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Aimeric de Peguillan e la linea retta dell’amore

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Il trovatore tolosano Aimeric de Peguillan (secc.XII-XIII), citato da Dante nel De vulgari eloquentia, tra i dictatores illustres per l’eccellenza stilistica, e da Petrarca assieme a Bernart de Ventadorn, Uc de Saint Circ e Gaucelm Faidit, in un «drappello / di portamenti e di volgari strani», raccoglie una incidente profondità di linee, in una retorica ricolma che sosta nella pienezza d’amore, come manoscritto vitale e come forte rito d’origine.

Il «vecchio misero pezzente […] dall’aria triste», figlio di un drappiere di Peguilhan, nella regione di Saint-Gaudens, fu “maschera errante” di diverse corti, dalla Linguadoca alla Castiglia,come narra la vida di Uc de Saint-Circ, l’uomo di cultura al servizio di Alberico da Romano che inscrisse il suo nome nei folli d’amore: «Imparò canzoni e sirventesi, ma cantava molto male. E si innamorò di una borghese sua vicina. E quell’amore gli rivelò la poesia. E compose su di lei molte belle canzoni. Ma il marito della donna venne con lui a male parole e lo oltraggiò. E Aimeric se ne vendicò, chè lo ferì di spada sulla testa. Per cui gli toccò andarsene da Tolosa e sparire».

In seguito alla crociata contro gli Albigesi, lasciò la sua terra per recarsi in Italia, presso Azzo VI d’Este (pianto in due sirventesi), prima, e Guglielmo Malaspina, poi. I suoi componimenti pervenutoci sono 52 ed essi testimoniano non solo la stretta relazione con molti signori dell’Italia settentrionale, ma come sostiene Mancini, «tra i poeti provenzali del xiii secolo non conosciamo nessuno che abbia conquistato il favore dei signori, che abbia avuto contatti così diversi e così splendidi come Aimeric de Peguilhan, la cui ricca vita, tutta consacrata alla sua vocazione, descrive la carriera di uno di quei fortunati e onorati poeti di corte di un tempo».

Si deve, ultimamente, ad Antonella Negri una elegante antologia della sua opera, che rende giustizia, con acume e profondità, al vasto movimento della sua poesia, discinta dalla retorica adulatrice, ma altresì aperta e in grado di ampliare il discorso amoroso di Peire Vidal, non solo attraverso il virtuosismo, la varietà e il mosaico quotidiano, ma infilandosi nella rêverie amorosa con complessità, abitando il lessico basso e quotidiano delle tenzoni e delle sfide dialettiche e inoltrandosi nella folta tessitura dell’alto profilo del “mal d’amore”.

Il gioco delle tessiture è una perdita benedetta. In Atressi̇•m pren quom fai al joguador, la partita dell’io non finisce in una resa, ma espande la sua trama d’assedio in una rinverdita follia trasversale «che al principio gioca da maestro / con piccole puntate, poi si scalda perdendo / sì che rilancia sin quasi alla follia».

Il tripudio sofferente e dilatato non ha paura della pietà mancata, della lesione esistenziale, della ferita, anzi, dinanzi persino all’indifferenza dell’amata esibisce la sua forza orgogliosa («Corpo Gentile, meglio di fior formato, / abbiate un poco di pietà per me, / chè per voi muoio di desiderio e voglia»), il rigoglio di un’anima non distorta ma combattente, bisognosa e tremula: «dunque sarebbe carità e cortesia / se umiltà vi prendesse chiedendo grazia / per questo sventurato, bisognoso di tutto».

Il bisogno di Aimeric è una spoliazione di anima nuda, vertigine, canto stremato di una linea impavida che conosce lo spezzamento, la frattura di un desiderio e impara a dilatarsi, a sognare, a scheggiare persino un volto franto.

Scrive Antonella Negri: «Non c’è languore nella poesia di Aimeric, c’è invece la passione per il gioco poetico che attraversa, in una sorta di gara sotterranea con se stesso e con i suoi modelli, tutta la sua produzione. Si tratta di un modo di fare poesia lontano, certo, dalla nostra sensibilità di moderni, ma anche in parte straniante rispetto alla sensibilità formata in noi dalla lettura e dalla conoscenza dei maestri più noti della produzione trobadorica».

La solennità dell’ipnosi poetica impara e conosce il tradimento dei rimandi, l’abbaglio dei ritardi improvvisi, la scena che si percuote in una guerra vertiginosa: «Garbatamente sa ingannare e tradire / chi sa con garbo tradire un traditore; / e chi con garbo pecca verso Amore / garbatamente sa peccar senza pecca; / chè a parer mio pecca senza pecca / chi tradisce colui che vuol tradire; / ma io non so tradire altri che me, / e la mia donna tradisce me e se stessa».

