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	<title>Città del Monte &#187; mario merola</title>
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	<description>Giornale Online</description>
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		<title>Scetateve, Guagliune &#8211; Le canzoni di malavita (Parte quarta)</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 14:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Santagada]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Napolisofia]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[malavita]]></category>
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		<description><![CDATA[“E se ci fosse la paura alla base di tutto?”, ci si chiedeva nella conclusione dell’ultima puntata, parlando già di Camorra sull’onda lunga della canzone IL CAMORRISTA  di Ignazio Scassillo dopo la lunga escursione nel territorio della Guapparia e delle canzoni connesse. Certo la paura c’è, in alcune delle sue tante forme[1], tra cui sembra [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“E se ci fosse la paura alla base di tutto?”, ci si chiedeva nella conclusione dell’ultima puntata, parlando già di Camorra sull’onda lunga della canzone IL CAMORRISTA  di Ignazio Scassillo dopo la lunga escursione nel territorio della Guapparia e delle canzoni connesse. Certo la paura c’è, in alcune delle sue tante forme[1], tra cui sembra giusto comprendere l’esatto contrario, la assenza di paura, connaturata e patologica a volte, a volte reattiva e autoindotta. Per restare in argomento, credo si possa ritenere senz’altro probabile che chi sceglie di vivere nell’illegalità dichiarata sia conscio dei pericoli che correrà, come la morte violenta – propria e/o di chi gli è caro – e il carcere, eventualità che non possono non spaventare una persona normodotata.</p>
<p>Ma la paura, emozione primaria basata essenzialmente sull’istinto, può essere superata da istinti più forti, come quello del territorio, del branco, dell’imposizione di sé. Puntualmente le canzoni di malavita [2] seguono i percorsi – vari ma anche sottilmente uguali, che fin dall’inizio hanno condotto e forse ancora conducono all’irreversibile; le canzoni spesso mostrano l’altra faccia del malavitoso, quella dell’uomo che si cela dietro la maschera spietata del killer o del boss, tant’è vero che esse, assieme ad autori, musicisti, cantanti, sono non talvolta accusate di eccessiva simpatia per il Sistema[3], quando non di connivenza o collusione.</p>
<p>In MALAVITA, ad esempio, Mario Merola &#8211; <a href="http://www.youtube.com/v/z0JydkirO30.swf">http://www.youtube.com/watch?v=z0JydkirO30</a> – accusa “nu destino niro” di averlo fatto diventare malamente, lui che ‘na vota era “nu buono figlio, onesto e affezionato”. Strumento del fato, ovviamente, ‘na femmena perduta: e ti pareva. La storia, che la canzone narra per sommi capi, è a tinte molto fosche: due fratelli innamorati della stessa donna, l’uno uccide l’altro e la vecchia madre alla fine rimane sola, con “ ‘nu figlio muorto e l’ato carcerato”. La drammatica composizione permette di individuare alcuni temi tipici delle canzoni di Camorra: l’esordio malavitoso è spesso motivato dal caso o dal destino, il primo atto è normalmente un omicidio d’onore, il carcere segna un mutamento definitivo e automatico di status, una Soglia varcata senza possibilità di ritorno.</p>
