Con Jacopo, edito da Interno Poesia, 2025, Umberto Piersanti firma uno dei libri più intensi e radicali della poesia italiana contemporanea, non solo per la materia che affronta – la disabilità, la paternità, la relazione asimmetrica, la cura – ma per il modo in cui questa materia trasforma il gesto stesso del dire poetico. Non siamo davanti a un libro “a tema”, né a un canzoniere del dolore privato: Jacopo è piuttosto un’opera di lunga fedeltà, in cui la poesia diventa forma di vita, esercizio quotidiano dello sguardo, pratica di responsabilità verso l’altro. Il nome proprio del titolo non introduce un personaggio, ma una presenza. Jacopo non è mai ridotto a figura simbolica, non è allegoria della fragilità né emblema edificante. È un figlio reale, irriducibile, che costringe la lingua poetica a rivedere i propri automatismi, a rinunciare a ogni forma di appropriazione:
«e come stai nell’acqua, / nuotare è un’altra cosa, / tu ci cammini dentro / e ti ci muovi / come un queto animale / dei miei fossi, / la verde raganella, / il lento granchio, / fluttuano i tuoi capelli / come al fauno, / fauno-fanciullo mite / e innocente // ti circondano i monti / e viene sera, / la madre chiusa e stretta sulla riva, / io che ti chiamo / e urlo, / ma tu non temi / il freddo, / non temi il buio, / gli altri son tutti qui / nascosti dentro i teli, / tu rimani nel lago, / solo, riverso / con la faccia al cielo / guardo spesso il tuo volto / dentro l’acqua, / ogni piega si scioglie / e rasserena, / un’altra storia narra, / un’altra vita, / la tua che ti spetta / fuori del male».
Uno degli aspetti più decisivi di Jacopo è il suo rifiuto netto di una poesia “su” qualcuno. Piersanti non scrive di Jacopo, ma con Jacopo, o meglio: accanto a lui. La poesia nasce nello spazio della relazione, non nella distanza dell’osservazione. Questo comporta una trasformazione profonda del ruolo del poeta, che non è più colui che interpreta o spiega, ma colui che impara a stare.
Il libro mette continuamente in crisi l’idea di un io lirico sovrano. L’io che parla è un io decentrato, vulnerabile, spesso esitante. La paternità non è mai celebrata come forza o sacrificio: è piuttosto un’esperienza di spoliazione, di perdita di competenza, di esposizione al non-sapere. In questo senso, Jacopo è anche un libro sull’umiltà della poesia, sulla sua capacità di accettare il limite come condizione necessaria.
Il tempo che attraversa Jacopo è un tempo radicalmente altro rispetto a quello dominante nella nostra cultura. È un tempo non produttivo, non orientato al risultato, non accelerabile. Camminare, tornare, fermarsi, ripetere: i gesti che strutturano il libro disegnano una temporalità circolare e abitabile, in cui la relazione conta più della meta.
La paternità, in questo orizzonte, non è funzione sociale né ruolo identitario, ma esperienza etica del tempo. Il padre impara a sintonizzarsi su un ritmo che non ha scelto, ma che deve accogliere. La poesia diventa il luogo in cui questo tempo può essere ascoltato senza essere forzato:
«ah, quella giostra antica /nella ressa di scooter /di ragazze vocianti, luminose / dentro jeans stretti e falso trasandati, / dei fuoristrada rossi / sul lungomare, /escono da ogni porta, / da ogni strada, /straripano nell’aria che già avvampa, /è l’ora che precede / dolce la sera // ma nessuno che salga / sui cavalli, di legno / coi pennacchi e quella tromba / gialla, come nel libro / di letture, la musica / distante e incantata, / quella che rese altri / le zucche e i rospi // lì c’era una ragazza / tutta sola, / vestita da Pierrot / la faccia bianca, / nessuno che prendesse / i bei croccanti, / lo zucchero filato / dalla sua mano // Jacopo che tra gli altri / passa, senza guardare, / dondola il grande corpo / e li sovrasta, / abbracciò un cavallo / e poi pendeva / dopo riuscì ad alzarsi, / rise forte // figlio che giri solo / nella giostra, / quegli altri la rifiutano / cosi antica e lenta, / ma il padre t’aspetta, / sgomento ed appartato / dietro il tronco, / che il tuo sorriso mite / t’accompagni / nel cerchio della giostra, / nella zattera dove stai / senza compagni» (La giostra).
