Lettera agli Ebrei</em> (13,3): «Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se anche voi lo foste!». Così la Chiesa di Napoli, comunità di perdonati, va incontro ai fratelli in carcere, bisognosi di aiuto e sostegno per costruire una nuova logica della giustizia, una giustizia riparativa, ovvero della <em>giustizia della vita </em>(una “giustizia giusta”), secondo l’insegnamento del Vangelo.</p>
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		<title>Oltre i proclami. Una recente lettera pastorale di monsignor De Luca</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Nov 2018 19:13:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carmine Matarazzo]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/Oltre-i-proclami.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11961" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/Oltre-i-proclami.jpg" alt="oltre-i-proclami" width="1048" height="615" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La recente Lettera pastorale, consegnata alla Chiesa che è in Teggiano-Policastro dal suo vescovo monsignor Antonio De Luca (Lettera pastorale «<em>Ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla» (Lc 5, 1-11). Per un rinnovato impegno di evangelizzazione nella Chiesa di Teggiano-Policastro,</em> 4 giugno 2018, Dominuco editore, Sapri (SA) 2018), ha un punto di riferimento saldo, un perno di inestimabile valore. Tale architrave è la Sacra Scrittura. Infatti, l’analisi e il messaggio del vescovo si rifanno prevalentemente al Vangelo secondo Luca capitolo 5, versetti 1-11. La Lettera, dopo una densa introduzione (cf. n. 1), si divide in due parti: la prima (nn. 2-10) si propone di illustrare il “rinnovato impegno di evangelizzazione nella Chiesa di Teggiano-Policastro” a partire da alcune considerazioni ritenute cogenti dal vescovo diocesano e affronta specifiche tematiche sul ruolo missionario della chiesa “in uscita”; mentre la seconda parte (nn. 11-40), lasciandosi guidare più direttamente dal capitolo 5 del Vangelo di Luca, si propone di offrire specifiche considerazioni e indicare diversi impegni per il servizio di evangelizzazione di quelle persone che abitano il territorio diocesano, soprattutto sottolineando l’importanza dell’imminente visita pastorale – indetta dal vescovo – per conoscere, condividere, incoraggiare, correggere, spronare sulla via della missione e del consolidamento delle buone prassi pastorali.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor De Luca non si esonera da una attenta e meticolosa lettura ed analisi della vita delle comunità della diocesi, soprattutto lasciando emergere i grandi temi dell’evangelizzazione e della catechesi, ribadendo, quindi, l’essenziale della pastorale e della missione ecclesiale: gettare le reti sulla <em>Sua Parola</em>. In quest’ottica, occorre piena fiducia nel Signore, che non manda i suoi discepoli a conquistare terre e a fare proseliti, ma ci invia a essere testimoni del suo Amore. La missione dei cristiani non consiste nell’accumulare successi, ma nel servizio al prossimo in ogni condizione sociale, culturale, etnica, economica, morale e in ogni altra situazione si possa trovare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è il compito primario individuato, il <em>modo</em> con il quale i discepoli-missionari si devono relazionare alla realtà è il <em>confronto fraterno e la fiducia nella Parola del Signore </em>(cf. LP, n. 40). Il lavoro dei cristiani non è quello di impegnare parole umane per convincere gli altri a seguire un modello di vita appagante. Lavorare sulla <em>sua Parola</em> significa abbandonare ogni certezza umana, o meglio lasciare che le certezze umane possano facilitare il riconoscimento della concretezza della Parola di Dio, che è via, verità, vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il vescovo, alcune proposte possono aiutare la riflessione per una azione più incisiva delle comunità a sostegno delle famiglie e dei giovani per la loro formazione religiosa e motivazione cristiana. La scelta, per così dire strategica, ricade, da parte dei vescovi italiani, ancora una volta sulla parrocchia, comunità generante e testimone della fede, famiglia di famiglie. Per orientare in modo opportuno l’azione ecclesiale delle chiese particolari, l’episcopato ha puntato tutto sul processo educativo e sui metodi di trasmissione dei valori umani e cristiani, appoggiando e incentivando muove modalità di formazione permanente. Prima di tutto è necessario riorganizzare le attività per l’iniziazione cristiana, rendendo realmente significativo il percorso educativo e formativo della proposta delle comunità ecclesiali visibili nelle parrocchie, proprio perché la crisi pastorale è