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Dio ride

Il regista Giovanni Veronesi, torna al cinema storico per raccontare la vicenda di un umile frate cappuccino, fra Leopordo di Casamacchia, il quale inventa per sé un luogo di origine che non esiste per darsi delle radici che non ha (figlio di circensi senza fissa dimora), ma che definisce la sua indole umile e giocosa. Il frate, interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino, arriva in Toscana a metà del Seicento, fuggendo da un convento umbro che la peste ha svuotato, e comincia a predicare nelle campagne attorno a Siena in un modo che la gente non ha mai sentito: senza “latinorum”, senza minacce, ma conducendo al riso, senza tradire la sostanza del Vangelo. Fra Leopoldo parla di un Dio dalla parte degli ultimi, di chi fatica, di chi abita “la valle di lacrime”. A seguire il religioso, dal passato misterioso, sono in tanti e sempre di più, al punto che la questione arriva fino a papa Innocenzo X, il quale affida al cardinale inquisitore Maculani (che nel 1633 ha condotto gli interrogatori di Galileo) il compito di indagare. Il regista sollecita le qualità umane e cristiane che costituiscono la natura profonda e originale dei testimoni credibili della fede.

Dio ride (2026), è un film interessante e ambizioso, con due interpreti di grande livello: Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando. Il film affronta temi importanti:

Libertà di pensiero, il coraggio di non uniformarsi al potere, una religiosità fatta di gioia, semplicità e compassione. Evidenzia il contrasto tra una Chiesa vicina alla gente e una Chiesa preoccupata di conservare il proprio controllo.

È un film che merita di essere visto, soprattutto per le interpretazioni e per il messaggio.

La riflessione più bella: Dio si fa vicino all’uomo, ne comprende l’umanità, lo eleva alla dignità e ”sorride” insieme agli uomini.