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Venerdi 13

VENERDI 13 di MARCUS NISPEL USA, 08.

A trent’anni dal primo episodio della saga horror più longeva, è di nuovo in scena, al 12° episodio, Jason Voorhees col machete e la sua maschera da hockey, che l’ha reso una delle più inquietanti icone del genere slasher. La ripresa del film (dell’89) dei creatori della serie, il regista Sean Cunningham, un piccolo maestro del genere e qui produttore, insieme a Michael Bay, che però è anche regista, e lo sceneggiatore Victor Miller, non è un remake, bensì un reboot. Con questo termine s’intende una “ripartenza” dal primo episodio: come se la serie ricominciasse daccapo, riutilizzando e rimescolando le dinamiche di base dell’archetipo. Il ricreare le stesse atmosfere ai giorni nostri, è impresa narrativamente ardua. E in effetti il regista tedesco non è che dia uno spessore visuale particolare all’opera. Riprende e aggiorna quelle classiche dell’ambiente boschivo solitario, immerso in un buio denso e profondo, del primo episodio. Però, lì c’era la componente del Campeggio, che era meglio sfruttata: il bosco si trasformava in una trappola. Da un’isola di tranquillità agreste, una specie di oasi lacustre immersa nel silenzio, che si contrapponeva al caos urbano, diventava un ammazzatoio lugubre, sanguinario e impregnato di delirante follia. In verità non è improbabile che regista e sceneggiatore si siano ispirati al geniale “Reazione a catena”  (71), che con maggiore consapevolezza stilistica e tematica sottolineava la schizofrenia che si celava in uno spazio dal silenzio incontaminato. Il film era del nostro grande Mario Bava che, come ci ha attestato Quentin Tarantino, a Hollywood era conosciuto e apprezzato. Anche nell’edizione 2009, è accennata quella componente collettiva che protegge la follia omicida di Jason, perché essa si annida in queste comunità per lo più agricole e isolate: quest’aspetto della demonizzazione in senso primitivo e bestiale delle società marginali americane, torna spesso nella letteratura e cinema horror, ne è addirittura un luogo narrativo. Il film ci somministra le uccisioni senza particolare efferatezza o truculenza: siamo lontani dall’ipercompiacimento cromatico e sadico-grottesco di “Hostel” o dei vari “Saw”. Ma il clima visuale e narrativo-gestuale che si è creato nei due film citati, esprime un arricchimento del genere, perché, a parte il plus di  vigore creativo che si manifesta, si accompagna a delle notazioni sul quadro d’insieme, che hanno aspetti di riflessioni sociali. Mentre qui esse sono generiche: hanno la funzione di non renderci simpatiche le vittime, e quindi di fare concentrare l’attenzione sui “combattenti”, specie se femminili, mentre le oche più “polpose” sono le prime a cadere.

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