Non c’è mai ribellione gridata, né rassegnazione. C’è piuttosto una forma di adesione vigile, una fedeltà che non idealizza ma resta. La scrittura di Piersanti registra questo stare con una precisione quasi ascetica.
Dal punto di vista stilistico, Jacopo conferma e radicalizza una delle scelte più coerenti di Piersanti: una lingua piana, controllata, apparentemente semplice, che rifugge ogni compiacimento lirico. Ma questa semplicità è frutto di una forte tensione etica: ogni parola sembra sottoposta a una domanda implicita di legittimità.
Il verso non cerca l’effetto, non accumula immagini, non forza metafore. Al contrario, lavora per sottrazione, affidando il senso a minimi scarti, a lievi variazioni, a una sintassi che procede per approssimazioni.
Questa scelta formale è tutt’altro che neutra: è la conseguenza di un rapporto con il reale che rifiuta la violenza dell’enfasi. Dire troppo significherebbe tradire. Dire poco, invece, permette di lasciare spazio.
Il paesaggio marchigiano, così centrale nella poesia di Piersanti, assume in Jacopo una funzione ancora più profonda. Non è scenario, ma terzo elemento della relazione. Campi, sentieri, animali, stagioni partecipano silenziosamente alla vita condivisa di padre e figlio.
La natura non offre consolazione romantica, né risposte. È un luogo di misura, di continuità, di resistenza al caos. Nel suo ritmo lento e impersonale, insegna una forma di accettazione che non è passività, ma equilibrio. Il mondo naturale diventa così una sorta di linguaggio parallelo, capace di dire ciò che le parole non possono.
In questo senso, Jacopo è anche un libro profondamente ecologico, non per dichiarazione, ma per pratica: mostra un modo di stare nel mondo fondato sulla coabitazione, non sul dominio.
Uno dei nuclei più forti del libro è il modo in cui la disabilità viene sottratta a ogni retorica. Jacopo non è “mancanza”, non è deficit, non è problema da risolvere. È presenza che mette in crisi le categorie abituali di autonomia, comunicazione, successo.
La poesia non cerca di tradursi nel linguaggio della normalità; accetta invece di essere trasformata da lui. In questo rovesciamento risiede la forza etica del libro: la disabilità non è oggetto di compassione, ma fonte di conoscenza.
È ciò che rivela la fragilità strutturale di ogni esistenza, la dipendenza reciproca, l’illusione dell’autosufficienza. In un tempo dominato dall’esibizione dell’io, dalla spettacolarizzazione del dolore e dall’eccesso di linguaggio, Jacopo sceglie una posizione controcorrente. È un libro che parla a bassa voce, che rifiuta l’urgenza del commento, che si sottrae all’attualità immediata per lavorare su un tempo lungo, sedimentato.
Proprio per questo, la sua portata è profondamente contemporanea. Jacopo interroga in modo radicale il senso della poesia oggi: non come strumento di visibilità, ma come luogo di responsabilità. Scrivere significa assumersi il rischio del silenzio, accettare di non dire tutto, di non capire tutto.
Jacopo è un libro che non chiede di essere “capito”, ma frequentato e compreso in tutto il suo albore. La sua forza non sta nell’argomentazione, ma nella durata. È una poesia che resta accanto al lettore come resta accanto al figlio: senza clamore, senza promessa di salvezza, ma con una fedeltà ostinata.
Umberto Piersanti ci consegna un’opera che è insieme testimonianza e meditazione, gesto privato e atto pubblico. Un libro che mostra come la poesia, quando rinuncia al dominio e sceglie la cura, possa ancora essere una forma alta di verità.