<p>Il punto di vista cambia ma la sostanza è simile in SOTTO ‘E CANCELLE, qui interpretata egregiamente da Angela Luce: <a href="http://youtu.be/ztJMRyvweWg">http://youtu.be/ztJMRyvweWg</a> Il brano, di cui mi non è stato possibile trovare il testo nel Web[4], racconta di una donna che ha perduto il proprio innamorato, finito in carcere per aver ucciso un prepotente che voleva abusare di lei: ora è stata cacciata sia dalla propria famiglia sia da quella del ragazzo – affettuosamente chiamato “carceratiello mio” – e sta pensando al suicidio, ma sapendo che lui la ama decide infine di vivere, in un modo o nell’altro, e di aspettarlo fino a che lui uscirà. Al di là della tragedia personale, in SOTTO ‘E CANCELLE  è per noi, qui, di particolare interesse il vissuto carcerario che traspare dalle parole della donna affranta, insieme alla sua insistenza sul tema del “destino niro”:</p>
<p>“oje figlie  ‘e mamma, ca ‘nu destino niro ha condannato, dint’ ‘e cancelle site tutte frate” – “oje secundino, ca staje passanno ‘ a visita, dincello ca sto cca sotto a stu carceratiello” – “e prejo a vuie ca ‘nu sullievo date, cumpagne da sfurtuna, carcerate” – “giustizia io cerca e ha dda veni’ chell’ora”.</p>
<p>Il microcosmo del carcere acquista insomma dalle canzoni uno spessore esistenziale che rivendica se stesso ad onta di tutte le ghettizzazioni più o meno di comodo: i reclusi tornano uomini e individui, tornano in qualche modo tutti innocenti, in quanto vittime della società, del Sistema, della malasciorte, di se stessi. Per chi volesse approfondire l’argomento nella Napolisofia, ecco alcuni link a pezzi tutti interpretati da Mario Merola:</p>
<p>SO NATO CARCERATO</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/p5nXMdpUylQ.swf">http://www.youtube.com/watch?v=p5nXMdpUylQ</a></p>
<p>CARCERATO</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/fJtl6YHd31w.swf">http://www.youtube.com/watch?v=fJtl6YHd31w</a></p>
<p>DICITE ALL`AVVOCATO</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/FdQ8fMG3lf4.swf">http://www.youtube.com/watch?v=FdQ8fMG3lf4</a></p>
<p>I STO&#8217; CARCERATO E MAMMA MORE</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/XK0kvnCOERw.swf">http://www.youtube.com/watch?v=XK0kvnCOERw</a></p>
<p>MARIO MEROLA &#8221;SUONNO E CANCELLE&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/oPMzIbwzk3M.swf">http://www.youtube.com/watch?v=oPMzIbwzk3M</a></p>
<p>Quattro mura</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/WUSrfewPeEo.swf">http://www.youtube.com/watch?v=WUSrfewPeEo</a></p>
<p>In questa serie si inserisce a pieno titolo NATALE NGALERA cantata da Mario Merola</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/noR-DFsqVr0.swf">http://www.youtube.com/watch?v=noR-DFsqVr0</a> Bene si presta infatti a fungere da collegamento con un altro aspetto interessante per la Napolisofia, emergente da numerose canzoni: la religiosità che, in apparente contraddizione con ogni plausibile logica, costituisce un elemento biografico comune a molti malavitosi, capi compresi. E’ ancora una volta Mario Merola l’interprete di</p>
<p>MARONNA MIA &#8211; <a href="http://youtu.be/Rm37pzFl1Xs">http://youtu.be/Rm37pzFl1Xs</a></p>
<p>E BRILLANT  RA MARONN &#8211; <a href="http://youtu.be/KoEVYPxuHf4">http://youtu.be/KoEVYPxuHf4</a></p>
<p>e AVE MARIA (nel “Re di Napoli”) &#8211; <a href="http://www.youtube.com/v/uWfscPMMCN8.swf">http://www.youtube.com/watch?v=uWfscPMMCN8</a></p>
<p>Una contraddizione, si diceva. I media non mancano di evidenziarlo, per esempio, ogni volta che qualche boss latitante viene preso e nel suo covo si trovano bibbie, altari, rosari, immagini sacre della più varia natura. Ma, si diceva anche, la contraddizione è solo apparente. In realtà perché non dovrebbe provare timor di Dio chi abitualmente delinque, prevarica, uccide? Al contrario dovrebbe provarne di più, sapendo di essersi posto al di fuori della Legge di Dio oltre che delle leggi degli uomini.</p>
<p>L’ultima paura, quella della dannazione eterna, non risparmia nessuno, tranne, forse, i veri pupari.</p>
