C’è un’urgenza che attraversa La deriva (edito da Villani) di Dino Rosa, come un fiume carsico che riemerge in ogni pagina: l’urgenza di dire, di guardare, di non distogliere gli occhi. È un romanzo che nasce da un bisogno di verità, da quella ferita antica che separa il fatto dalla sua rappresentazione, la realtà dal racconto. E in questa tensione incessante tra il vivere e il testimoniare si muove la sua protagonista, Francesca, una giovane donna che porta dentro di sé la sete di giustizia e il dolore di un’eredità ferita. Sin dalle prime pagine, Rosa ci introduce in un mondo che pulsa di silenzi e di ombre. Francesca ha diciott’anni e la vita le ha già sottratto troppo: un padre, giornalista, costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente; una giovinezza compressa, quasi negata. La sua è una bellezza inconsapevole, malinconica, quella di chi non ha tempo per guardarsi allo specchio perché troppo intenta a resistere. Eppure, dentro di lei, brucia una vocazione: quella per la parola che illumina, per il racconto che può ancora salvare.
La deriva si apre come un romanzo di formazione, ma presto si trasforma in un viaggio di discesa nella coscienza civile di un Paese, nel ventre oscuro di un’Italia ferita, smemorata, oscillante tra euforia e apatia. La scrittura di Rosa, limpida e sorvegliata, procede come un’inchiesta: scandaglia le zone d’ombra, ascolta le voci che la storia ha dimenticato, raccoglie brandelli di memoria e dolore. Francesca entra nel giornalismo come in una vocazione religiosa: non per raccontare, ma per capire. Le redazioni, le notizie, gli appunti, le telefonate, i colleghi — tutto diventa parte di un rituale quotidiano che ha il sapore della dedizione e del sacrificio. In ogni frase traspare la nostalgia per un giornalismo che cercava la verità e non la visibilità, che si nutriva di etica e non di algoritmo. La scrittura in questa prima parte ha la densità di un realismo limpido, quasi manzoniano: i gesti minimi, le voci, le redazioni notturne, i fogli sparsi diventano materia narrativa e morale. Rosa non descrive: documenta con passione, osserva con la calma dell’occhio che ha visto. Poi la cronaca irrompe: l’omicidio di Massimo D’Antona, l’ombra delle nuove Brigate Rosse, il ritorno del terrorismo ideologico. L’Italia che Francesca attraversa è una nazione che ha smarrito la bussola del pensiero, dove la violenza riemerge come un fantasma ciclico, dove la fede nel cambiamento si tramuta in rancore e cieca ribellione. Nel suo avvicinarsi al gruppo di Andrea — intellettuale affascinante e ambiguo, seducente e pericoloso — Francesca compie un passo dentro la vertigine del male: un male che non è mai clamoroso o spettacolare, ma sottile, ragionato, intriso di parole e illusioni ideologiche. In quella relazione sospesa tra attrazione e diffidenza si specchia la deriva morale del Paese: il potere di convincere, di manipolare, di sovrapporre il delirio alla ragione. Dino Rosa trasforma il romanzo politico in romanzo psicologico: non ci mostra soltanto la violenza degli atti, ma il loro lento, inesorabile sedimentarsi nella mente. Francesca assiste, indaga, registra, ma dentro di sé qualcosa si incrina. Il suo taccuino diventa un diario di sopravvivenza, un luogo segreto in cui la verità è ancora possibile. Ogni tappa della narrazione apre un nuovo cerchio di senso. Dopo il terrorismo, il romanzo approda al degrado urbano di Torino, alla Barriera di Milano, dove la droga e la marginalità si mescolano alle storie dei giovani che non hanno più futuro. Qui la scrittura di Rosa si fa documentaria e commossa: il giornalismo d’inchiesta si unisce a un respiro di origine. Francesca entra nei vicoli, ascolta le madri, i padri, gli insegnanti, i medici, i ragazzi che si perdono tra pasticche e illusioni. In queste pagine la lingua si dilata, abbandona il rigore cronachistico e si fa canto, pietas. Il dolore dei genitori che hanno perso un figlio, le parole di chi cerca redenzione, le ombre degli adolescenti: tutto diventa voce di un coro civile. Il romanzo non giudica, non alza la voce: osserva. E nel farlo, restituisce dignità alle vite minime, a quella folla di invisibili che popolano il margine della società. In questo sguardo partecipe si avverte la lezione dei grandi narratori civili italiani — Sciascia, Ortese, ma anche Moravia per la lucidità morale — e insieme la tenerezza di chi non ha smesso di credere che scrivere serva a qualcosa. L’ultima parte del romanzo — quella dedicata al mondo delle sette, dei santoni, dei call center esoterici — segna il punto più profondo della discesa. Dopo la violenza ideologica e quella sociale, La deriva affronta la violenza più subdola: quella psicologica, che si traveste da fede, da guarigione, da promessa di felicità. Rosa mostra un’Italia che ha smarrito la bussola della ragione e si affida al sortilegio, ai guru, ai falsi profeti, ai venditori di miracoli. Ma anche qui, più che denunciare, l’autore ascolta. Dà voce alle vittime, alle donne che hanno creduto, amato, perso tutto. In queste pagine il romanzo si avvicina quasi al tono del documentario poetico, con una tensione tra la verità dei fatti e la compassione del linguaggio. Francesca, testimone e partecipe, si fa specchio del nostro tempo: un tempo che confonde il bisogno di fede con la dipendenza, la speranza con la schiavitù. La sua voce si incrina, ma non si spegne. Lo stile di Rosa è limpido e attraversato da una luce interiore, da un respiro che affiora nei momenti più drammatici. La lingua alterna il rigore del giornalismo al lirismo discreto della prosa letteraria. L’autore non indulge mai nella retorica: sa che la parola più efficace è quella che osserva in silenzio. Le immagini della città, i dialoghi, le confessioni, i taccuini di Francesca formano un tessuto narrativo di grande coerenza e intensità. Ogni dettaglio ha una funzione, ogni scena un peso etico. E nel fluire delle vicende emerge un sentimento dominante: la compassione, intesa non come pietà, ma come condivisione del dolore, come volontà di comprendere prima di giudicare. La deriva è un romanzo necessario perché parla di noi, dell’Italia che abbiamo sotto gli occhi e che troppo spesso fingiamo di non vedere: quella che ha smesso di indignarsi, che ha delegato la verità alle voci televisive, che si rifugia nell’illusione o nel cinismo. Francesca è la coscienza che si ostina a cercare, anche quando tutto intorno scivola nel disincanto. La sua inchiesta è anche la nostra: quella di un popolo che deve interrogarsi sul proprio declino etico, sulla perdita della fiducia, sulla fragilità delle istituzioni e dei sentimenti. Nel suo viaggio tra Roma, Torino, la Puglia e i labirinti dell’anima, Francesca attraversa la linea d’ombra del nostro tempo: l’indifferenza. E Dino Rosa, con la sua scrittura sobria e luminosa, riesce a trasformare questa materia dolorosa in un atto di fede nella parola, nella possibilità di un risveglio civile. La deriva è dunque un romanzo di verità, ma anche d’amore: l’amore per un mestiere, per una voce interiore, per l’umanità che resiste sotto le macerie della cronaca. È un libro che si legge come un’inchiesta, ma si ricorda come una confessione. E alla fine, come la protagonista, anche il lettore resta in silenzio, con la sensazione di avere attraversato un tratto di notte insieme a lei, cercando nel buio una luce che non si arrende.


