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Kathleen Jamie e il respiro antico della parola: Il gheppio e la poesia come dimora del mondo

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Ci sono libri che non sembrano arrivare sulla pagina, ma emergere da un luogo più profondo: una zona della memoria dove il linguaggio conserva ancora il suono delle cose prima che vengano separate dai loro nomi. Il gheppio di Kathleen Jamie, ora in traduzione italiana, a cura di Giorgia Sensi ed edito da Il Ponte del Sale, di The Keelie Hawk. Poems in Scots, appartiene a questa rara famiglia di opere in cui la poesia è uno sguardo che abita il mondo. È un libro che procede come un uccello nel vento: senza fretta, con una precisione quasi invisibile, affidandosi a correnti che appartengono insieme alla natura e alla lingua.

La scelta dello scots come unica lingua poetica della raccolta costituisce il cuore dell’opera. Dopo una vita letteraria costruita attraverso l’inglese, Jamie ritorna a una lingua più vicina alla memoria orale, ai suoni dell’infanzia, alle pieghe domestiche del parlare quotidiano. Ma questo ritorno non ha nulla di archeologico. Non è il gesto di chi raccoglie frammenti di un passato perduto per conservarli sotto vetro; è piuttosto il gesto di chi riapre una sorgente e lascia che l’acqua torni a scorrere.

Lo scots, nella poesia di Jamie, non è una lingua minore: è una lingua altra, capace di restituire al mondo una diversa intensità percettiva. La sua forza non risiede soltanto nella parola, ma nella distanza che crea rispetto all’uso abituale del linguaggio. Ogni idioma contiene una particolare forma di attenzione, un modo di organizzare il rapporto fra l’essere umano e ciò che lo circonda. Scegliere una lingua significa scegliere anche un paesaggio interiore. E lo scots di Jamie porta con sé il vento e le foschie delle coste scozzesi, il peso delle stagioni, le fioriture spettrali, il canto e la memoria delle comunità, la voce anonima di generazioni che hanno nominato il mondo prima di noi.

In questo senso Il gheppio è un libro sulla sopravvivenza delle lingue, ma ancora di più sulla loro metamorfosi. Una lingua non vive perché viene protetta dalla scomparsa, ma perché continua a generare visioni. La poesia diventa allora un luogo di rigenerazione: il punto in cui una parola antica può ancora dire qualcosa di futuro: «A me lascia solo / quelle piume strappate, / quelle due o tre stipate / in quella vecchia lattina / che per anni ha navigato / i mari tempestosi / del tuo tavolo di cucina / col suo carico di matite e brugole / – quella col Gabbiano reale? / (Mi sgriderai se sbaglio.) / Ricordi la spiaggia lontana / spazzata dal vento / dove le hai raccolte? / le riporterò indietro».

Il titolo della raccolta offre una chiave simbolica per attraversare l’intero libro. Il gheppio, sospeso nel cielo nella sua immobile concentrazione, rappresenta una modalità dello sguardo. Non lo sguardo che conquista o possiede, ma quello che attende. Il rapace non precipita immediatamente sulla preda: resta fermo nell’aria, affidandosi al movimento invisibile del vento, leggendo e scrivendo il paesaggio dall’alto. Così fa la poesia di Jamie. Essa non forza il mondo a rivelarsi; gli permette di apparire.

Questa è forse la qualità più profonda della scrittura dell’autrice: una forma di attenzione che diventa quasi un’etica. Nei suoi versi il poeta non è colui che illumina le cose con la propria presenza, ma colui che impara a diminuire sè stesso affinché il mondo possa emergere. L’io poetico arretra, lascia spazio. Il centro della poesia non è l’uomo, ma la trama complessa delle relazioni che lo comprende.

Gli animali che abitano la raccolta — uccelli, insetti, creature marine e terrestri — non vengono mai trasformati in simboli docili dell’esperienza umana. Restano esseri separati, misteriosi, dotati di una propria forma di esistenza. Jamie rifiuta la tentazione romantica di attribuire alla natura un significato esclusivamente umano. La natura non è uno specchio in cui riconoscersi; è una presenza che resiste, che continua a straripare oltre il nostro sguardo.