Il dettato poetico ama l’incastro dei ritmi, quasi che la soggiogante fertilità maestosa di Amore, abbia bisogno di un “io” e di un “tu” che debbano perdersi, ritrovarsi e rimanere avvinti.

A questa guerra non si abbina la resistenza. La sofferenza d’amore e il fin’amors divengono l’infinita tabella di una rivisitazione e di un miglioramento, in cui l’io conosce la trasformazione e l’impegno, in grado di sovrastare e inseminare il cuore del pubblico.

Aimeric è un fine dicitore, poiché detta quel che la realtà impone, sottostà alle leggi dell’Amore spropositato e guardingo, «perché Amore, nella duplice valenza di amore personificato e di amore sentimento, rappresenta per il poeta non soltanto il contrassegno di un circuito emozionale ma anche il bagaglio di potenzialità complessive che conferiscono, a chi ama, scienza e conoscenza» (Antonella Negri).

Ecco cosa dice Aimeric in De fin’amor compenso mas chansos: «Da fin’amor prendon via le mie canzoni / più che non facciano da qualunque altra scienza, / perché non saprei nulla, se non ci fosse Amore».

La passione, che scatena il duro movimento della passione che fa cadere, decreta voragini, impone la vibrazione estrema della conoscenza che sollecita il transito di un’origine e di un indizio di pienezza.

La fin’amor di Aimeric è il sogno originario e l’elemento animatore, direbbe Gozzano, che condensa il suo corollario di conoscenze, affermando la tensione di un’appartenenza, diffonde il suo crampo salmodiante e acceso, come iniziazione di grazia ed esperienza: «Ma io so bene che più con voi mi nuoce / ciò che a me sembra che più debba giovarmi: / il vostro nobil pregio e l’aspetto avvenente / e le chiacchiere gaie appaiate a misura / e il senno che vi fa conoscere e discernere / il male e il bene, e che è vostro fedele esortatore / a tralasciare il male e a dire e fare il bene; / chè né misfatti né cose sconvenienti fate / se non con me, / che spesso fate piangere: / ecco il mio danno e il vostro fallimento».

Le sue scorie si bruciano nel pregio, nella bellezza, nel senno, nella saggezza, nel rigore e, infine, nella linea di confine dei paesaggi interiori, collocati in una misura (mezura) destinata a una promessa di compimento.

Il segmento agile e leggero che trasporta il testo è il sogno del singolo che non ama ossidarsi ma che offre i suoi frammenti all’ardore della conoscenza, al limite del «danno» e del «fallimento», come una furia dolce e auspicio di creature.

L’amore che fa toccare la verità del nostro essere, in un anticipo di infinito non si rassegna al sapore della vecchiaia e al gusto denso e raccolto in una immagine amata: «perché una donna mi muove accusa, / cosa che mi sconcerta e affligge; / ch’ella mi prega e dice, e mi ammonisce, / di non più corteggiare e cantare, / perché sono troppo vecchio per l’amore».

Ed ecco che la strenua difesa dell’io prende il sopravvento attraverso l’accumulazione iperbolica di qualità, di virtù cortesi e cavalleresche condensate in un unico limite armato di colpi e di mischie, di scudi e di vigoria.

Il sapore dell’essere, l’arroccamento delle qualità nella battaglia di limite approdano a un grande sproposito, come in uno schianto d’albero (Ahimè! Non ho il controllo di me stesso, / anzi vado inseguendo e cercando il mio male; / e preferisco perdere e farmi danno / con voi, donna, che con un’altra vincere; / chè sempre penso d’aver vantaggio da questo danno / e di mostrar saggezza in questa follia), a una dilatazione estesa ed eccessiva di un frutto assoluto (Si cum l’arbres que per sobrecar), che invoca la sofferenza di un gioco malevolo, fatto di trame sospese, senno lacerato e stravolgimento interiore: «Non conosco alcun “sì” per il quale io dia il vostro “no”, / perciò mutano spesso le mie risa in pianto; / e come un folle godo del mio dolore / e della mia morte, quando vedo il vostro viso».

La linea retta poi si frange in un annullamento (o cosa?), come una ferita di specchio che riflette e colpisce, lasciando, infine, la sua solitudine offerta e contingente: «Come il basilico che lieto andò verso la morte / quando si vide riflesso nello specchio, / così voi siete per me il mio specchio, / chè mi uccidete quando vi vedo e osservo».

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