“Se il chicco di grano caduto in terra non muore,
rimane solo; se invece muore, porta molto frutto” Gv.12,24
L’ostensione delle spoglie di San Francesco ad Assisi, in occasione dell’ottavo centenario della sua morte, rappresenta un evento storico e spirituale di grande rilevanza. Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, i fedeli avranno l’opportunità di venerare le spoglie del Santo, simbolo universale di pace, fraternità e amore. L’evento, approvato da Papa Leone XIV, si terrà nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Questo momento di contemplazione e preghiera si radica nel messaggio evangelico del “seme che muore per portare frutto”, celebrando la vita come dono e testimonianza d’amore.
L’ostensione non è solo un evento devozionale, ma un messaggio potente per i credenti e per la società. Francesco vive e il suo spirito continua a operare in mezzo a noi, chiamandoci a essere costruttori di pace, custodi del creato e testimoni di un amore che non muore.
Un’esperienza che ci chiama a riconoscere come il dono di noi stessi nell’amore, mentre ci consuma, quando è vissuto in unione con Cristo, diventa il passaggio alla pienezza della Vita, che è la comunione con Dio Padre e con tutta l’umanità per l’azione dello Spirito santo- amore, principio e compimento dell’unità.
“L’amore non è amato”: continua ad essere il grido silenzioso di Francesco e allo stesso tempo la sua attualità; una frase breve, quasi disarmante, ma capace di attraversare i secoli con una forza sorprendente. Non è uno slogan, né una semplice lamentela spirituale. È un grido, intimo e universale allo stesso tempo, che interroga il cuore dell’uomo di ogni epoca.
Secondo la tradizione francescana, Francesco pronunciò queste parole piangendo, ritirato in preghiera. Il suo dolore non nasceva da un’offesa personale, ma dalla consapevolezza che l’Amore – Dio stesso – si dona senza misura e non viene riconosciuto, accolto, ricambiato. È un paradosso profondo: ciò che sostiene il mondo viene ignorato dal mondo stesso.
L’“amore” di cui parla Francesco non è un sentimento vago o romantico. È amore gratuito, incarnato, concreto, che si fa servizio, perdono, umiltà. È l’amore che si abbassa, che sceglie la povertà, che si espone alla fragilità. Proprio per questo, spesso, non viene compreso: richiede conversione, rallentamento, uno sguardo diverso sulla vita.
Ma questa frase non riguarda solo Dio. È anche uno specchio dell’esperienza umana. Quante volte l’amore, oggi, non è amato? Quando viene ridotto a possesso, consumo, convenienza. Quando si cerca l’utile invece del vero, l’apparenza invece della profondità. In una società che corre, l’amore autentico appare scomodo: chiede tempo, ascolto, pazienza.
Eppure, il lamento di Francesco non è disperazione. È chiamata. Dire “l’amore non è amato” significa anche invitare ciascuno a diventare risposta. Amare dove l’amore manca. Riconoscere l’amore ricevuto. Vivere in modo tale che l’amore, finalmente, sia amato.
In questo senso, l’invocazione di S. Francesco è radicalmente attuale. Non accusa, non condanna: sveglia. Ci chiede se siamo ancora capaci di stupirci davanti all’amore gratuito, di accoglierlo senza difese, di testimoniarlo con la vita. Perché forse il mondo non ha meno amore di prima, ma meno occhi capaci di riconoscerlo.
E allora la domanda resta aperta, rivolta a ciascuno di noi:
Se l’amore non è amato, io come rispondo?