<p>Al vertice della piramide della colpa, inattingibili anche se non inattaccabili, essi non si sporcano mai direttamente le mani e, come non temono la giustizia temporale di cui sanno come farsi beffe, così vivono come se quella spirituale semplicemente non esistesse. La “Scommessa su Dio” di cui parlava Blaise Pascal l’hanno fatta anche loro, puntando però sulla Sua inesistenza.</p>
<p>Non c’è che da sperare che abbiano scelto la carta sbagliata. Perché a differenza dei criminali patentati,  loro pupi, che sanno di poter in ogni momento essere incarcerati, uccisi, fatti oggetto di vendette trasversali e di poter prima o poi provare vergogna, rimorso e pentimento, i pupari sono i soli Intoccabili e neppure le canzoni riescono, se non per allusioni vaghe e quasi impercettibili, a restituire a costoro tutta la visibilità che sicuramente si meriterebbero.</p>
<div>
<hr size="1" />
<div>
<p>[1] “La paura – afferma Wikipedia &#8211; è una intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o supposto. È una delle emozioni primarie, comune sia alla specie umana, sia a molte specie animali.</p>
</div>
<div>
<p>[2] Naturalmente in questa sede è necessario limitare il discorso a quelle che rientrano nella Napolisofia, anche perché estendendolo ad altri ambienti geografico-culturali rischia di diventare enorme.</p>
</div>
<div>
<p>[3] Con il termine Sistema scritto con l’iniziale maiuscola indico, in questo particolare contesto, la Camorra.</p>
</div>
<div>
<p>[4] L’osservazione vale per tutti i brani qui ricordati.</p>
</div>
</div>
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		<title>Napoli e l&#8217;onore al maschile</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 00:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Santagada]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Napolisofia]]></category>
		<category><![CDATA[anni 40]]></category>
		<category><![CDATA[genere musicale]]></category>
		<category><![CDATA[governo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[libero bovio]]></category>
		<category><![CDATA[mario merola]]></category>
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		<description><![CDATA[VII PUNTATA NAPOLISOFIA NARRARE NAPOLI   IN VERSI E IN MUSICA II NAPOLI E L’ONORE AL MASCHILE La Sceneggiata Napoletana, si diceva: tutti sappiamo che c’è, ma non tutti saremmo in grado di spiegare cos’è.  Secondo Wikipedia è un “genere di rappresentazione popolare, che alterna il canto con la recitazione e il melologo{{2}} drammatico, nato e sviluppatosi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>VII PUNTATA NAPOLISOFIA</p>
<p>NARRARE NAPOLI   IN VERSI E IN MUSICA II</p>
<p>NAPOLI E L’ONORE AL MASCHILE</p>
<p>La Sceneggiata Napoletana, si diceva: tutti sappiamo <em>che c’è</em>, ma non tutti saremmo in grado di spiegare <em>cos’è</em>.  Secondo Wikipedia è un</p>
<p>“genere di rappresentazione popolare, che alterna il canto con la recitazione e il melologo{{2}} drammatico, nato e sviluppatosi a Napoli particolarmente tra gli anni &#8217;20 e gli anni &#8217;40 del Novecento{1}. Il melologo partenopeo nacque allo scopo di unificare il genere musicale classico con il teatro: le rappresentazioni erano infatti imperniate su una canzone di grande successo, dalla quale la sceneggiata prendeva il titolo e, attorno al tema musicale, veniva costruito un testo teatrale in prosa, risultando così un lavoro in cui canto, ballo e recitazione si fondevano in un&#8217;unica rappresentazione.”</p>
<p>Pare che il merito principale della Sceneggiata vada riconosciuto comunque</p>
<p>“ al Governo italiano, che dopo la disfatta di Caporetto appesantì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e degradati, stimolando gli autori, per aggirare le tasse, ad ideare uno spettacolo misto. Uno dei primi esempi di sceneggiata è costituito da PUPATELLA (1918) dall&#8217;omonima canzone di Libero Bovio, legata ai temi del tradimento e della malavita.”</p>
