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Mara

Sabato scorso. Verso mezzanotte. Mara, 40 anni.  Mara prende il pullman alla Stazione Centrale. Sale. Si siede. Mara è una trans che torna dalla discoteca. Mara vuole tornare a casa, a Ponticelli. Mara vuole riposarsi. Mara non guarda nessuno. Mara si chiude dentro di sè. Mara si sente addosso gli sguardi dei presenti. Mara insultata e poi picchiata. Mara sbattuta contro la sbarra di ferro. Mara presa a calci nei reni. Mara umiliata e toccata da mani sporche. Mara nell’indifferenza generale. Mara che nessuno aiuta. Mara e gli occhi degli altri che vanno altrove. Che cercano di guardare fuori dai finestrini lo spettacolo ancora più angosciante della strada desolata. Di un deserto nel quale non si vedono miraggi. Non si vedono oasi in lontananza. Mara che soffre e non ce la fa più. Mara quasi sbattuta fuori dal pullman vicino all’ex Manifattura tabacchi. Mara e i lividi su tutto il corpo. Mara e i segni rossi.  Mara senza cappello, forse  perso. Mara che si muove tra sconosciuti che la vorrebbero nei lager. Mara che viene distesa a terra e usata come un pallone da calcio. Mara che si alza. Mara che scappa. Mara che si rifugia nella gelateria. Mara che torna a casa impaurita. Piena di dolori. Mara che si mette a letto. Mara  che aspetta una notte ancora più buia per disperdere nell’aria malata la propria sofferenza. Mara come tante altre  trans aggredite. Mara discriminata. Mara ancora viva. Mara che  ha addosso le tracce dell’odio. Mara ancora più forte. Dell’odio.

 

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