in un certo modo indice di una più ampia crisi valoriale e formativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Condividendo la preoccupazione di papa Bergoglio, l’attenzione di monsignor De Luca è rivolta essenzialmente a un processo di evangelizzazione<em> autentica</em>, informato da un principio di realtà. I diversi contesti, almeno per quanto concerne i cosiddetti Paesi sviluppati, sono stati caratterizzati, negli ultimi due secoli, da «una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico» (Francesco, <em>Evangelii gaudium</em>, 70). Se in modo lucido Francesco ammette la delusione di molti rispetto al cristianesimo e il rifiuto di altri di identificarsi con la tradizione cattolica, con altrettanta chiarezza il vescovo di Teggiano-Policastro non teme di proporre un bilancio dalle “mani vuote” perché l’intenzione dei discepoli in qualche caso è stata rivolta più al fare che all’essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono fondamentali per il vescovo il discorso educativo, l’ambito della famiglia e l’attenzione per i giovani. Nello scenario inedito odierno, aumentano casi di genitori lontani o indifferenti alla fede ricevuta dalla famiglia di appartenenza e si rifiutano o si astengono dal loro compito di primi educatori della fede. Molte sono le cause della complessa situazione di rottura da inventariare e analizzate. Tra queste, «la mancanza di spazi di dialogo in famiglia, l’influsso dei mezzi di comunicazione, il soggettivismo relativista, il consumismo sfrenato che stimola il mercato, la mancanza di accompagnamento pastorale dei più poveri, l’assenza di un’accoglienza cordiale nelle nostre istituzioni e la nostra difficoltà di ricreare l’adesione mistica della fede in uno scenario religioso plurale».</p>
<p style="text-align: justify;">In tale ottica di verità, occorre ripercorrere con sincerità i fallimenti, riconoscerli senza temere la disfatta. In questo processo, è necessario inaugurare una cultura della valutazione per essere realmente chiesa in un contesto storico sempre più in crisi, dove la “fede” deve sempre di più essere intesa come un “travaglio”. «Dal punto di vista pastorale – scrive il vescovo –  abbiamo bisogno di verifica che necessarie e di una leale assunzione di responsabilità. Abbiamo espresso nell’ambito dell’evangelizzazione, per decenni, una creatività ecclesiale e una forza persuasiva che ha contribuito notevolmente a costruire le identità, i percorsi, e le appartenenze, fatte di passione civile, e di vicinanza ai più deboli» (n. 1).</p>
<p style="text-align: justify;">Valutare significa evitare il pericolo della autoreferenzialità per far spazio alla Parola del Signore che ci invita a gettare nuovamente le reti. Tuttavia, i veri discepoli che si sentono missionari si domanderanno: <em>davvero abbiamo lavorato molto, ci siamo affaticati?</em></p>
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		<title>Vestire gli ignudi, nuova lettera pastorale del card. Sepe</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 16:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Scotti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c’è Dio senza carità,  non c’è persona senza carità: Vestire gli ignudi, terza tra le Opere di Misericordia e  nuova Lettera pastorale del Cardinale Sepe, scritta dopo gli Stati Generali della Chiesa di Napoli che si sono tenuti a Pacognano, ed intesa ad accompagnare l’attività dei presbiteri, dei parroci, dei decani, dei religiosi e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_114643.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10591" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_114643.jpg" alt="crescenzio sepe" width="1280" height="720" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è Dio senza carità,  non c’è persona senza carità: <strong>Vestire gli ignudi</strong>, terza tra le Opere di Misericordia e  nuova Lettera pastorale del Cardinale Sepe, scritta dopo gli Stati Generali della Chiesa di Napoli che si sono tenuti a Pacognano, ed intesa ad accompagnare l’attività dei presbiteri, dei parroci, dei decani, dei religiosi e delle religiose, dei diaconi permanenti, dei movimenti ecclesiali, degli operatori dei diversi settori organizzativi della Curia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_122615.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10592" src="http://www.cittadelmonte.