<p>E’ proprio sul primo di  questi due temi, per ora, che desidero richiamare l’attenzione di chi segue la presente Rubrica, visto che si intreccia strettamente con un altro, l’onore, con cui avevo concluso la puntata precedente, contenente alcune riflessioni su LACREME NAPULITANE. PUPATELLA coglie una situazione antecedente; anche se anagraficamente si tratta solo di sette anni, eticamente siamo su tutt’altro livello, come dimostrerò – spero &#8211; tra poco e nella puntate seguenti. Intanto godiamoci la canzone, sia nella versione di Antonio Bonomo (nella sceneggiata “ &#8216;A Serata de Tarantelle”)</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/wm1zdFclNoA.swf">http://www.youtube.com/watch?v=wm1zdFclNoA</a></p>
<p>sia in quella di Mario Merola, da cui è impensabile prescindere</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/LYusXnd5L6M.swf">http://www.youtube.com/watch?v=LYusXnd5L6M</a></p>
<p>Ed ora il testo, di Bovio-Bongiovanni, che narra una storia in cui amore, gelosia e onore <em>sfreggiato</em> si attorcigliano l’uno con l’altro in un groviglio da cui nessuno può fuggire. E vorrei rilevare, per così dire propedeuticamente, che mentre la sorte riservata alla donna fedifraga è di essere <em>scannata</em> – senza peraltro che nessuno dei presenti pensi minimamente a intervenire – per il suo correo l’amante omicida ha in serbo una soluzione da uomo, un duello a coltellate, con ogni probabilità, da svolgere <em>fora </em>e secondo il rituale, onde preservare l’onore di entrambi, recentemente riconquistato dall’uno e ancora da ritrovare per l’altro, il traditore tremante:</p>
<p>PUPATELLA</p>
<p>Quanto ve prego, continuate!/<br />
chest&#8217;è  &#8216;a serata d&#8217; &#8216;e tarantelle./<br />
State abballanno? E abballate,/<br />
ca nun mme &#8216;mporta &#8216;e niente/<br />
mo ca, &#8216;mpruvvisamente,/<br />
so’ asciuto a libertá!/</p>
<p>Pecché triemme? Nun hê  &#8216;a tremma’./<br />
Jjammo, abballa, nun fa’ abbede’!/<br />
E ride, ca si ride si&#8217; cchiù bella, Pupate&#8217;&#8230;/<br />
E abballa &#8216;a tarantella,/<br />
ca i&#8217; tengo mente a te!/</p>
<p>Mm&#8217;hanno menato quatto palomme/<br />
ca so&#8217; arrivate dint&#8217; &#8216;e ccancelle;/<br />
steva signato nu nomme,/<br />
&#8216;o nomme &#8216;e chist&#8217;amico/<br />
ca vo&#8217; abballa cu tico/<br />
pe&#8217; fa’ nu sfreggio a me./</p>
<p>Pecché triemme? Nun hê  &#8216;a tremma’…/</p>
<p>Dint&#8217; &#8216;e ccancelle, cierti mumente,/<br />
sti mmane a morze mme so&#8217; magnate!/<br />
I&#8217; nun capevo cchiù niente,/<br />
dicevo: E comm&#8217;è stato/<br />
s&#8217; &#8216;i stongo carcerato/<br />
p&#8217;essa? (Pe&#8217; te! Pe&#8217; te!)/</p>
<p>Viene, abballa, strignete a me,/<br />
quanno abballe si&#8217; sempe tu./<br />
&#8216;O vi&#8217; ll&#8217;amico tujo ca sta tremmanno,/<br />
Pupate&#8217;:/</p>
<p>&#8216;O ssape ca i&#8217; te scanno/<br />
ma nun t&#8217;ajuta a te!/</p>
<p>Come ben si vede, tra gli altri temi già evidenziati è presente in PUPATELLA anche quello del carcere, <em>&#8216;e ccancelle</em>, su cui bisognerà in futuro insistere a lungo dato che le canzoni in argomento sostituiscono un capitolo importante della Napolisofia. Qui e ora, però, è arrivato il momento di affrontare di petto la questione fondamentale, l’onore. Un onore, naturalmente, tutto declinato al maschile.</p>
<p>Ho fatto su Google una ricerca per “delitto d’onore”; una ricerca davvero modesta, rispetto alla mostruosa quantità dei risultati ottenuti. Comincio, come al solito, da Wikipedia, da cui traggo liberamente quanto segue:</p>
