Ci sono raccolte poetiche che nascono dall’urgenza dell’espressione e altre che sembrano maturare lentamente, come un frutto esposto per anni alle stagioni. Di fuoco e di cenere di Salvatore Capo appartiene a questa seconda categoria. Non è il libro di una giovinezza inquieta che cerca la propria voce, ma quello di una coscienza che ha attraversato il tempo, la perdita, la memoria e l’amore, e che ora osserva il mondo con uno sguardo insieme disincantato e meravigliato.
Fin dal titolo, la raccolta si presenta come un attraversamento degli opposti. Il fuoco e la cenere non rappresentano soltanto la vita e il suo consumarsi, ma anche le due condizioni fondamentali dell’esperienza umana: l’ardore e il ricordo, la passione e la traccia che essa lascia dietro di sé. Il fuoco è ciò che accende, trasforma, brucia; la cenere è ciò che resta, ciò che custodisce una memoria silenziosa. In questa tensione si colloca l’intera opera di Capo, sospesa tra la celebrazione della vita e la consapevolezza della sua fragilità.
La poesia che dà il titolo alla raccolta costituisce una vera dichiarazione poetica. «Una vita mietuta, / spezzata, rifiorita, / un fiume di fuoco e di cenere» diventa l’immagine emblematica di un’esistenza percepita come continuo processo di perdita e rinascita. Il poeta guarda ai propri anni come a una materia viva, attraversata da cadute e resurrezioni interiori, e riconosce nella memoria non un archivio immobile ma una forza che continua a generare significato.
Uno degli aspetti più evidenti della raccolta è il rapporto profondo con la natura. Alberi, nuvole, rondini, prati, vento, mare, luna, pietre, fiori e stagioni compongono una presenza costante. Tuttavia non si tratta di una natura descrittiva o paesaggistica nel senso tradizionale del termine. La natura di Capo è una realtà spirituale e simbolica, una lingua attraverso cui il mondo parla all’essere.
Quando scrive «Ogni luogo mi parla, / mi dice qualcosa. / Che non devo dimenticare. / Perché tutto, della vita, è un andare», il poeta rivela il nucleo della propria visione: il paesaggio non è mai esterno all’uomo, ma diventa interlocutore e maestro. Ogni elemento naturale custodisce una lezione sull’esistenza. Le rondini insegnano il viaggio, l’autunno insegna la trasformazione, il mare suggerisce il mistero, le pietre conservano la memoria del dolore.
In questa prospettiva emerge una particolare forma di spiritualità. Non una religiosità dogmatica o dottrinale, ma una percezione sacrale della realtà. La raccolta è attraversata da continue interrogazioni sul senso della vita, sulla morte, sul tempo, sull’amore e sul destino. Persino quando compare esplicitamente il riferimento alla preghiera, come in Ho pregato, il tono non assume mai la forma della certezza assoluta. È piuttosto l’atteggiamento di chi si affida al mistero: «Ho pregato che ogni cosa sia / come dev’essere, / non come la vorrebbe / la mente».
Questa tensione spirituale si accompagna a una costante riflessione sul tempo. Poche raccolte contemporanee mostrano una così intensa consapevolezza della finitudine. La memoria occupa uno spazio centrale e diventa spesso il luogo in cui il passato continua a vivere nel presente. In poesie come La memoria, Non ho dimenticato, Le pupille chiuse e Viaggio, il poeta esplora il rapporto tra ciò che è stato e ciò che permane.
La memoria, tuttavia, non viene idealizzata. Capo sa che ricordare significa anche soffrire. I ricordi possono diventare «molecole amare» che macchiano «i bordi dell’anima». Possono essere ferite ancora aperte. Eppure proprio attraverso questa sofferenza il passato acquista una funzione generativa. Ricordare significa restituire vita a ciò che sembrava perduto.
Un altro grande tema della raccolta è la parola stessa. Numerose poesie riflettono sulla possibilità e sui limiti del linguaggio. In Parole, il poeta arriva a dichiarare che le parole spesso «non parlano la vita». La vita autentica si manifesta altrove: in un sorriso, in una mano che trema, nell’attesa di un volto. Questa consapevolezza attraversa l’intera opera e conferisce alla scrittura una particolare umiltà.