È proprio in questa resistenza che nasce la forza poetica del libro. Il mondo naturale non offre una consolazione semplice. È attraversato dalla perdita, dalla trasformazione, dalla fragilità. Le poesie percepiscono il tempo come una corrente profonda che modifica ogni cosa: le coste, gli habitat, le memorie, perfino le parole. Ma davanti a questa precarietà Jamie non oppone né disperazione né illusione. Oppone l’attenzione.

La sua poesia nasce da una forma di meraviglia adulta, consapevole che ogni cosa amata è anche vulnerabile. Guardare un uccello in volo, osservare una pianta, seguire il mutamento della luce non significa sottrarsi alla storia, ma riconoscere la complessità della vita. La natura, per Jamie, non è un altrove incontaminato: è il luogo in cui il tempo umano e il tempo profondo della Terra si incontrano e tremano.

Dal punto di vista formale, Il gheppio conferma una delle caratteristiche più riconoscibili della poetica di Jamie: la capacità di raggiungere una straordinaria densità attraverso la semplicità. I versi sembrano spesso spogli, quasi trasparenti, ma sotto la loro superficie agisce una costruzione attentissima. Ogni parola porta con sé un peso preciso, ogni pausa diventa significativa. La poesia procede per sottrazione, come se sapesse che l’eccesso di spiegazione può allontanare dalla verità delle cose.

In questo senso Jamie appartiene a quella grande tradizione poetica che considera il silenzio non un’assenza, ma una dimensione del linguaggio. Ciò che rimane non detto continua ad abitare il testo. La poesia non chiude il significato, bensì lo apre alla meravigliosa erranza. È una finestra lasciata socchiusa, attraverso cui entrano il rumore del vento, il richiamo di un animale, il movimento impercettibile del tempo.

La traduzione italiana si confronta con un compito quasi impossibile: trasferire non soltanto il senso dei versi, ma la loro materia sonora. Lo scots vive infatti nella sua particolare fisicità, nella sua pronuncia, nella sua memoria collettiva. Ogni traduzione deve inevitabilmente attraversare una perdita. Ma questa perdita può diventare anche una nuova possibilità: il lettore italiano viene invitato a entrare in un territorio linguistico straniero, a percepirne la distanza e, proprio attraverso quella distanza, a comprendere la natura profonda della poesia.

Il gheppio è anche un libro sul rapporto fra voce individuale e voce collettiva. Quando Jamie scrive in scots, non parla soltanto con la propria voce. Dentro il suo canto risuonano altre voci: quelle di chi ha abitato quegli stessi luoghi, di chi ha nominato quelle stesse colline e quelle stesse acque, di chi ha affidato alla lingua quotidiana una memoria destinata a sopravvivere.

Ma la grandezza della raccolta consiste nel fatto che questa dimensione storica non diventa mai celebrazione nostalgica. Jamie non cerca un’origine pura, perché sa che ogni lingua è un organismo in movimento. Lo scots della raccolta è antico e contemporaneo insieme, radicato nel passato e aperto al futuro. È una lingua che non guarda indietro: ascolta ciò che deve ancora nascere.

Alla fine della lettura rimane l’impressione di aver attraversato un paesaggio più che semplicemente un libro. Il gheppio non si impone con la forza della dichiarazione, ma con la persistenza delle cose naturali: una luce che cambia lentamente, un sentiero che si rivela passo dopo passo, un uccello che rimane sospeso nel cielo senza che quasi ce ne accorgiamo.

Kathleen Jamie ci ricorda che la poesia non serve soltanto a dire ciò che sappiamo già, ma a restituirci la capacità di percepire. In un’epoca in cui le parole rischiano di consumarsi nella rapidità dell’uso, la sua opera difende il valore della lentezza, dell’ascolto, della precisione.

Come il gheppio che attraversa l’aria affidandosi a correnti invisibili, la poesia di Jamie vive nello spazio sottile tra presenza e assenza, tra il mondo e il suo nome, tra ciò che vediamo e ciò che ancora non sappiamo vedere. Ed è proprio in questo spazio, fragile e luminoso, che la lingua torna a essere una forma di conoscenza: una piuma che, cadendo, sembra invece salire verso l’alto.