<p>“In diritto, il delitto d&#8217;onore è un tipo di reato caratterizzato dalla motivazione soggettiva di chi lo commetta, volta a salvaguardare (nella sua intenzione) una forma di onore, o comunque di reputazione, con particolare riferimento a taluni ambiti relazionali come ad esempio i rapporti matrimoniali o comunque di famiglia. L&#8217;onore, in questo senso inteso, è in alcune legislazioni, riconosciuto come un valore socialmente rilevante di cui si possa e si debba tener conto anche a fini</p>
<p>giuridici, e specialmente se ne parla quindi in ambito penale. La ragione si insinua nella considerazione della motivazione delle azioni umane, che in date culture possono tener profondamente ed anche tragicamente conto di esiti estremi della pressione sociale; questa muove le decisioni dell&#8217;individuo talvolta ben oltre le norme codificate ordinamentali, ma pur sempre occorrerà valutare &#8211; almeno in diritto latino &#8211; della qualità dell&#8217;animus nocendi.”</p>
<p>In Italia, sino a pochi decenni fa, la commissione di un delitto perpetrato al fine di salvaguardare l&#8217;onore (ad esempio l&#8217;uccisione della coniuge adultera o dell&#8217;amante di questa o di entrambi) era sanzionata con pene attenuate rispetto all&#8217;analogo delitto di diverso movente, poiché si riconosceva che l&#8217;offesa all&#8217;onore arrecata da una condotta &#8220;disonorevole&#8221; valeva da gravissima provocazione, e la riparazione dell&#8217;onore non causava riprovazione sociale.”</p>
<p>Prima della riforma del 1981 l’articolo 587 del Codice Penale recitava:</p>
<p><em> </em></p>
<p>“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell&#8217;atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d&#8217;ira determinato dall&#8217;offesa recata all&#8217;onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”</p>
<p>Da notare che, mentre si parla del “coniuge” non si fa cenno a figli o fratelli; inoltre il medesimo articolo “richiedeva che vi fosse uno stato d&#8217;ira (che veniva in pratica sempre presunto)” e “la ragione della diminuente doveva reperirsi in una  <em>illegittima relazione carnale </em>che coinvolgesse una delle donne della famiglia”. Sembra quindi evidente che, a parte l’ipocrisia di quel “coniuge” bisex, la Legge era stata pensata e formulata per gli uomini, mariti, padri o fratelli che fossero. Del resto era ancora previsto nel Codice “l&#8217;istituto del &#8220;matrimonio riparatore, che prevedeva l&#8217;estinzione del reato di violenza carnale nel caso che lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l&#8217;onore della famiglia”.</p>
<p>Ma insomma che cos’è questo onore cui fino a trent’anni fa il legislatore attribuiva tanta importanza da usarlo come sconto di pena in caso di omicidio? Sempre in Wikipedia se ne dà una definizione che più imprecisa non si potrebbe ed è naturale trattandosi di un sostantivo astratto (ahi, che ossimoro!):</p>
<p>“Il termine <em>onore</em> è usato ad indicare un sentimento che comprende la reputazione, l&#8217;autopercezione o l&#8217;identità morale di un individuo o di un gruppo. In generale, poste di comune condivisione talune regole comportamentali nell&#8217;ambiente di riferimento, l&#8217;onore corrisponde al diritto al rispetto da parte degli altri come conseguenza premiale del contemporaneo dovere di rispetto degli altri.”</p>
<p>La questione – lo vedremo in futuro – è molto complessa, soprattutto quando si volesse declinarla anche al femminile, come ormai bisognerebbe cominciare a fare. Per questo ho deciso di chiudere per oggi con una canzone non molto nota, ma a mio avviso assai pregevole soprattutto nell’interpretazione di Giulietta Sacco</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/v/PRd6TJTcyNY.swf">http://www.youtube.com/watch?v=PRd6TJTcyNY</a></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td width="100%">Il pezzo si intitola &#8216;E PPENTITE ed è di Bovio e Albano (1925). Racconta la drammatica storia di una giovane donna, una sciantosa, rimasta incinta e piantata dal suo innamorato. Secondo il costume dell’epoca fu costretta ad accettare il ricovero forzato in un’istituzione{{3}} ad hoc:&nbsp;</p>
