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Giuseppe Lupo e l’alfabeto della memoria

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Il nuovo romanzo di Giuseppe Lupo, narratore e saggista, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica di Milano, Breve storia del mio silenzio, edito da Marsilio, che fa seguito a Gli anni del nostro incanto (Premio Viareggio 2018), dove si racconta una famiglia al centro del miracolo economico nella Milano splendida e feroce di quel periodo, compie un itinerario non solo nell’infanzia, ma nel mistero dell’indicibile.

È maggio. Nel groviglio di stoffa bianca, un bambino di quattro anni scopre nel letto dei genitori, che la madre accarezza «un’altra creatura, il mondo non appartiene  più a me», e perde la parola, che non è solo il modo in cui si comunica, si parla, si geme o si soffre, si gioisce ma è l’indice della nominazione del mondo: chiamarlo per ricrearlo e viverlo.

Siamo negli anni ’60, i genitori sono due maestri che hanno la convinzione che insegnare l’alfabeto sia come «guardarsi negli occhi, riconoscersi in una sola carne, per cui penso davvero che se non fossero stati i banchi e lavagne non sarebbero diventati marito e moglie».

Il mondo di Lupo ricrea un anfratto di appartenenza, di memoria, di territorio che si appropria di riti e costumi. Ma non vi è solo una ricerca socioculturale (o cultuale) che faccia da perno alla storia, bensì è l’umano a svolgere un andito ristretto che assomma l’universo, l’alfabeto della memoria, il linguaggio segreto dell’infanzia, dove il gioco richiama la vertigine della libertà, il suo suono scritto sulle pareti, sulla carta, sulla voce o come l’ingresso degli elettrodomestici dentro casa (il televisore come specchio di sogni): «Sono nato in un comprensorio di curve ammorbidite da boschi che i geografi chiamano Subappennino meridionale. Le montagne che chiudevano lo sguardo – il Vulture a nord, Pierno e Santa Croce a sud – formavano una gabbia di memorie ereditate con troppa svogliatezza da chi cercava una strada per la vita ed erano le porte involontarie da dove allontanarsi sapendo che, qualsiasi meta uno avesse avuto in mente, non sarebbe stato un viaggio di poche ore».

Può la parola avere profumo? Può dire prima di dire? Può annunciare l’amore familiare, il ricamo del mondo, il nome dell’amore come carta crespa o come una visita ai nonni che ornano un piccolo cosmo e la metrica della pioggia?

I medici non riescono ad individuare una cura al silenzio («Ogni frase pareva un ponte sospeso sull’abisso. L’abisso era il silenzio e le parole erano appese al filo che ci penzolava sopra. Parlare era come salire su una funivia agganciata a questo filo […]»), la nonna porge un olio, che si era procurata, da giovane, presso i santuari che visitava, dicendo che avesse il potere di curare le ferite, e che inizia a spandere «un profumo di religione appiccicosa».

Nonostante il ritorno lento e a strappi della voce, grazie all’uovo sbattuto della nonna, dinanzi alla piccola sorella, vi è sempre quasi un’ombra gettata che si annida, un sentimento di domanda. Come essere al mondo e guardare l’Altro che, improvvisamente, può dirti chi sei, farti tornare al dramma della nascita e al senso dell’essere.

Nel frattempo, il padre apre un piccolo e attivo centro culturale “La Torre” che ospita Tommaso Fiore, le discussioni di Vito Riviello e il profumo dei sigari, Leonardo Sinisgalli e la folgorazione per il suo furor musaico, Giuseppe Antonello Leone, Carlo Alianello, i rappresentanti di Garzanti e Einaudi, quest’ultimo ribattezzato “antoniogramsci”, perché gli assomigliava, e i primi sguardi sul futuro. L’autore descrive l’attesa dell’arrivo: una cultura vivente, da guardare con rispetto e imbarazzo, una irraggiungibilità che univa due scenari diversi: un quadro di stupefazione, storia e memoria. E poi Milano, dal suo ritmo regolare (e della pioggia), che era chiamata “Alta Italia” come un simulacro imprendibile, la città delle fabbriche e della tecnologia, che discendevano, secondo i calcoli del padre, dall’illuminismo lombardo: quella di Pirelli Bicocca, Falck, Magneti Marelli, Bassetti, come grandi mitologemi e di Enrico Mattei. Era la città verticale che racchiudeva il desiderio dell’anima, anche quando manifestava contrasti e beatitudine, candore e nebbia, odore di sapone e lontananza. O quando diventerà meta di studio e poi lavoro all’Università, fino a diventare, persino, carezza d’America con i libri dal collegio: Faulkner, Steinbeck, Hemingway: volti da cui trovare volti su cui posare lo sguardo.

La fascinazione di Lupo per la scrittura è un’architettura di odore e ricordo, dove il silenzio contrassegna il gesto del vivente, lo anima, lo scava fino alla rivelazione della propria identità. è il suo metodo di conoscenza e la sua ebbra digitazione, dove i transiti del tempo, l’innocenza ritrovata e gli arrivi delle stagioni compongono l’opus musivum che segna le scoperte (la lettura, il segreto dell’essere, i cambiamenti sociali, i libri favolosi, gli sceneggiati, i cantanti famosi), granulose e splendenti, allo stesso tempo. In Lupo, colpisce la luminosità della scrittura, anche quando descrive gli attraversamenti delle età e delle stanze come riti di maturazione, che passano per la lentezza dell’entroterra o per le velocità delle metropoli o, addirittura, per il dramma del terremoto del 1980 che fu taglio nelle pietre e le pietre presero la forma dell’anima. Come una prosodia di pioggia.

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Lupo G., Breve storia del mio silenzio, Marsilio, Venezia 2019, pp.208, Euro 16.

Lupo G., Breve storia del mio silenzio, Marsilio, Venezia 2019.