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Il paesaggio interiore di Beppe Fenoglio

L’opera di Beppe Fenoglio (1922-1963) è icona “dai tratti risentiti e alteri”, come scrisse di lui Calvino. Il suo tessuto è intriso di uno strano meccanismo linguistico, chiamato spiritosamente da alcuni critici “fenglese”, una sorta di sincretismo anglo-italiano che deve alla lingua britannica, studiata e approfondita dall’autore per tutta la sua vita, la rivelazione di un mondo spalancato sulla realtà. Lingua plastica che si apre sull’universo di una formazione umana, di una solitudine sospesa tra l’avvenimento del presente e la separatezza della lontananza, linfe vitali per le linee espressive autobiografiche e cronachistiche, rivissute quasi in una sorta di atmosfera filmica. L’epopea partigiana subisce il fascino del tragico e del sublime della natura violenta e indistinta. E’ il caso de Il partigiano Johnny, capolavoro incompiuto senza confini di pagina, originariamente scritto in inglese, che vide la luce solo nel 1968, dove la dimensione epica, da molti accostata al Moby Dick di Melville, dilata spazio e tempo di rappresentazione, in un tono quasi oracolare. Le vicende del protagonista del romanzo, soprattutto nei suoi valori intransigenti, e della vita della montagna, già presente ne La malora, si nutrono di miseria estrema ma anche di contorno naturale, vasto e immobile, «apocalitticamente ondoso». Il tempo, metafisicamente eterno, si adagia su colline e ombre di luna, nebbia come «lago di latte», venti neri notturni e cieli, che fanno da scenario a lotte di bande e a rastrellamenti, a guerre di posizione e a paci improvvise, spari lontani, a silenzio spettrale: «Sia a destra che a sinistra, le cascine son molte sull’alture: ma non hanno lumi, non danno suono, come se in ognuna fosse capitata una disgrazia». Il silenzio del vuoto, della ricerca, è interrotto solo da pochi suoni sparsi. Dipinti da temporali e piogge che celano insidie e eventi fatali. Natura e simbolo quindi, natura  e vicenda umana intrecciate, divengono cifra del destino. Paradossalmente, pertanto, il tema dei suoi romanzi non è solo ed esclusivamente la Resistenza, ma l’esistenza umana vista nella sua totalità, come ad esempio Johnny che dinanzi al cadavere avvolto da un lenzuolo di un compagno, «ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti». Le pagine di Fenoglio hanno una importante componente materica di tipo biblico: il diluvio universale prima di tutto («Il sole non brillò più, seguì un’era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso (“la gente smise d’aver paura dei fascisti e prese ad aver paura del fiume” e macerò le stesse pietre della città»), ma anche Agostino, filtrato attraverso Dante. Scrive Bianca Garavelli:” La preghiera sembra dunque segnalare che il cosmo dei partigiani e delle langhe, nonostante il dilagante male, la perdita e forse la nostalgia della fede, è comunque misurabile con metro divino, che lo traspone in una dimensione al di fuori del tempo. Proprio come nel cosmo misurabile di Sant’Agostino, di cui il cielo è soffitto e la terra pavimento, ma per cui il cielo è pavimento del luogo del Signore, quindi in un certo senso, è la «terra di Dio».  Il Caos e l’Eden sono nervature argillose di una tensione a un Tu primordiale, a una stessa domanda, a una stessa bestemmia. Dimensione epica si è detto. Una dimensione di paradiso perduto e di caduta, di ricerca di identità, con la coscienza che il proprio destino risiede nella terra natale. Ma non è la terra di Pavese, quella di Johnny: è la terra del sangue e della patria piccola e smunta, dove i valori provinciali rimangono forti. Anche Una questione privata, anch’esso incompiuto e pubblicato postumo,costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come non mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia”, come scriveva Calvino, mette a fuoco la questione affettiva, spesso umbratile e disperata. Milton, un giovane partigiano, tornato nei pressi di Alba per un’azione, rievoca il ricordo dell’incontro d’amore con Fulvia, ragazza torinese che aveva conosciuto due anni prima, e avendo scoperto che la sua amata era solita incontrare Giorgio, loro comune amico, Milton sprofonda nell’angoscia e sente l’ossessione di conoscere la verità. Ma Fulvia è sfollata e Giorgio è stato appena catturato dai repubblichini. Non resta che far prigioniero un sergente fascista e scambiare la sua vita con quella del suo amico. Dietro Milton, anche un po’Heatchcliff, si insinua l’immagine stessa di Fenoglio. Il dubbio e il desiderio si trasformano nella disperazione di non riuscire a immaginare il proprio futuro, senza la certezza di essere amato da questa figura mancante e assente: l’amore è la condizione umana assoluta di un conflitto perenne. Le corse nel fango «giallo come zolfo, tenace come mastice», l’affanno, il freddo, i pidocchi, la paura e la tensione di questa lotta, da cui dipende tutta la sua vita, affrescano un ultimo paesaggio:“Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”.

 

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