<p>Io sto&#8217; dint&#8217;  &#8216;e Ppentite. E tu addo&#8217; staje?<br />
E cu chi staje? Chesto vurría sape’.<br />
Tu duorme  &#8216;a notte? Ma io nun duormo maje<br />
e &#8216;nnant&#8217;a st&#8217;uocchie veco sulo a te.</p>
<p>Che vuo&#8217;, che vuo&#8217;? Nemmeno si&#8217; cuntento<br />
mo ca pe&#8217; te mm&#8217;hanno &#8216;nzerrata ccà?<br />
Si mamma aspetta &#8216;o juorno ca mme pento,<br />
falle assape’ ca so&#8217; pentita già.</p>
<p>Pentita &#8216;e che? Pentita<br />
ca t&#8217;aggio amato assaje.<br />
&#8216;Nfame, nisciuna maje,<br />
fuje cchiù pentita &#8216;e me.</p>
<p>Jurnate sane aret&#8217; &#8216;a gelusia,<br />
desideranno &#8216;o sole e &#8216;a libertà.<br />
Passa &#8216;o pianino e saglie &#8216;a miez&#8217; &#8216;a via<br />
quacche canzone &#8216;e tantu tiempo fa.</p>
<p>E i&#8217; canto. Che te cride? I&#8217; chiagno e canto<br />
e po&#8217; jastemmo e po&#8217; torno a cantà.<br />
Ah, comm&#8217;è allèra &#8216;int&#8217;a stu campusanto<br />
&#8216;sta sciantusella d&#8217; &#8216;o cafè Sciantá.</p>
<p>Fin qui è tutto abbastanza chiaro: il seduttore è uccel di bosco, la sedotta paga il fio della colpa. Ma la chiarezza si oscura considerevolmente nella terza e ultima strofa:</p>
<p>Mme so&#8217; sunnato a n&#8217;angiulillo junno,</p>
<p>nennillu mio, ca mme diceva: &#8220;Oje ma&#8217;,<br />
oje ma&#8217;, pecché mm&#8217;hê miso &#8216;ncopp&#8217; &#8216;o munno<br />
quanno hê tenuto &#8216;o core &#8216;e mme lassa’?&#8221;</p>
<p>No, ninno mio, mammà prega &#8216;a Madonna<br />
ca nun &#8216;a castigasse &#8216;ncuollo a te.<br />
Tu staje luntano, ma io te canto &#8216;a nonna,<br />
comme si t&#8217;addurmisse &#8216;mbracci&#8217; a me.</p>
<p>Chi è esattamente l’angiulillo junno che la Pentita vede in sogno, in lui riconoscendo il proprio bambino? E’ la creatura che tuttora porta in grembo? Ma l’angiulillo parla, rimproverando alla madre di averlo lasciato: è già nato, allora? E in tal caso, perché lei si trova ancora nel ricovero, che viene così a somigliare più ad un carcere che ad una casa di accoglienza? Ha commesso forse qualche crimine, oltre a quello contro l’onore (il suo), oltre al “delitto d’amore” che risulta tanto grave da meritare non solo il pubblico ludibrio, ma anche una sorta di detenzione implicante tra l’altro la separazione dal figlio? Di fatto, lei si sente colpevole, tanto da pregare la Madonna di non far ricadere la meritata punizione sul nennillu ed è curiosa questa immagine della Mater Misericordiae che potrebbe anche decidere di castigare un innocente. Un’altra certezza domina la situazione: la Pentita ama il bambino che sta luntano, nella sua mente amorevole lo tiene tra le braccia, lo culla, lo fa addormentare. Si chiude con la sua icona struggente la storia narrata dalla canzone, storia per molti versi oscura e, a quanto sembra, diversa dalle rielaborazioni che ne vennero fatte in seguito.<br />
Secondo il Sito Hit Parade Italia,</p>
<p>“Libero Bovio, nel 1925, volle portare sul pentagramma la storia di una pentita: una sciantosa che, illusa dal corteggiatore, rimane incinta e quindi fu rinchiusa in convento. La canzone fu affidata all&#8217;ugola di Elvira Donnarumma, anche se a portarla al successo fu Ria Rosa, che fu protagonista anche del lavoro teatrale portato in scena a New York. Nel 1951, per la regia di Raffaele Matarazzo, nasce anche la pellicola <em>Tormento</em> tratta dalla trama di &#8220;E Ppentite&#8221;. Tra i protagonisti del film: Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson”</p>
