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Rosalba Le Favi. La sera come spazio della parola

Vi è un tempo del giorno in cui le parole cambiano consistenza. Non è più l’ora della corsa, della funzione, della precisione necessaria dei gesti quotidiani. È il tempo in cui la voce rallenta, si siede, si lascia attraversare dai ricordi e dagli incontri. Dai visi come specchi o superfici. È proprio questo tempo – sospeso, conviviale, quasi domestico e intimo – che la raccolta Metti una sera… di Rosalba Le Favi assume come orizzonte di simbolo e poiesi. Il libro, pubblicato nel 2026, da New Press Edizioni nella collana diretta da Vincenzo Guarracino, condensa una sorta di diario lirico della quotidianità, dove la poesia diventa strumento di ascolto e registrazione del reale.

Non si tratta tuttavia di un semplice resoconto dell’esperienza: la scrittura di Le Favi lavora sulla materia della vita trasformandola in una trama di voci, ricordi e scene, quasi fosse una lunga conversazione che attraversa luoghi, persone e tempi diversi.

La prefazione di Eliza Macadan coglie con precisione questo movimento: la raccolta procede come una “serata condivisa”, dove la realtà si presenta in frammenti, episodi, incontri improvvisi. La poesia non cerca un centro stabile; preferisce invece l’energia del flusso, dell’incontro, della memoria che si accende all’improvviso.

È la sua scelta di campo: la poesia nasce dall’ordinario. Non dall’evento straordinario o dalla visione simbolica, ma dalla materia minuta dell’esistenza quotidiana. Le Favi osserva il mondo con uno sguardo che è insieme narrativo e affettivo. Tavole apparecchiate, conversazioni tra amici, incontri scolastici, ricordi di viaggio, frammenti di dialogo: tutto entra nel tessuto del verso senza gerarchie. La poesia si costruisce così come archivio vivente della vita vissuta: «Silenzi adusati / all’ombra della sera / vorrei guardarti / nell’anima e tu pensi / ancora di essere / nel giusto. / Dov’e il problema? / Dove la voglia / non incombe / e tu sei lì / a ridestar la sorte».

Nei testi della raccolta si incontrano luoghi concreti – città, ristoranti, piazze – e figure reali, spesso tratte dalla vita sociale o culturale contemporanea.

Questo continuo attraversamento del reale produce una scrittura fortemente ancorata all’esperienza, che rifiuta la rarefazione lirica per sfiorare invece una dimensione narrativa e dialogica. Il lettore ha la sensazione di partecipare a una lunga conversazione, dove la poesia nasce proprio nel momento in cui la vita viene raccontata e accade, nello stesso tempo.

La sera, allora, rappresenta qui una vera e propria metafora esistenziale. È il tempo del bilancio e del racconto, il momento in cui la giornata si raccoglie in memoria. È anche il tempo della convivialità: il tempo delle cene, delle confidenze, delle parole che scorrono senza fretta. In molte poesie della raccolta questo spazio temporale diventa una sorta di teatro, dove le relazioni umane si mostrano nella loro autenticità: «Noi siamo oltre il memoriale / della maestra che copia. / A tavola rotonda rettangolare / la serata e cominciata / tra urla e sollazzi, / tra minerale e naturale. / Difficile annotar ispirazione / d’ogni sorta quando c’è una rosa / di disagio che ondeggia».

Nei testi dedicati agli incontri tra amici o colleghi, la poesia assume la scena del mondo. Le voci si alternano, le battute si intrecciano, la realtà appare come una sequenza di micro-eventi che la scrittura registra con una sensibilità insieme ironica e affettuosa. Questa dimensione teatrale non sorprende se si considera la formazione artistica dell’autrice, che accanto alla poesia ha coltivato anche il teatro e la performance. La pagina poetica conserva infatti qualcosa del ritmo e della presenza della scena.

Pertanto, la poesia di Le Favi si distingue per un forte elemento di oralità. Molti testi sembrano nascere direttamente dalla voce: dialoghi, interiezioni, battute, frammenti di discorso entrano nella struttura del verso senza mediazioni. Il risultato è una scrittura che conserva il movimento spontaneo della conversazione.

Questa scelta stilistica produce una poesia irregolare e viva, lontana da qualsiasi rigidità formale. Il verso si accorcia o si allunga secondo il ritmo del pensiero e della parola. In alcuni momenti il testo assume quasi la forma di un flusso di coscienza, dove immagini, ricordi e osservazioni si susseguono senza soluzione di continuità. Non si tratta di disordine casuale: è piuttosto una modalità di rappresentazione della complessità del reale.

La vita, sembra suggerire l’autrice, non procede secondo schemi lineari; è fatta di deviazioni, ritorni, frammenti. La poesia diventa allora lo spazio in cui questa frammentarietà può essere accolta e trasformata in esperienza estetica.

Accanto alla dimensione conviviale emerge con forza un secondo nucleo tematico: il rapporto tra memoria e tempo, che attraversano linee fugaci. Il tempo scorre, le relazioni cambiano, i luoghi si trasformano. La poesia diventa allora uno strumento per trattenere ciò che rischia di scomparire. Il ricordo non è qui un semplice gesto nostalgico. È piuttosto un atto di resistenza contro l’oblio: «Non c’è bisogno / di attraversare mari / o interi paesi. / Guardi la parete / e un numero già fissa / il tuo destino se / di destino si può / parlare. / Gocce pregiate / ottuse menti / raccolgono insani / messaggi, / le voci corrono sopra / il soffitto / lentamente lo spazio / si alterna / al tuo ombelico / che grida. / Gioco di sedie / di bimbe nutrite / dalla vita / l’attimo rosa / colore assonnato / d’infanzia perduta / mi viene da piangere / a pensare al tempo trascorso / nell’aldilà mnemonico / del tempo».

Quando l’autrice evoca episodi della propria vita o momenti condivisi con altre persone, lo fa con una consapevolezza precisa: la scrittura può conservare ciò che il tempo tende a disperdere.

La memoria diventa quindi un elemento strutturale della raccolta, un filo che collega episodi e testi diversi, anche attraverso l’ironia. Le Favi osserva la realtà contemporanea con uno sguardo lucido e spesso divertito. La poesia registra discussioni politiche, commenti sulla società, battute scambiate durante una cena o un incontro tra amici. Questi elementi producono un effetto di realismo quasi documentario. Il mondo entra nella poesia con tutte le sue contraddizioni: la politica, i social media, i cambiamenti culturali, le tensioni del presente, per osservare e interpretare la realtà, configurarsi come gesto di cura, relazione: la scuola, ad esempio, con le sue dinamiche quotidiane, diventa uno spazio simbolico dove si riflettono le trasformazioni della società e le fragilità dell’esperienza umana.

Metti una sera…, dunque, abita il mondo, porgendo un gesto di presenza, un modo per restare dentro ciò che accade. È già qui, nelle parole che scambiamo ogni sera. Nelle storie che raccontiamo, nel qui e ora, frangibile e solenne.

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