Capo sembra diffidare della parola quando essa si allontana dall’esperienza concreta. Per questo la sua poesia cerca continuamente un linguaggio semplice, vicino alle cose, capace di mantenere un contatto diretto con la realtà. La parola poetica non deve dominare il mondo ma ascoltarlo.
Da questo punto di vista la raccolta si colloca in una linea che richiama, per sensibilità, alcune componenti della tradizione lirica italiana del Novecento. Si avverte un’attenzione alla natura che può ricordare certi aspetti di Pascoli; una meditazione sul tempo e sulla memoria che talvolta sfiora atmosfere montaliane; una ricerca di autenticità esistenziale che rimanda a una poesia di matrice spirituale. Tuttavia Salvatore Capo mantiene una voce autonoma, riconoscibile soprattutto per la sua capacità di trasformare immagini quotidiane in simboli universali.
Dal punto di vista stilistico, la raccolta privilegia il verso libero e una costruzione discorsiva che conserva tuttavia una forte musicalità interna. Le ripetizioni, le anafore, le interrogazioni retoriche e le immagini ricorrenti creano una trama sonora che accompagna il lettore senza mai diventare artificiosa.
Particolarmente significativa è la ricorrenza di alcuni nuclei simbolici: la luce, il pane, le pietre, le nuvole, il vento, la luna. Essi ritornano come parole-guida, costruendo una sorta di lessico personale. Il pane rappresenta spesso la concretezza dell’esistenza e il nutrimento spirituale; la luce diventa metafora della conoscenza e dell’amore; le pietre custodiscono la memoria e il dolore; le nuvole incarnano il mutamento; il vento suggerisce il movimento incessante del tempo.
L’amore occupa una posizione centrale nella raccolta. Non si tratta soltanto dell’amore sentimentale, pur presente in testi intensi come Dimmi ancora parole, Guardami e Con gli occhi e con le mani. L’amore assume una dimensione più ampia, diventando principio ordinatore dell’esistenza. È ciò che salva dalla dispersione del tempo, ciò che permette di riconoscere il valore degli attimi, ciò che rende sopportabile la fragilità.
Questa visione raggiunge una particolare intensità nelle poesie dedicate agli affetti familiari. Nei testi rivolti ai nipoti emerge una tenerezza luminosa che rappresenta uno dei vertici emotivi della raccolta. Qui la vecchiaia non è percepita soltanto come avvicinamento alla fine, ma anche come possibilità di contemplare il rifiorire della vita nelle nuove generazioni. Le immagini di Di cristallo e luce restituiscono una commovente fiducia nella continuità dell’esistenza.
La presenza della morte, inevitabilmente, accompagna tutto il libro. Ma ciò che colpisce è il modo in cui essa viene affrontata. Non con disperazione né con eroismo. Piuttosto con una serena accettazione. In Non darmi una morte aggrovigliata il poeta chiede una fine semplice, pacificata, capace di sciogliere i tormenti. La morte appare come una soglia naturale, parte integrante del ciclo della vita.
È forse proprio questa capacità di tenere insieme dolore e gratitudine, malinconia e stupore, che costituisce il valore più autentico della raccolta. Salvatore Capo non ignora le ferite dell’esistenza; le attraversa. Ma continua a cercare la luce. La sua poesia nasce dalla convinzione che, nonostante tutto, vi sia ancora qualcosa da salvare: un tramonto, una voce amata, il profumo del pane, una carezza, il volo di una rondine, il sorriso di un bambino.
Alla fine della lettura si ha l’impressione di aver percorso non soltanto un libro, ma un’intera geografia interiore. Di fuoco e di cenere è il diario poetico di una coscienza che non smette di interrogare il mondo e di lasciarsi interrogare da esso. È una raccolta che invita alla lentezza, all’ascolto e alla contemplazione. In un tempo dominato dalla velocità e dalla distrazione, la poesia di Salvatore Capo ricorda che la vera conoscenza nasce spesso da un gesto semplice: fermarsi a guardare una nuvola, una pietra, una luce che cambia.
E proprio in questa fedeltà alle cose elementari risiede la sua forza più profonda. Perché il poeta sa che la vita non si trova altrove. È qui. Nel pane e nelle stelle, nel fuoco e nella cenere, nella memoria e nell’amore. In quel fragile spazio dove il tempo passa e, nonostante tutto, continua a brillare una luce.



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