<p>A questo proposito sul Sito FILMTV.IT  leggiamo una trama che vagamente assomiglia alla nostra canzone:</p>
<p>“Perseguitata dalla matrigna, Anna non rinuncia al suo amore. Anna (Sanson) ama, riamata, il giovane Carlo (Nazzari), ma tale relazione è malvista dalla matrigna della ragazza. Accusato ingiustamente di omicidio, Carlo viene incarcerato e Anna dà alla luce una bambina. I due si sposano, ma il padre di Anna muore e la matrigna impone alla giovane di separarsi dalla bambina e di vivere in una casa di correzione.”</p>
<p>Insomma niente che possa sciogliere l’enigma del testo di Bovio, che sembra destinato a rimanere tale anche perché la Rete è insolitamente avara di informazioni nel merito. In compenso la canzone in sé è abbastanza eloquente per quanto attiene agli argomenti qui visitati, ossia la narrazione per mezzo della parola musicata e le tematiche collegate all’onore. Quest’ultimo ci è apparso oggi, attraverso le due canzoni esaminate, un moloch orrendo cui per troppo tempo sono stati offerti in sacrificio i sentimenti più sacri e importanti finché qualcosa – qualcuno – non ha trovato in sé il coraggio di spezzare la sciagurata catena. Proseguendo nella ricerca, però, scopriremo forse che non veramente di onore si era trattato, ma del suo esatto contrario.</p>
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<p>[1] Dal sito NAPOLIGRAFIA: “In tempi più o meno antichi, le ragazze madri, cadute nella rete di seduttori che poi scappavano o si rivelavano del tutto inaffidabili, per espiare la loro colpa amorosa, trovavano asilo nella Pia Opera del Ritiro di Santa Maria del Gran Trionfo (sito in Via Foria a Napoli), denominata &#8220;IL CONVENTO DELLE PENTITE&#8221;. Tale istituzione ebbe termine intorno al 1920. Nonostante ciò, il costume non cambiò. Queste ragazze, infatti, espiavano la loro colpa con il rito dei &#8220;DUDECE SABBATE D’ ‘A MADONNA&#8221; (I Dodici Sabati della Madonna). Ogni sabato, infatti, alle quattro del mattino, in alcuni quartieri napoletani, passavano per i vicoli coloro che andavano a far penitenza dalla Madonna. Già all&#8217;alba si udivano le loro preghiere, poi una voce di donna (soprannominata &#8220;a pacchiana&#8221;) rompeva il silenzio: &#8220;Susiteve, ca chisto è &#8216;o quinto sabbato d&#8217; &#8216;a Maronna. Susiteve&#8221; (&#8220;Svegliatevi, che questo è il quinto sabato della Madonna. Svegliatevi&#8221;). La processione si fermava e si attendeva che, tutte quelle che dovevano espiare la colpa, si unissero al gruppo. In questo modo si formava la  PROCESSIONE DELLE PENTITE .”[1]</p>
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<p>[[2]] Da Wikipedia: Il melologo (dal greco <em>mélos</em> = <em>melodia</em>, e <em>lógos</em> = <em>parola</em>) è un genere musicale nato nel XVIII secolo che unisce la musica con il parlato. In particolare, un melologo è un monologo nel quale i passaggi che hanno maggiore accento emotivo vengono sottolineati da un accompagnamento musicale. La musica serve anche per il passaggio tra un monologo e l&#8217;altro. In Francia è detto <em>mélodrame</em>, in Inghilterra <em>melodrama</em>. Questa forma di espressione drammatica venne creata da Jean-Jacques Rousseau con il suo &#8220;Pygmalion&#8221; (1770). Il melologo inoltre è anche un modo di &#8220;cantare&#8221; per cui la voce non canta ma parla seguendo delle inclinazioni alte e basse, con diminuendo e crescendo.[[2]]</p>
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<p>[[3]] Liberamente tratto da Wikipedia.[[3]]</p>
