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Il Dio santo

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In tutte le librerie, dal 1 febbraio: Il Dio santo. Riflessioni su Levitico e Numeri, di Alberto Mello, monaco di Bose e docente di Antico Testamento presso lo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme, edizioni Terra Santa, capitolo conclusivo di una trilogia che arriva dopo Il Dio di Abramo e Il Dio degli Ebrei.

Il volume – Le riflessioni su Levitico e Numeri raccolte in questo volume fanno seguito ad altre sulla Genesi e sull’Esodo, raccontate nei precedenti volumi. Il libro dei Numeri e, in modo ancora più particolare, il libro del Levitico sono incentrati sulla santità di Dio, che si definisce certo come trascendenza, separazione, alterità, ma soprattutto, in maniera positiva, come potenza vitale e come esigenza morale. Questi antichi libri ebraici, con i loro rituali ormai desueti, ci insegnano forse ancora oggi a porre una siepe intorno alla santità di Dio, per proteggere il mistero della vita. Ne Il Dio santo, viene approcciato un tema sul quale, lo stesso autore, in passato non si era mai soffermato particolarmente. Nel suo insegnamento gerosolimitano dedicato alla Torà, aveva sempre dato attenzione e spazio alla Genesi, all’Esodo, al Deuteronomio. Mello si è reso quindi conto che il terzo libro della Torà, pur riflettendo il cerimoniale di un culto scomparso, non cessava di suscitare problemi teologici importanti anche per l’interpretazione della morte di Gesù e del nostro sacrificio spirituale, che è l’eucaristia.

La nozione del sacrificio come approfondito nel volume –  Il nostro termine sacrificio deriva, etimologicamente, dal latino sacrum facere e vuol dire rendere sacro o sacralizzare. Il docente riconosce l’influenza di una lettura antropologica, che definisce illuminante anche per il mistero cristiano della Salvezza: René Girard, di cui cita in particolare La violenza e il sacro, ma non solo. Così ad esempio sottolinea Mello che <<Gesù non era né sacerdote né levita, la sua logica non è sacrificale. Anche la sua morte va compresa alla luce della sua vita, cioè nella logica gratuita del dono. In questo senso condivido l’invito di Girard a insistere sul carattere non sacrificale della morte di Cristo>>. L’autore dà vita a una rilettura cristiana del libro del Levitico non senza avvalersi dei commenti e delle riflessioni ebraiche, antiche quanto recenti, soprattutto Milgrom, Halbertal, Levinas. Ovviamente <<Su un punto, in particolare, ossia sull’interpretazione sacrificale, la sensibilità ebraica si distingue da quella cristiana, ma talvolta può costituire per noi un utile correttivo>>.

La santità, al termine del percorso attraverso il Levitico e i Numeri –  E’ la ricerca di una definizione non puramente negativa della santità come separazione dal comune, dal profano. Mello si sofferma sul fatto che <<La santità ha a che fare con la vita, è una potenza di vita. Il motivo più importante per giungere a questa conclusione è proprio l’uso del sangue previsto per tutti i sacrifici, tranne le oblazioni vegetali. Il sangue è santo, perché è la vita (Lv 17,11). In quanto vitale, non è un elemento di separazione, ma di comunione. Quasi tutti i sacrifici prevedono una purificazione dell’altare mediante il sangue. Questa operazione ristabilisce la comunione tra gli uomini e il Dio santo: è il “sangue dell’alleanza” versato anche sul popolo (Es 24,8; Mt 26,28). Ma la vita, che è il riflesso della santità di Dio, è di per se stessa molto misteriosa. Ritengo che l’esperienza del Dio tre volte santo, ovvero santo all’ennesima potenza, sia un’esperienza mistica, come quella del profeta Isaia>>.

L’autore – Monaco di Bose, insegna Antico Testamento presso lo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme. In particolare si è dedicato all’antica esegesi rabbinica, traducendo vari midrashim e commenti ebraici tradizionali. Per Edizioni Terra Santa ha pubblicato Il Dio di Abramo. Riflessioni sulla Genesi e Il Dio degli Ebrei. Riflessioni sull’Esodo.

 

Le parole dell’autore -  <<Il lettore è tenuto a sapere che l’autore di queste pagine è un monaco laico, e questa condizione laicale, importante solo per lui, lo invita a confidare maggiormente nel messaggio dei profeti, piuttosto che nella teologia sacerdotale dell’Antico Testamento. O, almeno, a dimensionare quest’ultima sulla base della profezia>>.