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Lorenza Colicigno. La misura dell’istante

Cotidie di Lorenza Colicigno, edito da Manni, con prefazione di Francesca Amendola e postfazione di Mimmo Sammartino, è una vigilia di coltri. Nel senso che la scrittura drammaturgica e lirica, al tempo stesso, si alimenta di punteggiature di attimi, città, memoria, immersioni e dove la geografia interiore concede detriti temporali, disputationes animae, volute ardenti.

Se Potenza è l’orizzonte e il velo indiscussi del libro, che smuove grumi aggrumati, come sottolinea Francesca Amendola nella prefazione, la psicomachia di Lorenza Colicigno trova il punto nevralgico della scrittura nel flusso vocale dell’istante («Potenza sotto la neve. / Come la vedo e sento / morbida, da casa, / in lontananza Pignola, / il cielo è bellissimo così, / invaso da un’unica nube. / Bianco su bianco, cielo e terra / improvvisano il mondo, / in un candido teatro.») e della memoria rubata nell’affanno verticale:

«Leggere la città / significa scavare nel suo ventre / di capoluogo borghese / inseguire nelle cuntane / istanti stratificati / in storie di gente / affacciata sulla valle / in prospettive orlate d’orti / e serpentoni in bilico sul crinale / srotolare allo sguardo vicoli / che nascondono discreti / tra panni stesi e peperoni arcaici / intrecciati a una striscia di sole / dimenticanze abbandoni / d’inurbani rifiuti urbani // Leggere la città / risveglia nel gusto dell’agra prugna / urbana i confini d’orti interrotti / dalle radici delle case nuovi frutti / d’una stagione prodiga di cemento / angoli di verde che invano / cercano di fondersi / con l’orizzonte della vallata / mentre i palazzi come lunghe mura / si oppongono in via Mazzini / alle secolari prospettive dei vicoli […] Leggere la città / è ancora sfida d’affanno e tosse / per le scale antiche in fretta risalite / come per un appuntamento / con il cielo, o scese a visitare / il palazzo di giustizia / grigio di cemento e sentenze / l’arco del ponte / invidiato / per le ritorte radici / il letto sciatto del Basento / fiorito d’erbe e buste».

Non già attraverso un deposito memoriale frammentato, bensì in una esplicazione di abbandono e grazia, attraverso il sapore della matria: «Dove ogni donna vive, c’è una città, /  una casa, una stanza, un angolo, / una frontiera, una prigione, / e un sogno, forse. / Forse il sogno di una matria.».

Il raggiungimento poetico è, infatti, una possibilità di distanze ridotte, di forza feroce e dolce, allo stesso tempo, in cui confluisce il seme della nudità del qui e ora. L’agone, pertanto, si svolge tra la Stimmung del vivente, nei luoghi in cui la realtà e il presente si rivelano e  le illusioni, l’opacità, il tempo fioco e le origini frante: «Io vivo dove una ragazza / è scomparsa, lacerandoci di silenzio, / lasciando sui muri tracce del suo viso. / Graffiti inodori, ormai, della sua carne / reale di ragazza, violata dalla barbarie / che insulta gli adolescenti, / lei che ancora sorride, mentre intanto / si consuma d’indifferenza / o d’angoscia il suo ricordo.».

E poco dopo, il suo bisognoso assalto al tempo continua il suo battito:

«Io vivo dove l’aria, oltre il Basento, / respira di boschi, / e puoi godere il profilo / del lupo tra le case. / Prime. Seconde. Terze. / Nonostante. / Io vivo dove gente scrive, / rammaricandosi / del cerchio stretto dell’Appennino – / in-contro ci viene / l’ironia di Vito, maestro / della parola e della diaspora –. / Forzare. Assaltare. Scalare. / Sconfinare. Precipitare oltre. / Stillando fonici/grafici help. / Io vivo dove gente vive, / scommettendo / – ad ogni assalto – / di radere al suolo l’invidum

oppidum e rinascere. / Libera. Solidale. Gioiosa. / E vivo dove – in ogni istante – / tutto questo e ancora altro / muore. nasce. muore. / nasce. muore. nasce / nelle mie idee: parole. / per le mie emozioni: parole. / dalle mie convinzioni: parole / dentro le mie azioni: parole. Io vivo qui, dove scrivo.»

Ecco questa è la sfida che la poesia di Lorenza Colicigno pone ossia dove si svolge l’essere, il varco della gioia, l’annuncio della verità, il passaggio delle dispute, oltre i segni riarsi, le retine bloccate, il sorgivo ed energico transito delle cose: «La vita mi ha presa qui, / in questa rete di case e alberi, / mi ha presa, più che la poesia, la vita / con i suoi puntigli e le fatiche quotidiane, / con i conti mai chiusi e le parole dette dovute / all’amore d’un uomo, donna e bambina, / figlia e adulta e alunna e amica e / maestra e madre, / la vita con le sue reali strade e reali / questioni d’interesse e rudi risvegli / di tasse e tassametri a scandire / che stai vivendo, e così pagando.».