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		<title>Selezione naturale</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 15:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ciro Incoronato]]></dc:creator>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><span style="display: none;" id="1215789218597S">&nbsp;</span>Al&igrave; dagli occhi azzurri&nbsp; si guarda  attorno per capire dove pu&ograve; sistemare la propria mercanzia. Borse Prada, cd  pirata di Mario Merola e Gigi D&#8217;Alessio, occhiali Carrera pi&ugrave; originali degli  originali, orecchini etnici e poster di Al Pacino/Scarface. &Egrave; tutto sudato, la  camicia&nbsp; gli si &egrave; incollata addosso fondendosi con la pelle e il pantalone,  troppo largo, tende a cascare di continuo scoprendo slip neri con l&#8217;elastico  consumato. Dopo vari giri a vuoto, trova un po&#8217; di spazio sul Viale,&nbsp; vicino ad  una cartoleria. Si sistema e si gode lo spettacolo&nbsp; offerto dagli  attori/passanti. &Eacute; un viavai di bambini&nbsp; isterici e ragazzine abbigliate da dive  con vertiginose scollature e&nbsp; telefoni cellulari all&#8217;ultimo grido, casalinghe  sull&#8217;orlo di una crisi di nervi che scarrozzano a destra e a manca, poppanti che  portano gi&agrave; sui loro visi i segni della futura degenerazione/nullit&agrave;. Venditori  di panini e hot-dog, di materassi ortopedici e aspirapolvere ipertecnologici.  Scarpette del Napoli, palloni con l&#8217;effige del Pocho Lavezzi.&nbsp; Bande di bulli e  delinquenti di mezza tacca&nbsp; camminano tronfi e spavaldi, sicuri del loro regno  di cartone, dei loro castelli di fumo. Adocchiano le &quot;Carmele&quot; e le &quot;Marie&quot; di  turno che fanno gi&agrave; le fusa pensando ad un futuro fatto di mercedes SLK e marmo  bianco, vestiti Gucci e vacanze a Sharm. Un&nbsp; corteo di maschere, insomma,  caratterizzato da una incredibile variet&agrave; di tipi umani e animali pronti ad  esaltare il Trimalcione di turno che ostenta le sue ricchezze in modo pacchiano:  oro, argento e avorio. Al&igrave; si accende una sigaretta, una diana blu gentilmente  offertagli da un senza tetto della Ferrovia. Aspira lunghe e lente boccate e  intanto pensa. &nbsp;<br />
Pensa alle lezioni di filosofia che seguiva all&#8217;universit&agrave;,  quando era ancora in Nigeria. E, in particolare, alla filosofia di Darwin. Pensa  al meccanismo della selezione naturale, meccanismo con cui avviene  l&#8217;<u>evoluzione</u> delle specie e secondo cui, nell&#8217;ambito della <u>diversit&agrave;  genetica</u> delle popolazioni, si ha un progressivo (e cumulativo) aumento  della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali (<i>fitness</i>)  per l&#8217;ambiente di vita. Pensa alle mutazioni genetiche casuali che possono  portare certi individui&nbsp; ad avere caratteristiche pi&ugrave; vantaggiose in date  condizioni ambientali, determinandone, cio&egrave;, un vantaggio adattativo (migliore  adattamento) in termini di sopravvivenza e riproduzione.Sulla base di questi&nbsp;  pochi ricordi, cerca di spiegarsi la fiera delle vanit&agrave; che scorre sotto i suoi  occhi. Ma fa fatica. Fa fatica ad accettare che quella realt&agrave;&nbsp; sia il risultato  di una lunga evoluzione, a meno che non vi sia, come spera Al&igrave;,&nbsp; un progetto  finalisticamente orientato alla distruzione della razza umana. Qualora non vi  sia questo disegno, pu&ograve; per&ograve; sempre esservi un&#8217;estinzione di massa, come viene  chiamata in gergo, in grado di riprodurre specie nuove ed eliminare quelle  incapaci di adattarsi ai cambiamenti verificatisi pi&ugrave; o meno casualmente. Al&igrave; si  ritrova a sorridere&nbsp; perso tra questi pensieri mentre la prima cliente gli  chiede se ha il dvd dell&#8217;Incredibile Hulk. <br />
</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><span style="display: none;" id="1215789219178E">&nbsp;</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="display: none;" id="1215789315440E">&nbsp;</span></p>
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