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/07/20160716_122615.jpg" alt="cardinale sepe" width="1280" height="720" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nel  Palazzo Arcivescovile, il 16 luglio,  la Lettera è stata presentata ed illustrata dal  <strong>cardinale  Crescenzio</strong> <strong>Sepe,</strong> insieme <strong>ai  vescovi  ausiliari, monsignore Lucio Lemmo, monsignore Gennaro Acampa, monsignore  Salvatore Angerami e il vicario episcopale alla cultura, don Adolfo Russo</strong>. “<strong>Vestire gli ignudi</strong>” segue le precedenti opere di misericordia corporale: “<strong>Dar da mangiare agli affamati</strong>” e “<strong>Dar da bere agli assetati</strong>”, in un percorso che ha avuto inizio a partire dal Giubileo per la Città del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Terza tappa di un cammino rivolto agli ultimi, ai più fragili, ai deboli, a quelli che non riescono a far sentire la loro voce e hanno bisogno di carità e aiuto,  in un contesto di nudità fisica e di bisogni primari insoddisfatti, in cui la stessa famiglia e società, che dovrebbero provvedere  a rivestirli, appaiono esse stesse tanto scoperte e fragili  da esser incapaci di prendersene cura. Chi sono quindi gli ignudi di Napoli indicati nella Lettera dal cardinale Crescenzio Sepe? Sono quelli &#8220;<em>che sono stati spogliati dei loro diritti, quei bambini che hanno subito violenza, quelle donne maltrattate, qui giovani che non hanno speranza per il loro futuro. Ed è a loro che la Chiesa di Napoli guarda&#8221;</em>, ha dichiarato il cardinale di Napoli, &#8220;<em>Dobbiamo rivestire coloro a cui sono stati negati i diritti, privati dei vestiti della dignità.  Rivestendoli, costruiamo la città; un  compito di tutti, sia della comunità civile sia di quella religiosa. Occorre  evitare che l&#8217;emergenza diventi quotidiana normalità</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quattro sono  gli obiettivi prioritari: <strong>educare alla sobrietà e alla condivisione</strong>, descrivendo la necessità di provvedere di abiti chi non ne dispone, suggerisce a tutti di adottare stili di vita misurati,  alla cultura del riuso e del riciclo, contrari all’ostentazione;  <strong>rivestire i poveri della propria dignità</strong>, rivolgendo l’attenzione agli immigrati e a tutti  coloro che vivono nella città partenopea in uno stato di indigenza, e, in particolare, donne sfruttate e umiliate che chiedono vestiti, pane e lavoro, ma che necessitano soprattutto rispetto per la loro fierezza di essere donne; <strong>cittadinanza responsabile</strong>, individuando le cause del malessere dell’ignudo,  e non soltanto chinandosi su di esso, e rimettendolo in piedi. Al fine di favorire la crescita del senso di responsabilità civica, nella Lettera pastorale viene suggerito di delimitare dei territori di intervento, creando una rete utilmente operativa tra parrocchie, scuole, associazioni e mondo delle professioni.   Forma più alta della carità è la politica, vista come una capacità di elaborare una visione generale della società, eliminando gli impedimenti  e creando dei progetti rivolti al bene comune. Ultimo obiettivo indicato è dare <strong>attenzione al lavoro</strong>, in un contesto in cui la disoccupazione è una calamità sociale che lede gli equilibri familiari e compromette il futuro dei giovani. A tale proposito, cento vescovi dell’Italia meridionale saranno convocati nel febbraio 2017 dal cardinale Sepe, per fornire suggerimenti su come affrontare il problema della disoccupazione. Al tavolo di confronto oltre ai responsabili delle diocesi saranno invitati anche i rappresentanti del governo, delle organizzazioni sindacali, delle strutture datoriali. Particolarmente toccato dalla problematica, il cardinale ha dichiarato: <em>Quanti padri mi scrivono quotidianamente lamentandosi del fatto che non riescono a portare a casa un piatto per sfamare i figli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma, lo spirito che pervade il percorso pastorale misericordioso così intrapreso, si arricchisce con una iniziativa senza precedenti: il cardinale Sepe ha comunicato che la Curia di Napoli, per far fronte alla crisi e nell’ambito dell’anno giubilare della Misericordia,  <strong>donerà gli alloggi di sua proprietà agli occupanti indigenti</strong> che li occupano da tempo, mettendoli prima in condizioni tali da renderli meno fatiscenti rispetto allo stato in cui si trovano attualmente. All’uopo, la Curia sta procedendo alla ricognizione del patrimonio immobiliare; la cessione riguarderà solo le  case della diocesi (ci sono anche alloggi che appartengono a Ordini religiosi).</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Pensare insieme, progettare insieme, agire insieme</em>”, così, come con un motto, il cardinale Crescenzio Sepe ha concluso la presentazione della Lettera pastorale “<strong>Vestire gli ignudi</strong>”, in  una  fresca mattina di un sabato di metà luglio da ricordare.</p>
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