Francesca Amendola scrive:

«”Potenza, città del disincanto”: è questo pensiero che mi guida tra la sinfonia dei colori-odori, di luce-ombre, di silenzio-rumori nella rivelazione dell’animo e nelle visioni della mente di una poeta, stretta nel labirinto della vita di questo cotidie. Una raccolta forte in cui il lettore percorre un viaggio in una città viva e palpitante, nemica e amica, spigolosa e provinciale. Nei suoi labirinti di vicoli e piazze il vento è avvertito come forza perturbatrice, come respiro tra le case e, quindi forza apotropaica, che opera un’anabasi interiore di rinascita sia se spira benefico «sui campi e i tetti /e le strade distratte» (Potenza e blog) o «spinge verso il cielo il respiro / lieve della terra» (Il respiro della terra) o si fa grido e «gracchìo di gabbiani» (Potenza e campanile), sia quando nell’indifferenza della vita spazza via persino i sogni.».

La leopardiana rimembranza dà vita alla cosalità, la espone a un lieve canto ultimo, incastona il luogo dove la vita si svolge, dove in quel preciso punto gli occhi si posano, consegnando l’acume splendore di ciò che nasce e, soprattutto, il legame con ciò che nasce.

Esso  si oppone al nulla, si frappone tra il processo di desertificazione e la pienezza, lasciando vivere un pullulare che non descrive ma penetra, dove non esiste vaniloquio ma solo il respiro dell’anima:

«S’innalzano i pennacchi sui tetti / irti di abbaini, camini, antenne, /  / sbuffano noia al mattino e a sera / trattengono a stento le liti di famiglia, / commentano intanto i colombi / impazziti d’amore, / mentre invadono le gazze e i corvi / i domini delle grondaie fiorite / di bocche di leone che sfidano il gelo / coi sorrisi variopinti. S’impennano / i pennacchi di fumo biancastro. Immagini / corpi lenti al risveglio, soffrendo / le noie delle schiene che incontrerai / arcuate al supermercato. / Ripassi l’universo di voci del risveglio. / La fretta che scatena le maledizioni / innocenti del mattino, il pianto sconsolato / dei piccoli che si attaccano invano al seno / delle madri votate al lavoro. Per scelta, per necessità, per amore.».

In questa esatta precisione irrinunciabile, Lorenza Colicigno muove la sua parola, che è già aria che invade prima che scrittura, dove la dimensione dello sguardo mette a fuoco lo scavo e l’approfondimento di ciò che vede. Non esiste qui brusca freschezza, è un tempo ruminato che si offre, non si isola, bensì si porge in tutto il suo preciso significato:

«Il crepuscolo scolora la mia anima / e inganna la mia memoria. Come una vecchia / uggiosa rimpiango tempi e luoghi di una città beata / e linda, che so esistere solo nell’utopia. / Coltivo, allora, il desiderio e penso / che domani compirò un gesto, dirò una parola / per rendere reale l’utopia. Non di una città beata / e linda predicherò meraviglie, ma di una città /  che s’incammini, infine, verso / una limpida se stessa».

Il sensous thought dei grandi poeti metafisici inglesi del Seicento ritorna qui prepotentemente, la capacità di unire percezione e concettualizzazione, la fisica della realtà e la vocazione riflessiva si uniscono in un fiato, in una goccia che balbetta, in una maternità donata: «Il vento spinge verso il cielo il respiro / lieve della terra. / Sale come un sospiro dalla ferita profonda / della cava, destinata a farsi cemento / di case e muri e ponti. / Così il vento si porta i progetti delle donne. / Ferite nel profondo dall’indifferenza della vita, / complice il vento che spazza via perfino i sogni.»

In questa tensione d’amore, nello spasmo glorioso che abbraccia il tempo, scansiona i passi di ogni cambiamento di stagione, di vita , di colore o prospettiva, il mistero dell’essere, la sorpresa e l’abbandono, il gracile e fragile orizzonte corsaro si pone nel fondo di ciò che compone l’umano, a esso si rimette il confine estremo del dolore, dell’inabilità, della bellezza umbratile del fondo del vivere.

Mimmo Sammartino nella postfazione, lasciando la bellezza di una custodia e di una rimessa, scrive: «La parola poetica fruga tra le cose quotidiane. S’intrufola tra le pieghe della vita, alla disperata ricerca di un significato. Di un possibile riscatto. Di una rivelazione che consenta di riconoscere lo straordinario nascosto dentro l’apparente ordinario. E regala una tregua, per quanto labile, alla infinita malinconia del vivere. Una sospensione nel dolore dei giorni. E riprogetta il mondo.».

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